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Attualità
Attualità, 16/2026, 15/09/2026, pag. 451

Chiesa - Safeguarding: la sfida interculturale

Un'esperienza di apprendimento nella Conferenza 2026

Peter Beer, Hans Zollner

In termini di numero di partecipanti, quella organizzata a Roma dal 16 al 19 giugno scorso dall’Interdisciplinary Studies on Human Dignity and Care (IADC), l’Istituto di Antropologia che si occupa di safeguarding all’interno della Pontificia università gregoriana, è stata una delle più partecipate conferenze internazionali su questo tema (bit.ly/4daqdav). Il titolo «One Commitment, Many Contexts. Safeguarding across Cultures» ha evidentemente attirato l’attenzione di molte persone coinvolte e interessate all’ambito del safeguarding.

In termini di numero di partecipanti, quella organizzata a Roma dal 16 al 19 giugno scorso dall’Interdisciplinary Studies on Human Dignity and Care (IADC), l’Istituto di Antropologia che si occupa di safeguarding all’interno della Pontificia università gregoriana, è stata una delle più partecipate conferenze internazionali su questo tema (bit.ly/4daqdav). Il titolo «One Commitment, Many Contexts. Safeguarding across Cultures» ha evidentemente attirato l’attenzione di molte persone coinvolte e interessate all’ambito del safeguarding.

Appare evidente che quest’ultimo sia strettamente legato alla crescente interconnessione tra società diverse al di là dei confini nazionali e culturali, un fenomeno in grande accelerazione grazie, ad esempio, alla rete digitale, alla mobilità e alla migrazione. Questo sviluppo offre molte opportunità, ma anche altrettanti rischi che mettono alla prova il concetto di safeguarding, il quale a sua volta deve essere fondamentalmente concepito al di là delle frontiere nazionali.

Esempi eloquenti in questo contesto sono la tratta di esseri umani, che attraversa i confini, ma anche le tensioni e i problemi all’interno di una società che possono sorgere a causa delle migrazioni e del conseguente scontro tra immaginari culturali diversi su temi quali l’onore, la sessualità e i ruoli di genere. Per questo un concetto di safeguarding inteso esclusivamente nell’ottica di una sola cultura o di un unico contesto nazionale rimane inevitabilmente miope.

Inoltre, per quanto importante possa essere un confronto sul safeguarding interculturale, alla luce della situazione attuale, è altrettanto importante tenere presente quanto organizzare un’iniziativa su questi temi possa significare esporsi rapidamente a fraintendimenti. 

Tre fraintendimenti

In particolare ne emergono tre specifici: il primo trae origine dal presupposto che ci si riunisca soprattutto per creare una rete di contatti, conoscersi e coltivare un senso di comunità di fronte a una realtà che, per ragioni molto diverse, si rivela ostile al safeguarding, e che una simile condizione possa e debba unire coloro che operano come responsabili in questo campo.

L’aspettativa è quindi che la conferenza non serva solo a dare spazio a rabbia e frustrazione e a sfogarsi in nome del principio «mal comune mezzo gaudio», ma anche a rafforzarsi a vicenda con soluzioni pratiche, poco impegnative e di facile applicazione. In considerazione di un auspicato approccio pragmatico, vengono quindi tralasciate le considerazioni teoriche che potrebbero dare l’impressione di un’inutile complicazione.

Ma una conferenza di questo tipo assomiglia piuttosto a una rimpatriata di ex compagni di classe o, per dirla in termini più forti, a un gruppo di auto-aiuto i cui partecipanti provengano da culture diverse. Questo rimarrebbe però l’unico e riduttivo aspetto in base al quale parlare di una conferenza rilevante per l’interculturalità.

Al primo s’aggiunge un secondo fraintendimento: la conferenza appare come una grande agenzia di traduzione e i suoi partecipanti si concentrano semplicemente nel tradurre in altre culture una concezione generale e astratta del safeguarding, slegata da qualsiasi esigenza concreta. La traduzione si concentra più o meno esclusivamente sull’applicazione di singoli elementi culturali quali la lingua, il sistema giuridico, le forme di espressione simbolica ed eventualmente gli immaginari religiosi caratterizzanti.

Si parte dal presupposto, più o meno tacito, dell’esistenza di un unico concetto corretto di safeguarding, che possa fungere in ogni caso da linea guida. Non vengono presi in considerazione l’impatto reciproco tra il concetto generale di safeguarding e una cultura specifica e, soprattutto, come il presunto principio universale del safeguarding risenta della propria matrice culturale.

L’ultimo fraintendimento riguarda la possibile tendenza al relativismo della conferenza, in quanto, facendo riferimento alle numerose e diverse culture del mondo, dichiara impossibile il ricorso a linee guida e principi universalmente validi e vincolanti per la tutela delle persone vulnerabili. Sulla base di tale presupposto, la conferenza si limiterebbe a una rassegna di singole misure di safeguarding in tutta la loro diversità e varietà.

Non verrebbero sollevate domande sulla loro adeguatezza e pertinenza, sulle loro implicazioni morali o altro. Tutto rimarrebbe semplicemente presentato tramutando la conferenza nella vetrina di un bazar.

Tutti e tre i modelli – quello della riunione di classe, dell’agenzia di traduzione e della vetrina del bazar – sono plausibili e sarebbe sbagliato scartare o sminuire in blocco ciò che è possibile ottenere con essi, tuttavia non sono stati la fonte d’ispirazione per la struttura portante dell’International Safeguarding Conference 2026 (ISC). 

Il Safeguarding è sempre una meta per tutti

Si trattava espressamente di un altro modello, ovvero quello di un viaggio condiviso che conduce in un luogo dove all’inizio tutto è nuovo per tutti, che amplia il proprio mondo esperienziale, offre spunti di riflessione e, in ultima analisi, porta a un cambiamento in tutti i partecipanti. Questo modello si basa sulla consapevolezza che ogni modo di pensare e di parlare non può che essere, come sempre, influenzato culturalmente, poiché nessuno può astrarsi completamente da se stesso e dai fattori che lo plasmano.

In questo senso, non può esistere nemmeno un concetto di safeguarding astratto e a-culturale che debba semplicemente essere tradotto di volta in volta. Si può solo cercare continuamente di raggiungere un’intesa sui diversi concetti di safeguarding, sul loro senso, scopo, significato e funzione.

Questo processo di comprensione non procede in modo lineare, ma segue il movimento di una spirale ermeneutica. Si tratta di penetrare sempre più a fondo nella rete di concetti, tradizioni ed esperienze delle altre culture, mettendola in relazione con la propria, per interpretarla e comunicarla in modo sensato. In quest’ottica, data la diversa visione dell’essere umano nelle varie culture, emergeranno inevitabilmente confronti sul significato profondo dei termini «safe» e «guarding».

Si scoprirà così che ciò che per alcuni significa protezione e sicurezza, per altri equivale a paternalismo, e che ciò che per alcuni implica l’assunzione di responsabilità nell’ambito del «guarding», ad altri appare come una distruzione dell’ordine sociale attraverso la messa in discussione delle autorità. Ciò che per alcuni rappresenta un necessario confronto sul tema della sessualità nell’ambito della prevenzione degli abusi sessuali, altri lo identificano come una sessualizzazione inopportuna e sfacciata della vita quotidiana.

In questo contesto, è prevedibile che una conferenza non sia sufficiente per comprendere, ma rappresenti solo l’inizio di un processo di comprensione finalizzato alla tutela della vita. Nelle intenzioni la tutela, nonostante tutti i momenti bui attraversati dall’umanità nel corso della storia, costituisce un dato antropologico fondamentale ed è intrinseca alla vita in quanto tale; è percepita come un compito necessario, ma rimane aperta per quanto riguarda la concretezza di metodo, procedura e approccio.

Questo conflitto ermeneutico, la corretta comprensione reciproca, lo sforzo per un impegno comune verso il safeguarding, hanno fortemente caratterizzato la pianificazione dell’ISC 2026.

In una prima fase si è trattato d’accertare in che cosa consistesse la propria concezione di safeguarding per poi confrontarla con quella degli altri partecipanti. Le differenze emerse hanno segnato le linee di demarcazione culturale, lungo le quali ha potuto crescere la consapevolezza del proprio background culturale come di quello dell’interlocutore.

La seconda fase ha cercato, attraverso un’analisi SWOT1 iniziale dei propri modelli culturali sullo sfondo di quelli dell’interlocutore, d’identificare punti di forza e debolezze, opportunità e rischi insiti nella propria concezione del safeguarding (ad esempio punti ciechi, unilateralità che portano a lacune nella protezione). Benedikt Jung ne ha fornito un esempio concreto con la sua relazione incentrata sulla cultura confuciana.

In una terza fase si è riflettuto su come promuovere il dialogo tra i vari modelli di safeguarding, caratterizzati da diverse impronte culturali, così da favorire un arricchimento reciproco e la loro evoluzione ed elevarne gli standard qualitativi. A tal fine sono stati discussi anche alcuni principi utili per il confronto multiculturale e interculturale. Chi è in grado di confrontarsi con gli altri sul piano delle radici culturali non solo contribuisce a migliorare e garantire la qualità del proprio safeguarding, ma anche quella dei propri interlocutori. Se si osserva la lunga serie di contatti di natura interculturale e multiculturale che hanno scandito la storia della Chiesa cattolica, diventa subito chiaro come l’obiettivo dell’ISC 2026 possa inserirsi in questa sequenza. 

Lo snodo teologico dell’inculturazione

Le discussioni su un impegno interculturale e multiculturale per il safeguarding non sono, in quest’ottica, nulla di nuovo o di assolutamente straordinario, ma solo una focalizzazione tematica. Dal punto di vista teologico, si tratta dell’inculturazione del messaggio di Gesù Cristo sull’attenzione di Dio verso i deboli, i piccoli, i vulnerabili. In questo senso, l’impegno per una tutela sensibile alle differenze culturali fa parte dell’evangelizzazione e, in quanto tale, è già di per sé un’espressione genuina o una realizzazione di questa tutela, il cui motivo è evidente.

Se il safeguarding è l’attenzione, ispirata a Gesù, nei confronti dei deboli e dei vulnerabili, allora non può essere concepita solo a livello individuale, ma anche collettivo. Non si tratta quindi solo di singole persone, ma anche della loro aggregazione, che trova espressione nelle società e nelle culture. Come dimostrano gli esempi negativi della storia coloniale, anche le aggregazioni possono subire torti e ingiustizie, essere messe a rischio, minacciate e rese vulnerabili rispetto ad altre.

Empowerment e riconoscimento dei propri errori

In questo scenario, alcuni approcci alla realizzazione e alla promozione del safeguarding nei paesi non europei del Sud del mondo appaiono più che problematici, poiché contraddicono l’intenzione fondamentale stessa del safeguarding. Poco efficace a questo proposito è, ad esempio, la richiesta dei finanziatori europei d’allinearsi agli standard di safeguarding da loro stabiliti per ottenere sostegno finanziario. Sarebbe più sensato destinare una parte del sostegno finanziario allo sviluppo autonomo nel campo del safeguarding a livello locale e puntare maggiormente sull’empowerment piuttosto che su sanzioni e imposizioni.

Nella stessa direzione dovrebbe dirigersi una trasformazione del ruolo degli attori non autoctoni, convinti, nella loro veste di specialisti esteri, di dover controllare e supervisionare i loro omologhi locali. La concezione della loro funzione dovrebbe incentrarsi sulla facilitazione di processi di sviluppo co-costruttivi riguardo a principi, elementi e metodi di un safeguarding culturalmente adeguato e che comprenda anche il dialogo e la comprensione delle necessarie differenze.

Tuttavia, gli approcci che contraddicono lo stesso safeguarding non si riscontrano solo tra coloro che dall’esterno s’impegnano a favore di un suo sviluppo nei paesi del Sud del mondo, ma anche tra gli attori locali.

Da un lato, vi è una sorta di obbedienza preventiva, che induce le forze locali a guardare con ammirazione e in modo quasi acritico agli operatori esterni del safeguarding, alle loro possibilità e risorse, senza valorizzare e attingere a sufficienza ai propri punti di forza, come la propria cultura.

Un altro approccio, altrettanto inadeguato, di questa cerchia di persone consiste di fatto nell’esatto contrario di quanto appena descritto. Ci si isola, in alcuni casi persino come espressione e nell’ottica di un impegno anticolonialista, si rinuncia agli stimoli esterni e ci si astiene dal condividere le proprie competenze in materia di safeguarding.

In questo modo si lasciano gli altri «nell’ignoranza», privi di stimoli utili per un’ulteriore evoluzione, il che, in senso più ampio, contraddice esattamente le finalità del safeguarding. Fare safeguarding, infatti, significa semplicemente prendersi cura gli uni degli altri insieme, anche e soprattutto quando se ne parla e si riflette su di esso a livello concettuale.

Di conseguenza, fa parte del safeguarding anche il fatto che coloro che nel corso della storia hanno agito, in misura maggiore o minore, come colonialisti, riconoscano le proprie debolezze culturali, le ammettano e imparino a gestirle, e, confidando e riconoscendo le competenze dei rappresentanti di altre culture, chiedano il loro sostegno e si dimostrino disposti ad apprendere.

Un safeguarding sensibile alle differenze culturali, che nel suo significato multiculturale metta in contatto le culture e in quello interculturale le unisca, rimane una sfida. Una singola conferenza non è sufficiente a questo scopo. Tuttavia, le esperienze maturate in questo contesto sono incoraggianti.

Incontri come quelli tenutisi nell’ambito dell’ISC 2026 aiutano a superare le reciproche riserve e insicurezze attraverso il confronto diretto, stimolano l’interesse verso ciò che è sconosciuto e talvolta estraneo, motivano a coltivare i contatti appena instaurati e mettono in luce la forza di una Chiesa universale capace di conciliare e vivere l’unità e la diversità.

 

Peter Beer,
Hans Zollner

 

1 Secondo la definizione di Wikipedia, l’analisi SWOT (conosciuta anche come matrice SWOT) è uno strumento di pianificazione strategica usato per valutare i punti di forza (strengths), le debolezze (weaknesses), le opportunità (opportunities) e le minacce (threats) di un progetto o in un’impresa o in ogni altra situazione in cui un’organizzazione o un individuo debba prendere una decisione per il raggiungimento di un obiettivo. L’analisi può riguardare l’ambiente interno (analizzando punti di forza e di debolezza) o esterno di un’organizzazione (analizzando minacce e opportunità).

Tipo Articolo
Tema Santa Sede Minori
Area
Nazioni

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