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Dalla politica del Quattrocento: ascoltare per non dimenticare il bene

Francesco Patrizi da Siena nel 1447 pubblicò un libretto in forma epistolare, De gerendo magistratu, da poco tradotto in italiano con originale latino a fronte per le edizioni Olschki.

 

Ambrogio Lorenzetti, Effetti del buon governo in città, 1338-39, particolare. Siena, Palazzo Pubblico

Francesco Patrizi da Siena nel 1447 pubblicò un libretto in forma epistolare, De gerendo magistratu, da poco tradotto in italiano con originale latino a fronte per le edizioni Olschki.

L’autore poteva vantare una ricca esperienza sul campo: priore, senatore, governatore provinciale e ambasciatore. Scrisse il trattatello in questione per il giovanissimo priore Achille Petrucci, ambizioso e altolocato, che poi divenne governatore e podestà, peraltro con esiti non fantastici, a quanto pare. 

Farsi amare dal popolo e ascoltarlo

Un primo ideale raccomandato è che i principi devono risultare cari al popolo: non potrà «mai risultare saldo o duraturo il potere di chi vuole esser più temuto che amato; se si mira a incutere paura si finirà inevitabilmente per suscitare odio».

Per essere leader occorrono invece diverse «sorelle»: giustizia, fortezza, modestia, temperanza, costanza, serietà, pudore, prudenza. Tutte queste virtù e doti trovano inveramento operativo – raccomanda forse sorprendentemente il precettore – non in chissà quali abilità ma nella capacità di ascoltare: «Gran parte del servizio reso ai cittadini consiste nell’essere ben disposti ad ascoltare e a rispondere alle richieste. Chi fatica ad avere udienza si crede oggetto di scherno o di disprezzo. Al contrario, chi ottiene ascolto senza problemi e con la dovuta attenzione già pensa di aver ricevuto un servizio, anche se poi gli viene giustamente negato quanto chiede». 

Essere come uno scoglio

Questo contatto diretto e continuo con il popolo porta chi governa a rendersi conto della realtà e a compiere un discernimento appropriato, fondato su elementi veritieri con uno sguardo ampio e articolato. Ciò lo renderà anche più sicuro di sé, ovviamente mettendoci da parte sua un po’ di coraggio, come consiglia l’antico politico: «Non scoraggiarti, non irrigidirti o perderti d’animo per i tanti e vari casi che ti si parranno di fronte; al contrario, sii affabile con tutti, prendi l’iniziativa e affronta i problemi senza paura, saldo come uno scoglio davanti ai marosi». 

Tornare allo stato di diritto senza pessimismo

Parlano ancora ai nostri giorni queste indicazioni? Sembrerebbe proprio di sì. Anzi, se ne avverte l’urgenza più che mai! I prìncipi da amare più che da temere? L’opposto di quanto pare accadere in giro per il mondo.

Agli ambasciatori di tutto il mondo Leone XIV ha fatto notare a inizio anno: «Nel nostro tempo, preoccupa in modo particolare, sul piano internazionale, la debolezza del multilateralismo. A una diplomazia che promuove il dialogo e ricerca il consenso di tutti, si va sostituendo una diplomazia della forza, dei singoli o di gruppi di alleati. (...) Ciò compromette gravemente lo stato di diritto, che è alla base di ogni pacifica convivenza civile».

Ascoltare il popolo. Ai dirigenti del suo Stato di nascita Leone XIV ha raccomandato: «Dovete anzitutto impegnarvi a conoscere le aspirazioni delle persone come pure le loro difficoltà. (...) Sebbene ogni giorno siano molti i compiti che richiedono la vostra attenzione, vi incoraggio a continuare ad ascoltare i poveri, gli immigrati e tutti gli ultimi tra voi, cercando di accompagnarli nel vostro lavoro per promuovere il bene comune a beneficio di tutti».

Infine la necessità di saldezza d’intenti e di coraggio, senza cedere allo sconforto e al pessimismo, tentazione in agguato, come ammette Leone XIV: «Sebbene non siano poche, oggi, le persone col cuore pronto alla pace, un grande senso di impotenza le pervade di fronte al corso degli avvenimenti, sempre più incerto». Eppure, «come la sera di Pasqua Gesù entrò nel luogo dove si trovavano i discepoli, impauriti e scoraggiati, così la pace di Cristo risorto continua ad attraversare porte e barriere con le voci e i volti dei suoi testimoni. È il dono che consente di non dimenticare il bene, di riconoscerlo vincitore, di sceglierlo ancora e insieme».

Dalla Toscana del XV secolo arrivano sagge indicazioni di percorso per i nostri tempi, caratterizzati dalla cultura della potenza.

 

Fabrizio Casazza è docente stabile di Teologia morale presso la sezione parallela di Torino della Facoltà teologica dell’Italia settentrionale.

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