III domenica di Avvento | Sulla via del Natale, la croce
Anche mentre ci si sta preparando al Natale, per il credente non è dato dimenticare la Pasqua. Il commento di Piero Stefani alle letture della III domenica di Avvento, 11 dicembre 2016
Is 35,1-6.8.10; Sal 145 (146); Gc 5,7-10; Mt 11,2-11
Sulla via del Natale, la croce
«Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettarne un altro?» (Mt 11,3). A molti le parole fatte giungere a Gesù da Giovanni Battista attraverso i propri discepoli continuano a risuonare sconcertanti. Fu così fin da epoca antica. Il «Precursore» invece di certezze sembra seminare dubbi. Meglio allora interpretare l’episodio, sulla scorta, per esempio, di Giovanni Crisostomo, come un semplice espediente pedagogico per rafforzare la fede dei discepoli mandati in missione. Per acquietare l’animo si perde così la serietà dell’episodio.
Giovanni aveva predicato la conversione prospettando un giudizio di condanna per gli empi non disposti al pentimento (Mt 4,7-12). «Il giudice è alle porte» è un annuncio ripetuto più volte anche in altri contesti neotestamentari (è presente pure nella seconda lettura di oggi, Gc 5,9). Quello del giudizio è orizzonte irrinunciabile se è assunto come simbolo della convinzione di fede, secondo la quale al male non spetterà la parola ultima. È invece prospettiva da respingere se il «giudizio di Dio» (come più volte, nell’età della cristianità, ci si illuse che fosse) viene inteso come prospettiva in base alla quale la storia, nel suo dispiegarsi fattuale, stia sempre dalla nostra parte.
La domanda di Giovanni proviene dal buio di una cella. I malvagi, lungi dall’essere giudicati, mettono in prigione il giusto. Quello del Battista è il perenne interrogativo del perché nella storia il dominio sembri spettare sempre ai potenti di questo mondo. La risposta di Gesù è incentrata sulle opere messianiche da lui compiute. Esse trovano il loro sigillo nell’ultima tra esse: «Ai poveri è annunciato il Vangelo» (Mt 11,5).
Il buon annuncio dato ai poveri è un Vangelo povero. Gesù risana coloro che incontra, ma non muta il corso del mondo. Il Vangelo, per dare frutto, deve morire nel seno della terra che pure trasforma. Quanto i discepoli devono annunciare (la traduzione «riferire» – Mt 11,4 – è colpevolmente debole) al loro maestro Giovanni è appunto questa povertà. Ecco perché Gesù termina il suo dire affermando: «E beato colui che non trova in me motivo di scandalo» (Mt 11,6).
In Matteo il termine «scandalo» rimanda alla passione: «Voi vi scandalizzerete a causa mia in questa notte» (Mt 26,21). Il ritorno dei discepoli verso Giovanni si completa attraverso un altro ritorno, speculare al primo: quello in cui i seguaci di Giovanni vanno da Gesù non già per porre domande, ma per portare l’annuncio della morte del Battista (Mt 14,12, l’originale anche qui va tradotto con «annunciare» e non già con uno scialbo «informare»).
Quanto scandisce il venire, l’andare, l’annunciare, il ritornare e il nuovo annunciare da parte dei discepoli di Giovanni è la morte consumata sulla via di Dio. Con essa anche Gesù s’identifica (cf. Mt 17,12-13). La croce è la realizzazione piena della convinzione secondo la quale «il Figlio dell’uomo non è venuto per farsi servire ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti» (Mt 20,28). La risposta più autentica all’interrogativo di Giovanni è che l’annuncio del Vangelo ai poveri comporta sempre la croce come opera efficace di riscatto per molti. Anche mentre ci si sta preparando al Natale, per il credente non è dato dimenticare la Pasqua.
