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II domenica di Avvento | La via è per il Signore

Is 11,1-10; Sal 71(72); Rm 15,4-9; Mt 3,1-12
La via è per il Signore

          La figura che più di ogni altra caratterizza l’Avvento è quella di Giovanni Battista. Se il discorso fosse cronologico-narrativo, ci si troverebbe di fronte a un assurdo. Non si parla infatti della tardiva, inattesa nascita del figlio di Zaccaria ed Elisabetta. Il riferimento è a un’epoca molto posteriore, quando Giovanni predicava alle soglie della vita pubblica di Gesù. Si prepara il Natale riferendosi a quanto sarebbe avvenuto trent’anni dopo. Che cosa sta alle spalle di una scelta, sulle prime, anacronistica?

          La risposta è semplice da dirsi, meno da praticarsi: Giovanni è l’annunciatore della via che bisogna percorrere per incontrare Gesù. Per incamminarsi verso la festa, che – forse più di ogni altra – esprime la ricerca dell’uomo da parte di Dio, occorre preparare da parte nostra la via al Signore. Tutto è racchiuso in questa frase.

          Che cosa significa predisporre la strada a chi ha tanto tenacemente rincorso le sue creature da diventare a propria volta uomo? Prima di ogni altra cosa vuol dire orientarsi ad accoglierlo. Per farlo occorre fare spazio dentro di noi. La legge fisica in questo caso ben esprime anche quella spirituale: dove c’è pieno non vi è posto per nessun altro, solo il vuoto è accogliente.

          Tuttavia, poiché ogni autentica ospitalità comporta uno scambio, il vuoto non può essere assoluto, in tal caso infatti tutto si dissiperebbe. Per fare spazio dentro di noi dobbiamo costruire. Se si versa dell’acqua in un contenitore pieno essa va dispersa, ma lo stesso avviene nel caso in cui non esista alcun recipiente. Per ricevere il liquido bisogna che ci sia il vuoto relativo creato dalle pareti del bicchiere.

          Qualcosa di analogo avviene nella vita spirituale. Per incontrare Gesù è necessario svuotarsi del negativo che è in noi, ma nel contempo anche costruire un solido spazio concavo. Il «frutto degno della conversione» (Mt 3,8) può essere detto anche in questo modo. Del resto anche l’immagine della via ci porta nella stessa direzione. Per essere percorsa una strada deve essere sgombra, e tuttavia essa rappresenta anche l’opposto di un indefinito spazio vuoto privo di verso e direzione.

          La frase di Isaia posta da Matteo in bocca a Giovanni muta in un particolare qualificante il senso dell’originale. Nel libro profetico si legge: «Una voce grida: “Nel deserto preparate la via al Signore”» (Is 40,3); Matteo ripropone le stesse parole, ma con un senso diverso: «Voce di uno che grida nel deserto: “Preparate la via del Signore”» (Mt 3,3). L’espressione matteana, nell’originale applicata a Giovanni, è diventata, nell’uso gergale, un modo per indicare  un richiamo rimasto inascoltato. È così perché è voce esigente. Per darle ascolto occorre una duplice operazione: dapprima trasformare sé stessi in una specie di deserto (e quindi in un certo modo recuperare il senso proprio di Isaia), e poi tracciare in quello spazio vuoto una strada predisposta ad accogliere chi ci viene incontro. A noi spetta preparare la via, ma a percorrerla nella nostra direzione è l’inviato di Dio.

          Secondo il Vangelo di Matteo, Giovanni Battista e Gesù iniziano la loro predicazione con le stesse parole: «Convertitevi, perché il Regno dei cieli è vicino!» (Mt 3,2; 4,17). Le due frasi identiche non comunicano in effetti lo stesso messaggio. Per Giovanni si tratta di un comando che conosce anche il tono della minaccia, per Gesù è un invito ad aprirsi a una presenza già operante che potrà, però, raggiungere davvero il suo scopo solo se accolta.

Commenti

  • 05/12/2016 ben.adam@libero.it

    Egregio Stefani, Matteo richiama esplicitamente le parole del profeta ed è difficile che le voglia cambiare. È quindi corretta la frase di Isaia, che però vuole capita perché essa dice del Gesù "diverso" (2 Cor) insegnato da GrandiApostoli, Gesù e Vangelo diversi da quanto insegnato da Paolo, diversi da cio che unicamente la Cristianità conosce. @benadam49

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