«Domanderò conto a te»
La denuncia contro ogni forma di ingiustizia è non solo necessaria, ma rientra nell’ordine della salvezza. Non farlo significa esserne in qualche modo complice.
XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - ANNO A
Ez 33,1.7-9; Sal 94 (95); Rm 13,8-10; Mt 18,15-20
La prima lettura, tratta dal libro del profeta Ezechiele, presenta una conquista dal punto di vista morale rispetto alla mentalità del tempo; conquista che, forse, anche per noi oggi rappresenta non dico una novità, ma un valore non sempre percepito come tale. Si tratta della responsabilità morale di ogni singola persona nei confronti di quanto avviene di male. Se infatti il concetto di responsabilità morale ci è ben chiaro quando a commettere qualcosa di male o contrario alla legge siamo noi – se non altro perché temiamo che prima o poi possa essere scoperto – forse non è sempre chiaro che tale responsabilità ci è richiesta anche quando siamo testimoni o siamo al corrente di qualcuno che sta commettendo qualcosa a danno di altri. Con «qualcosa» intendo una vasta gamma di azioni negative o di male che vanno da quelle più lievi, calunnie, maldicenze, a quelle più gravi come inganni fraudolenti o persino omicidi.
Al profeta dunque Dio chiede di essere come una sentinella: «Quando sentirai dalla mia bocca una parola, tu dovrai avvertirli da parte mia. Se io dico al malvagio: “Malvagio, tu morirai”, e tu non parli perché il malvagio desista dalla sua condotta, egli, il malvagio, morirà per la sua iniquità, ma della sua morte io domanderò conto a te». Si tratta dunque del dovere morale di denuncia verso ogni forma di ingiustizia, con l’aggravante che se il profeta, in questo caso, chiude gli occhi o si tappa le orecchie per non vedere o non sentire, cioè si trae fuori dalla responsabilità verso il male visto o udito, ne diviene automaticamente corresponsabile. Tale denuncia, però, è sempre nel rispetto della libertà altrui, cioè il profeta non può impedire a un altro di compiere il male: «Ma se tu avverti il malvagio della sua condotta perché si converta ed egli non si converte dalla sua condotta, egli morirà per la sua iniquità, ma tu ti sarai salvato».
La denuncia contro ogni forma di ingiustizia e di male è quindi non solo necessaria, ma rientra nell’ordine della salvezza, dato che esimersi dal farlo significa esserne in qualche modo complice e quindi colpevole.
Sulla stessa linea sono anche le parole del Vangelo dove l’accento è posto sui rapporti interpersonali. In questo caso anche la vittima, chi riceve il male, ha la responsabilità morale di denunciarlo e, particolare rilevante, tale denuncia va rivolta non a un giudice o a una guardia, ma direttamente all’artefice di quel male. Che sia poi effettivamente un’azione di male – dice il Vangelo – può essere comprovata anche da due o tre testimoni. Il tutto proprio perché l’evidenza di quel male risulti chiara e non eludibile agli occhi di chi lo ha commesso. Anche in questo caso la libertà rimane comunque salvaguardata, nel senso che la persona può, nonostante tutto, rifiutare di riconoscere il male fatto con quanto ne consegue: «Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano».
Responsabilità personale nei confronti di ciò che avviene davanti ai nostri occhi, dunque, e responsabilità personale nei confronti di chi compie del male nei nostri confronti, dato che solo noi possiamo «slegare» – come dice il Vangelo – il nostro malfattore da quanto ha commesso, offrendogli la possibilità di riconoscere le sue azioni come un male.
Se nel caso di rapporti interpersonali può essere più facile individuare la connessione tra il male e chi lo compie, credo che attuare la responsabilità morale di denuncia verso situazioni d'ingiustizia e di male che non ci riguardano direttamente abbia qualche criticità.
Ad esempio la paura di ritorsioni può portare collettività intere, paesi, famiglie, a vivere nell’omertà, proprio perché parlare, denunciare significa diventare automaticamente bersaglio di ritorsioni gravi, spesso e volentieri mortali. Senza andare fuori dall’Italia pensiamo ad esempio al sistema di omertà innescato dalle organizzazioni mafiose e al sistema di protezione non sempre efficace dei cosiddetti pentiti, di coloro cioè che hanno deciso di parlare.
Ma anche chi di fatto vive abbastanza al sicuro per non essere direttamente coinvolto dalle possibili conseguenze della denuncia – che è comunque, in quanto responsabilità morale, chiamato a attuare – è sottoposto a delle criticità. La prima fra tutte è la veridicità dell’informazione: quanto è vero ciò che ci viene detto riguardo a situazioni di oppressione, ingiustizia e quanto invece è pilotato proprio per ottenere una reazione di protesta che anziché essere a vantaggio di chi è vittima rafforza e consolida il potere del carnefice?
In questi ultimi tempi abbiamo assistito a slogan, proteste in piazza, manifestazioni, tutte azioni che confermerebbero un’autentica responsabilità morale del singolo nei confronti della collettività a livello internazionale; ma quello che emerge come interrogativo, purtroppo a pochi, è: come mai tali movimentazioni di popolo si hanno solo per alcune situazioni e non per altre? Per fare un esempio concreto: recentemente in Nigeria villaggi interi di cristiani sono stati devastati e gli abitanti massacrati, ma nessuno è sceso in piazza per loro; nessuno slogan, nessuna protesta, nessuna accusa…
Forse uno sguardo critico rispetto a un modo di pilotare le informazioni e le conseguenti movimentazioni di protesta nelle piazze e persino nelle Università è anch’esso una questione di responsabilità morale di cui dovremmo prendere coscienza