b
Blog

Il dono della Pentecoste

Il brano degli Atti degli apostoli della solennità di Pentecoste è, in realtà, l’unico racconto nel Nuovo Testamento che colloca il dono dello Spirito Santo il giorno di Pentecoste. 

Domenica di Pentecoste

At 2,1-11; Sal 103 (104); 1Cor 12,3b-7.12-13; Gv 20,19-23

 

Il brano degli Atti degli apostoli di oggi è, in realtà, l’unico racconto nel Nuovo Testamento che colloca il dono dello Spirito Santo il giorno di Pentecoste. Anche il Vangelo di Giovanni, da cui è tratto il brano evangelico di oggi, parla esplicitamente di questo dono − «Ricevete lo Spirito Santo» (Gv 20,22) −, facendolo però coincidere con i primi racconti delle apparizioni del Risorto.

Luca, invece, descrive il dono dello Spirito nel giorno di Pentecoste; ovviamente si tratta della festa ebraica di Shavuot (letteralmente «settimane»), che ricorre sette settimane dopo la Pasqua ebraica, ovvero il cinquantesimo giorno. La parola greca «pentecoste», infatti, significa «cinquantesimo» (si sottintende «giorno») ed è utilizzata, prima che da Luca, per indicare la festa di Shavuot in lingua greca anche nel libro di Tobia (Tb 2,1) e nel Secondo libro dei Maccabei (2Mac 12,32).

Ci sembra doveroso a questo punto porci la domanda sul perché Luca colleghi il dono dello Spirito con la festa di Shavuot.

Nella festa ebraica di Pentecoste si celebra il dono della Torah, dono che Dio fa al suo popolo per mezzo di Mosè sul monte Sinai, e tale festa coincide con l’inizio della mietitura: se il raccolto è il dono che la terra fa all’uomo perché possa nutrirsi e rimanere in vita, il dono della Torah è ciò che permette al popolo di vivere «non di solo pane, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio» (Mt 4,4; Lc 4,4; Dt 8,3).

La vita biologica, materiale, acquista senso e sapore se diviene parte di una realtà più grande che dice appartenenza, relazione, identità, fine; e la Torah è proprio ciò che illumina il cammino del singolo credente, che lo costituisce popolo, che delinea la sua identità, che alimenta la sua relazione con Dio, una relazione che è per sempre, per l’eternità. Basta ricordare come Gesù alla domanda «Maestro, che cosa devo fare di buono per avere la vita eterna?» (Mt 19,16) risponde con l’invito a osservare la Torah, sintetizzata nell’amore verso Dio e verso gli altri.

Il dono della Torah sul Sinai sigilla quindi l’alleanza, il patto tra Dio e il suo popolo. Un’alleanza unica, perenne, in cui la fedeltà di Dio non potrà mai venir meno, qualse che sia l’infedeltà del popolo.

È proprio per questo che di fronte al dramma dell’esilio, della distruzione e della perdita di ogni sicurezza umana e terrena, il profeta Geremia annuncerà una «nuova alleanza», cioè una nuova edizione dell’unica alleanza. Questa sarà la «nuova» (dove il termine nuovo è da comprendersi in continuità con quanto precede) alleanza, che «concluderò con la casa d’Israele dopo quei giorni − oracolo del Signore −: porrò la mia legge dentro di loro, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo. Non dovranno più istruirsi l’un l’altro, dicendo: “Conoscete il Signore”, perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande − oracolo del Signore −, poiché io perdonerò la loro iniquità e non ricorderò più il loro peccato» (Ger 31,33-34).

Vi sono dunque due elementi che contraddistinguono questa «nuova» edizione dell’Alleanza di Dio: «Porrò la mia legge dentro di loro, la scriverò sul loro cuore» e «Perdonerò la loro iniquità e non ricorderò più il loro peccato».

Sono questi gli stessi elementi che sia Luca sia Giovanni vedono realizzarsi nel dono dello Spirito, il dono della capacità di «comprendere» e il dono del «perdono».

Vediamoli brevemente nei dettagli. Nel racconto di Luca, si dice che «si trovavano tutti insieme nello stesso luogo». Non è specificato chi siano questi «tutti», ma non è difficile supporre che si tratti di «tutti» i discepoli/e di Gesù. E prosegue: «Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi».

Già sul Sinai, secondo la tradizione ebraica, il dono della Torah sprigiona settanta voci, perché tutte le nazioni possano comprenderla: «Disse Rabbi Yochanan: Quando la voce usciva dal Sinai, si divideva in settanta voci per le settanta nazioni, affinché tutte potessero comprenderla; ogni nazione ascoltava la voce nella propria lingua patria... La voce del Signore era udita secondo la forza di ciascuno: i giovani secondo la loro forza, i vecchi secondo la loro, i bambini e i neonati secondo la loro, e persino Mosè secondo la sua forza» (Shemot Rabba 5,9).

La possibilità di parlare e di comprendere in lingue diverse − «Tutti costoro che parlano non sono forse Galilei? E come mai ciascuno di noi sente parlare nella propria lingua nativa? (...) Siamo Parti, Medi, Elamìti..., e li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio» − è il segno che il dono-Torah è consegnato, per mezzo dello Spirito, a tutti i popoli; di nuovo, come già sul Sinai, la parola di Dio non conosce confini ed è offerta a tutti coloro che giungono a Gerusalemme per riceverla: «Perché da Sion uscirà la Torah e da Gerusalemme la Parola del Signore» (Is 2,3).

Il secondo elemento è esplicitato nel Vangelo di Giovanni: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». La possibilità di perdonare è il frutto dell’essere perdonati, non si può perdonare qualcuno se non si è fatta prima l’esperienza del perdono, sia come bisogno di essere perdonati che come esperienza del perdono ricevuto.

Si realizza così quanto aveva profetato Geremia: «Io perdonerò la loro iniquità e non ricorderò più il loro peccato». Il perdono ricevuto diventa, per mezzo dello Spirito, il «dono» da condividere, quella pienezza di libertà e di vita che ha il sapore di «eternità».

 

Sul Vangelo si veda anche il precedente commento Lo Spirito e la responsabilità liberante.

Niels Skovgaard, Battesimo a Pentecoste, 1898. Copenaghen, Statens Museum for Kunst.

Lascia un commento

{{resultMessage}}