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Grazie è una tazza e una sproporzione

Per Luisa Muraro

In molte culture le persone s’accompagnano sulla soglia che connette la vita e la morte per gradi: tre giorni, otto, quaranta, in un commiato graduale. La comunità del CTI ha scelto di esprimere così, lentamente e coralmente, un suo primo grazie a Luisa Muraro. Che non sarà l’ultimo, che deve scegliere fra tanti pensieri che vengono alla mente, che si pone prima di tutto dall’angolatura del Dio delle donne, con «il gesto di chi beve lentamente a una tazza».

«Sono infatti quella che chiamano “una femminista”. Potrà sembrare, a chi mi ascolta (mi legge) che io confonda discorsi tra loro radicalmente difformi, come Vangelo e politica, ma ci sono sistemazioni mentali e ideologiche che bisogna disfare per vedere il nuovo che accade davanti ai nostri occhi. Separare ed etichettare è piuttosto facile; discernere viene dopo, meno facile ma più vicino al vero». Così Luisa Muraro in un intervento del 2014 che Vita e pensiero ha ripubblicato per i lettori alcuni giorni fa. Con una serie di istanze che condividiamo appieno: femministe in un contesto nel quale questo suona sempre come un insulto, una insurrezione o peggio una banalità sorpassata, continuiamo a vedere contiguità di piani. Così da teologhe sembriamo sempre anche filosofe o sociologhe o antropologhe, e le filosofe tra noi sono teologhe e leggono la Bibbia e si potrebbe proseguire.

Per questo dobbiamo a Luisa Muraro lezioni di teologia oltre che di filosofia, di approccio storiografico oltre che politico; il quadro della «differenza», articolato e fra noi anche discusso, è forse il portato più noto, ma per il nostro posizionamento non possiamo che iniziare da quella tazza e da quella sproporzione, profondamente teologiche.

Incredibile sproporzione

Il brano della tazza a cui ci riferiamo è proprio all’inizio de Il Dio delle donne, testo in se mistico ancora prima e più che «sulla mistica»:

«Un giorno si aprì la porta di una vacanza senza fine. Capitò quando, leggendo (…) testi di quella che chiamano mistica femminile, cominciai a udire le parole di una nuova conversazione, non semplicemente nuova ma inaudita, tra due che, per brevità, chiameremo una donna e Dio. Una donna c’era di sicuro, Dio non so, ma di sicuro lei non era sola, c’era un altro o un’altra la cui voce non arrivava fino a me ma che sentivo lo stesso perché faceva un’interruzione nelle parole di lei, o meglio una cavità che trasformava la lettura, la rendeva simile al gesto di chi beve lentamente da una tazza».1

Queste parole, che ci hanno fatto compagnia negli anni, nelle letture, nelle scritture, nelle riflessioni condivise, sono forse molto semplicemente la cosa più importante che vorremmo dire di lei e con lei, pur col rispetto della sua interiorità e della soglia del suo nominarsi, che non è mai corretto superare. È questa postura che diciamo mistica e che si fa compagna dei percorsi, senza cesure fra la strada con i camionisti, le donne con i gomitoli,2 i libri sugli scaffali e le comunità, a volte provvisorie ma sempre profonde, che si creano:

«A volte tra visibile e invisibile c'è una sproporzione stupefacente, come quella tra il grande fiume e la piccola sorgente. Di questa sproporzione parla Cristina Campo (alla quale mi accosto regolarmente come a una maestra dello spirito e della lettera). Il suo Angelo della realtà è la capacità di stupirsi: sfortunato è il nostro tempo, dice, che invoca cose grandi, sempre più grandi e così perde la capacità di stupirsi (...) Non restarono né freddi né delusi i pastori davanti al povero neonato messo nella paglia come una nespola, in quel caotico caravanserraglio». [Nella stessa direzione l'atteggiamento di un camionista siciliano] «che si fermò a mostrare l'invisibile impresso nel paesaggio familiare raffigura la potenza dello sguardo, nutrita da una lunga attesa che rende pazienti, perfino troppo, ma non spegne lo sguardo e non consente di rassegnarsi».3

Una domanda necessaria

Non rassegnarsi è il tarlo buono di ogni filosofia e di ogni teologia, ma sporge, come nell’articolo da cui siamo partite, a disfare il presuntamente ovvio. Così, in una maniera tanto lapidaria da incidersi nella memoria collettiva anche del CTI e da essere spesso richiamata nelle nostre pagine,4 racconta che nella temperie del Sessantotto «nella casa di una signora quasi povera» si stava svolgendo una riunione di «intellettuali impegnati» cui da poco si era unito «un più piccolo gruppo di donne», femministe, ammesse al laboratorio. Verso il pomeriggio, la domanda fatidica, cui seguì imbarazzo, silenzio, e poi brusca fine dell’esperienza condivisa: «Cambia qualcosa il fatto che noi siamo donne?».5

È passato più di mezzo secolo, ma si mette ancora in scena «l’imprevista» con una domanda che infastidisce e viene considerata divisiva, insurrezionale. Per questo, anche se i gruppi di donne che hanno chiara l’idea della libertà femminile possono ricreare gerarchie non positive e autorità non sempre liberanti, Chiara Valerio ha potuto scrivere: «I libri di Luisa Muraro mi hanno insegnato molte cose; la più importante di tutte è che si può non essere d’accordo. E che talvolta bisogna non essere d'accordo. Che sia la Chiesa, gli uomini, i padri, le madri, se stesse».

Come Diotima, un «qui e altrove» politico

La sacerdotessa del dialogo platonico che dà il nome alla comunità filosofica che ha visto Luisa Muraro protagonista di pratiche condivise e di genealogie autorizzanti si posiziona in un una maniera particolare, in cui la sua assenza dalla scena del banchetto patriarcale diventa magistero eloquente:

«La maggior parte degli studiosi (non tutti) pensano che Platone l’abbia inventata per i suoi scopi. C’è una parte di studiosi che non vuole neanche occuparsi della questione, perché la considera “oziosa”, non degna cioè della loro attenzione. A me invece interessa, perché a mezza strada fra l’esistenza storica documentata e l’inesistenza, in mezzo a date incerte, professioni senza nome, leggende oscure ci sono molte donne che mi interessano, tra cui mia madre (…) gli esclusi rientrano nella categoria degli assenti e non possiamo in alcun modo farli passare per inesistenti».6

Tra presenze e assenze – sia ricercate sia subite – tra appartenenze e sconfinamenti si giocano ancora molte partite, a livello politico, accademico, ecclesiale. Abbiamo certo necessità impellenti – per le guerre moltiplicate e le crisi dell’ecosistema sempre più minacciose – ma sarebbe un terribile errore pensare che queste riflessioni siano oziose o possano essere rimandate.

Bere a quella tazza è una possibilità e in fondo anche un compito. E uno spazio libero più di una vacanza.

 

[1] L. Muraro, Il Dio delle donne, Mondadori, Milano 2003, 14.

[2] L. Muraro, L. Vantini, Dire Dio nella lingua materna, Il Margine, Trento 2018, 46-51.

[3] L. Muraro, Non è da tutti. L'indicibile fortuna di nascere donna, Carocci, Roma 2011, 44s.

[4] E. Green, C. Simonelli, Incontri. Memorie e prospettive della teologia femminista, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2019, 17s.

[5] Muraro, Non è da tutti,28.

[6] Muraro, Il dio delle donne, 116. 118.

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