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Dalla reclusione all'inclusione

Se è difficile il perdono individuale, non lo è meno il perdono sociale.

Suddividendo in paragrafi alcuni passaggi del discorso del papa alla prigione di Bata, nella Guinea Equatoriale, il portale d’informazione della Santa Sede, Vatican News, titolava: «Non solo reclusione ma anche inclusione». Mi sembra una felice sintesi di quanto detto dal pontefice, che dà lo spunto a ulteriori riflessioni.

Il significato della reclusione

Non è questa la sede per trattare il senso della reclusione. È oggetto di pertinenza della Filosofia del diritto, che tuttavia presuppone e comporta interessanti considerazioni etiche.

Sappiamo bene che la pena, pur nel suo indubbio e ineludibile valore afflittivo, ha una componente rieducativa spesso disattesa per varie ragioni, quali le condizioni della detenzione, il sovraffollamento delle carceri, la vicinanza con altri detenuti, l’immotivata lunghezza di alcune detenzioni ecc. Come si dice spesso in una tragica battuta: a volte si entra innocenti e si esce criminali.

Questa condizione è resa ancora più critica in quelle situazioni, in cui la carcerazione è oggetto ordinario e assolutamente sproporzionato di fronte a piccoli reati che, pur rimanendo tali, non hanno certo la gravità o il peso di colpe ben più gravi. Tutto questo è assai più accentuato proprio in alcune realtà geo-politiche, come quella in cui è andato il papa.

Personalmente ricordo un’esperienza che ho fatto in un carcere minorile in India (dove i giovani detenuti vi erano rinchiusi magari solo per aver rubato qualche mela o aver danneggiato una bicicletta). Costretti in pochi metri quadrati e quasi contenti nell’ascoltare qualcuno che, pur parlando di noiose questioni etiche, appariva loro quasi come un diversivo nell’avvilente monotonia quotidiana della detenzione.

Alla fine dell’incontro il direttore ha offerto ai ragazzi una bibita, chiedendo a me, come relatore, di servirla loro, quasi come gesto di umiltà e di vicinanza. Confesso di aver vissuto l’esperienza della lavanda dei piedi, nella versione 2.0. Ma era anche un modo per fare sentire più vicini a loro il mondo dei «sani».

Tutto questo non può che richiamare, ancora una volta, il significato di questa, sia pure impropria detenzione. Quando usciranno questi ragazzi o i nostri adulti saranno migliori? Il carcere avrà insegnato loro qualcosa? Il «debito contratto con la società» si trasformerà in qualcosa di nuovo, di utile, di bello, fatto per quella società che hanno offeso o avranno vissuto solo l’esperienza di una «vendetta di Stato»? Se così non fosse abbiamo solo sprecato tempo e vite umane. E nessuna vita è a perdere, neanche quella di un detenuto. 

Le difficoltà dell’inclusione

Ciò detto, e anche con le migliori intenzioni, non è facile che il detenuto, «rieducato» – mi si passi questa brutta espressione –, trovi la sua giusta collocazione nella società. Se è difficile il perdono individuale, non lo è meno il perdono sociale. Una persona ferita ha difficoltà a perdonare, ma una società ferita, forse, ne ha molta di più.

In effetti, sia pure forzandoci un po’, alcuni di noi sono disposti a «fare qualcosa» per andare incontro a persone marginalizzate come possono essere immigrati o rom (che continuiamo a chiamare «zingari»): storciamo un po’ il muso e ci affidiamo alla Provvidenza, però li facciamo lavorare nella nostra azienda o li chiamiamo a fare qualche lavoro occasionale sperando che non rubino e augurandoci che siano solo i soliti pregiudizi.

Ma per un ex detenuto? Credo che la sua «inclusione», pur se doverosa sia molto più impegnativa. Siamo proprio sicuri che fosse innocente? Non dimentichiamo che la legge non afferma che una persona è innocente, ma lo «dichiara» tale (non a caso Lutero parlava, sia pure in ambito religioso ma con terminologia giuridica, di «giustificazione forense»). O siamo sicuri che sia realmente «cambiato» e possiamo fidarci di lui? Di Jean Valjean nella vita concreta non è che ce siano poi tanti!

Ecco, allora, che il nostro desiderio di accoglienza si fa impegno concreto al cambiamento, anche nostro e non solo dell’ex detenuto. In fondo in questo c’è una dimensione di reciprocità che è tutta da scoprire e costruire.

Il rischio dell’esclusione

E veniamo al terzo termine e concetto. Superata la reclusione e nell’impossibilità di una reale inclusione vi è il rischio di un’inevitabile esclusione.

Alla persona che ha compiuto il suo percorso di reclusione, in cui ci si augura possa essere diventato realmente «un’altra persona», e di fronte alla sua volontà di rientrare in quella società che ha tradito, quale risposta dà questa stessa società? Chiudergli le porte significa trasformare la sua passata reclusione in una sua attuale esclusione, in una nuova imprevista marginalità di cui forse si parla poco.

Queste tre parole che ho voluto accostare (reclusione, inclusione, esclusione) hanno tutte una desinenza che fa riferimento all’idea della chiusura: da subire o da superare.

E sappiamo bene che l’antidoto a ogni chiusura è l’apertura. Non a caso la dimensione di misericordia insita nella celebrazione degli anni santi inizia proprio col rito dell’apertura di una porta.

La porta del Signore attraverso cui entrano i giusti (Sal 118,20) non è una porta riservata in modo farisaico e manicheo a chi si ritiene giusto e privilegiato, ma a tutti coloro che cercano la giustizia, a una società ferita che, sia pur con oggettive e comprensibili difficoltà, vuole accogliere l’altro, a persone che si sforzano di farlo e ad altre che, forse, giuste in senso stretto non sono state, ma che adesso si sforzano di esserlo. Se glielo permetteremo.

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