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Attualità
Attualità, 2/2026, 15/01/2026, pag. 62

Pace invocata

E pace data

Piero Stefani


Per volontà di Paolo VI il 1° gennaio di ogni anno si celebra la Giornata mondiale della pace. Forse, però, sarebbe meglio ricorrere a un’espressione meno perentoria, tipo: su proposta di papa Montini. O, almeno questa, era la sua intenzione. Il messaggio istitutivo della giornata, datato 8 dicembre 1967, si rivolgeva infatti a tutti gli uomini «di buona volontà» per esortarli a dedicare alla pace il primo giorno del calendario civile.1

L’iniziativa non intendeva essere esclusivamente cattolica; ci si augurava infatti che l’invito fosse accolto da tutti gli amici della pace come se fosse un loro progetto. Sotto l’egida del servizio e dell’esempio, la Chiesa voleva semplicemente «lanciare l’idea», nella speranza che essa fosse largamente accolta nel mondo civile al fine d’incontrare «promotori molteplici, abili e validi» capaci d’imprimere «quel sincero e forte carattere di umanità cosciente e redenta dai suoi tristi e fatali conflitti bellici» (Enchiridion della pace 2/4058).

Il pericolo che incombeva sulla pace era cresciuto a causa dei tremendi armamenti sterminatori in possesso di alcune potenze, che vi impegnavano enormi mezzi finanziari a scapito dello sviluppo di tanti altri popoli. La pace, inoltre, era insidiata dalla sfiducia che le controversie internazionali fossero risolvibili «per le vie della ragione, cioè delle trattive fondate sul diritto, la giustizia e l’equità» (Ivi 2/4059).

Accanto a questo primo corposo filone, nel messaggio, a cui si è tentati di guardare con una certa nostalgia, ne compare un secondo, volto a distinguere tra pace e pacifismo. In esso sembra trapelare il ricordo di chi, memore della Seconda guerra mondiale, era cosciente che ci sono occasioni in cui diviene scelta doverosa combattere con le armi contro la sopraffazione: «Così da ultimo, sarà da auspicare che l’esaltazione dell’ideale della pace non debba favorire l’ignavia di coloro che temono di dover dare la vita al servizio del proprio paese e dei propri fratelli quando questi sono impegnati nella difesa della giustizia e della libertà (…) pace non è pacifismo, non nasconde una concezione vile e pigra della vita, ma proclama i più alti e universali valori della vita: la verità, la giustizia, la libertà, l’amore» (Ivi 2/4063).

Un po’ più avanti, il documento parlerà delle «insidie di un pacifismo tattico, che narcotizza l’avversario da abbattere, o disarma negli spiriti il senso della giustizia, del dovere e del sacrificio» (Ivi 2/4068). Paolo VI ricorreva a un linguaggio ormai raro nelle attuali prese di posizione relative alla pace.

Solo nella seconda parte del messaggio ci si rivolge direttamente ai membri della Chiesa cattolica. I credenti nel Vangelo sono nelle condizioni d’infondere nella celebrazione un tesoro di «idee originali e potenti» (Ivi 2/4069), a cominciare da quella della fratellanza universale basata sulla paternità di Dio; essi, inoltre, sono in grado di confidare nell’azione dello Spirito Santo che sta costruendo, lungo la storia, l’unità del genere umano e di parlare, come nessun altro, di amore del prossimo, di perdono e di misericordia.

«Noi soprattutto (…) possiamo avere un’arma singolare per la pace: la preghiera, con le sue meravigliose energie di tonificazione morale e di impetrazione, di trascendenti fattori divini, di innovazioni spirituali e politiche; e con la possibilità che essa offre a ciascuno di interrogarsi individualmente e sinceramente circa le radici del rancore e della violenza che possono eventualmente trovarsi nel cuore di ognuno» (Ivi). L’accento, più che sull’esaudimento della preghiera, sembra battere sui benefici derivati dallo stesso atto di pregare arricchito da una riflessione meditativa di taglio, in sostanza, etico-antropologico.

 

«Dona a noi la pace»

Il messaggio di Paolo VI termina riportando la conclusione dell’Agnus Dei: «Dona nobis pacem». La prima parte della triplice invocazione liturgica con la rilevante modifica del plurale «peccati» rispetto al singolare evangelico deriva dalle parole con cui Giovanni Battista indica Gesù (cf. Gv 1,29), integrate dalla supplica rivolta dai due ciechi al figlio di Davide: «Abbi pietà di noi!» (cf. Mt 9,27).

La terza volta alla richiesta della misericordia subentra quella della pace, supplica che non trova corrispondenza in alcun passo neotestamentario. Nella messa di san Pio V la preghiera, che si richiamava alla parola rivolta agli apostoli secondo la quale Gesù lasciava e dava loro la pace (cf. Gv 14,27),2 era recitata dopo l’Agnus Dei e non già prima, come avviene ora. L’invocazione della misericordia rispetto ai peccati e quella relativa alla pace sono interne alla celebrazione; la preghiera, in questa sua collocazione, risulta già esaudita nella presenza di una pace donata.

Secondo la «vecchia» Enciclopedia cattolica: «“La preghiera per la pace”, come dice sant’Isidoro, “introduce l’orazione per il bacio della pace, perché tutti, con carità riconciliati tra loro, comunichino degnamente al sacramento del corpo e sangue di Cristo». Perciò nella prece liturgica è come se sia, implicitamente, conglobata anche l’altra parte del detto evangelico secondo la quale Gesù dà la pace ma non secondo il modo in cui la dà il mondo.

La parola «pace» (eirene) è ben attestata negli scritti neotestamentari senza essere però particolarmente frequente, eccezion fatta per la sua presenza nei saluti iniziali delle lettere paoline: «A tutti coloro che sono in Roma, amati da Dio chiamati santi: grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e del Signore nostro Gesù Cristo» (Rm 1,7; cf. Gal 1,3; Fil 1,2; Col 1,2; 1Ts 1,1).

In ogni caso, pure nella varietà dei suoi usi, non è mai attestata la presenza di una preghiera perché Dio conceda pace tra le nazioni: una richiesta tutta rivolta in direzione di quanto manca. In particolare, se riferita a Gesù Cristo, la pace è affermata come una realtà presente. Così è nel detto giovanneo: «Vi lascio la pace e vi do la mia pace»; così è nell’affermazione, tante volte ripetuta, «Cristo è la nostra pace» (Ef 2,14) che vale anche quando le nazioni continuano a scontrarsi tra loro.

Pure la pace di cui parla la Lettera agli Efesini è diversa da quella del mondo, così come lo sono il pane e il vino eucaristici rispetto a quelli che si trovano sulle nostre tavole. Anche per la pace in Cristo occorre parlare di una presenza reale che non muta di per sé le realtà visibili. Ciò non significa affatto che sia sufficiente la cosiddetta (e tante volte fittizia) pace spirituale, lasciando che il corso del mondo proceda come al solito. Lo dimostrano le parole di Gesù: «Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5,9). La beatitudine che colloca al futuro l’universale riconoscimento di «figli di Dio» (qualifica troppo spesso data per scontata) si situa nell’ambito di un impegno che si dispiega nel mondo. Siamo di fronte a coloro che si pongono al centro delle parti in conflitto per cercare di farle virare verso la riconciliazione. Si tratta più di operare che di pregare.

 

Pregare per le autorità

Nelle pagine neotestamentarie è comandata l’obbedienza e la sottomissione alle autorità (cf. Rm 13,1-7; Tt 3,1; 1Pt 2,13-17) ma non la preghiera a loro favore. Sarà solo con gli apologisti che i cristiani cominceranno a pregare esplicitamente per la pace del mondo e per un regno tranquillo. Nel contempo, i rabbi esortavano a pregare per il potere statale perché, senza il timore che incute, gli uomini si divorerebbero a vicenda (cf. Pirqè Avot, 3,2).

Quando l’Impero romano divenne cristiano, sia a Occidente sia a Oriente, la preghiera per la pace si congiunse con quella a favore delle autorità, a volte integrata dalla richiesta di vittoria contro i nemici: «Si prega per i re di questo mondo affinché le nazioni siano loro sottomesse e, stabiliti nella pace, noi possiamo servire il nostro Dio nella tranquillità dello spirito e nella quiete» (Ambrosiaster, In Tim 2).

Nella prece litanica della divina liturgia di Giovanni Crisostomo si invoca «per i governanti e per le autorità civili e militari un governo pacifico affinché noi pure in questa loro pace trascorriamo pienamente e degnamente una vita quieta e tranquilla»; infine, nell’anafora antiochena di Giacomo, rivolgendosi a Dio si supplica: «Impugna le armi e lo scudo in suo aiuto (del re) e sottomettigli tutte le genti ostili e barbare che vogliono la guerra» (Prex eucharistica, 253).3

Sono parole lontane, non solo temporalmente, da noi; eppure, resta tuttora da sciogliere il nodo se sia dato di pregare per la pace di questo mondo senza farlo, contemporaneamente, anche per le autorità costituite: la via diplomatica a cui ci si appella per la risoluzione dei conflitti non prescinde dai poteri statali.

 

1 Paolo VI, messaggio Ci rivolgiamo per la «Giornata mondiale della pace» del 1° gennaio 1968, a tutti gli uomini «di buona volontà», 8.12.1967, in Enchiridion della pace 2/4055, EDB, Bologna 2004.

2 Domine Iesu Christe, qui dixisti Apostolis tuis: Pacem relinquo vobis, pacem meam do vobis: ne respicias peccata mea, sed fidem Ecclesiæ tuæ: eamque secundum voluntatem tuam pacificare et coadunare digneris. Qui vivis et regnas, Deus, per omnia sæcula sæculorum. Amen.

3 Cf. E. Lodi, voce «Preghiera», in Dizionario di teologia della pace, a cura di L. Lorenzetti, EDB, Bologna 1997, 544.

Tipo Parole delle religioni
Tema Ecumenismo - Dialogo interreligioso
Area
Nazioni

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