Dibattito - Cammino sinodale italiano: accompagnare il bene
Il Documento di sintesi e la pastorale con persone omoaffettive e transgender
Con papa Francesco è cambiato l’approccio della Chiesa alla questione dell’omosessualità; precedentemente se ne parlava come di un «problema» (cf. la lettera della Congregazione per la dottrina della fede del 1986 Homosexualitatis problema) di morale sessuale.
Motivato dalla esplicita richiesta di papa Francesco al Convegno ecclesiale nazionale di Firenze (2015), il Cammino sinodale italiano aveva come fine il rinnovamento della pastorale della Chiesa italiana alla luce di Evangelii gaudium; questa è la chiave di lettura del Cammino sinodale, del Documento di sintesi e, quindi, anche delle proposte pastorali per le persone omoaffettive e transgender in esso contenute.
Con papa Francesco è cambiato l’approccio della Chiesa alla questione dell’omosessualità; precedentemente se ne parlava come di un «problema» (cf. la lettera della Congregazione per la dottrina della fede del 1986 Homosexualitatis problema) di morale sessuale.
Il Catechismo (nn. 2357-2359) ne tratta tra le offese alla castità: l’accento è sugli atti, sulle relazioni omosessuali e non sull’identità o l’orientamento affettivo delle persone. Tanto che la «tendenza» o inclinazione omosessuale – com’è definita l’omosessualità – è detta «oggettivamente disordinata» in relazione al comportamento e non alle persone («tendenza, più o meno forte, verso un comportamento intrinsecamente cattivo dal punto di vista morale», recita il n. 3 di Homosexualitatis problema; EV 10/906). Un’affermazione che esprime un giudizio morale, non certo una definizione scientifica.1
L’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) invece non definisce l’orientamento sessuale (etero-omo-bisessuale) in base al tipo di pratica sessuale, ma lo fa a partire dall’identità affettiva delle persone: «Attrazione emotiva, romantica e/o sessuale2 verso una persona di sesso diverso, stesso sesso o ambedue i sessi».3 Dal 1990 l’OMS non ritiene più l’orientamento omosessuale una patologia o un disturbo mentale, ma una variante naturale dell’orientamento sessuale che può essere etero-omo-bisessuale; questa affermazione è strettamente scientifica, e quindi certamente non intende esprimere un giudizio morale.
A partire da papa Francesco, quindi, l’omosessualità in quanto tale, distinta dall’eventuale comportamento, comincia a non essere più un «problema» di morale sessuale o familiare, ma una questione d’identità e di dignità umana, e quindi di giustizia e morale sociale (cf. Amoris laetitia, n. 250, dove l’insistenza è sulla non-discriminazione).
Questo è molto chiaro nella dichiarazione Dignitas infinita (n. 55).4 Se ne è trattato nell’ambito dell’accompagnamento e formazione dei giovani nel Documento finale del Sinodo sui giovani (2018),5 a cui fa eco l’esortazione Christus vivit (n. 81).
La morale sessuale, invece, entra in gioco se dal piano dell’identità passiamo a quello del comportamento; analogamente – ma non specularmente – alla condizione delle persone eterosessuali che esercitano la loro sessualità al di fuori della morale sessuale cattolica.6
Per questo è molto significativo che da papa Francesco in poi l’accompagnamento pastorale delle unioni tra persone dello stesso sesso sia trattato contestualmente a quello delle unioni «irregolari» (seconde unioni, convivenze, matrimoni civili) eterosessuali, soprattutto per quanto riguarda le «benedizioni», ma non solo: cf. il Responsum del 2021, la dichiarazione Fiducia supplicans del 2023,7 ma indirettamente anche Amoris laetitia, n. 297.8
Questa premessa ci aiuta a comprendere l’orizzonte dentro cui sono maturate, lungo tutto il Cammino sinodale italiano, le proposte contenute nel Documento di sintesi circa la pastorale con persone omoaffettive e transgender. Un testo che ormai riflette la consapevolezza che molte comunità cristiane coltivano già da tempo circa il riconoscimento e integrazione ecclesiale dei cristiani con diverso orientamento sessuale e identità di genere.
La cura delle relazioni: «Tutti, tutti, tutti»
Si legge nel n. 30 del Documento di sintesi: «Essere segno del regno di Dio implica relazioni autentiche e comunionali, che mostrino le differenze come ricchezza. La comunità ecclesiale vuole essere uno spazio nel quale ognuno può sentirsi compreso, accolto, accompagnato e incoraggiato, con una particolare attenzione a coloro che rimangono ai margini. Siamo coscienti che, per “passare dalla logica escludente del dentro/fuori a una di implicazione e riconoscimento” (Lineamenti per la prima Assemblea sinodale, n. 11), in alcuni casi e su alcuni temi occorre ancora un ulteriore approfondimento, confronto e discernimento comuni, per arrivare, con gradualità, a scelte condivise. Ma, al tempo stesso, non vogliamo rinunciare a tenere ben presente che “lo sguardo di fede rifugge le rigide categorie e domanda di accogliere le sfumature, comprese quelle che a occhio nudo non si vedono” (ivi, n. 6), poiché i “discepoli sono in cammino verso una realtà che ha posto per tutti e tutte” (ivi, n. 20)» (Regno-doc. 21, 2025,640s).
Segue una serie di proposte che elenco senza seguire l’ordine del testo, ma raggruppandole in due categorie: le 4 proposte che riguardano il riconoscimento dell’identità e dignità delle persone omoaffettive e transgender, indipendentemente dalle loro scelte affettive e sessuali (e che quindi non riguardano per sé la morale sessuale); e la proposta (una) che riguarda la morale sessuale e familiare.
Su identità e dignità delle persone omoaffettive e transgender
Afferma il numero 30c: «Le Chiese locali, superando l’atteggiamento discriminatorio a volte diffuso negli ambienti ecclesiali e nella società, si impegnino a promuovere il riconoscimento e l’accompagnamento delle persone omoaffettive e transgender, così come dei loro genitori, che già appartengono alla comunità cristiana» (Regno-doc. 21,2025,641).
In questa proposta – che ha ricevuto l’81% dei voti favorevoli dell’Assemblea sinodale – le Chiese locali vengono impegnate, oltre che nell’accompagnamento ordinario nella vita cristiana, anche al riconoscimento delle persone omoaffettive e transgender9 in quanto tali. Riconoscere non significa necessariamente giustificare tutte le loro scelte; ma significa riconoscerle come persone, come cristiani, con la loro particolare identità affettiva e la loro dignità.
Ri-conoscere comporta anche l’impegno a «conoscere di più» il vissuto di queste persone, per poterle comprendere veramente; rendersi conto che la loro esistenza è già implicata con la vita della comunità, in modi misteriosi. Informarsi dal punto di vista scientifico e sociale, biblico e teologico, per non ripetere stereotipi offensivi, che screditano prima di tutto chi li esprime.
Nel n. 30d è poi proposto: «La CEI sostenga con la preghiera e la riflessione le “giornate” promosse dalla società civile per contrastare ogni forma di violenza e manifestare prossimità verso chi è ferito e discriminato (giornate contro la violenza e discriminazione di genere, la pedofilia, il bullismo, il femminicidio, l’omofobia e transfobia ecc.)» (ivi).
Questa proposta – che ha ricevuto il 77% dei voti favorevoli – va nella linea della collaborazione e del comune impegno della Chiesa con le istituzioni civili contro le discriminazioni e violenze subite dalle persone a causa delle loro diversità, delle condizioni di minoranza o di particolare fragilità. La Chiesa, «maestra di umanità» (Paolo IV), sente il dovere d’essere presente nelle situazioni conclamate d’ingiustizia riconosciute a livello internazionale con i suoi mezzi e risorse: la preghiera, la riflessione e la formazione delle coscienze.
Le giornate citate nella proposta sono solo indicative, altre potrebbero essere menzionate. Solo come esempio, il Ministero dell’istruzione così giustificava con la circolare del 15. 5.2025 l’importanza della Giornata contro l’omotransfobia: «Tale Giornata, in piena sintonia con i principi fondamentali e i valori della Costituzione italiana (…) costituisce un’importante occasione di riflessione per le istituzioni scolastiche, per il personale scolastico e per gli studenti, in ordine ai valori costituzionali di uguaglianza, pari dignità e libertà individuali (…) Alla luce degli effetti negativi del bullismo omofobico sulla carriera scolastica e sulla stessa salute psico-fisica delle giovani vittime, effetti ampiamente documentati dalla letteratura scientifica, la “scuola costituzionale” deve essere sempre più protagonista nel promuovere la cultura del rispetto».10
Il n. 31b propone poi: «Le Chiese locali, sostenute da una indicazione nazionale, con il contributo della pastorale giovanile e familiare, dei movimenti, associazioni, gruppi e realtà civili, avviino, almeno a livello interdiocesano o di regione ecclesiastica, équipe che valorizzino le buone prassi pastorali già in atto e che coordinino nuovi percorsi di formazione alle relazioni e alla corporeità-affettività-sessualità – anche tenendo conto dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere – soprattutto di preadolescenti, adolescenti e giovani e dei loro educatori» (ivi).
Ecco una proposta che ha avuto l’85% dei voti favorevoli dell’Assemblea sinodale e che intenzionalmente inserisce l’attenzione alle persone omoaffettive e transgender in un ambito di pastorale ordinaria, in particolare quella giovanile. Solo con un inciso, questa proposta vuole ricordare anche quei ragazzi e giovani che non hanno l’orientamento affettivo della maggioranza, o che vivono un’insicurezza circa l’identità sessuale, di genere in particolare.
In teoria non sono molti; varie statistiche (IPSOS, 2024) indicano una percentuale di persone che s’identificano genericamente come LGBT+ maggiore per gli appartenenti alla Generazione Z (i nati tra la metà degli anni Novanta e i primi anni 2010); tra il 17% e il 20% di questi (in media in 26 paesi) si identifica attualmente come LGBT+, rispetto all’11% dei Millennials, al 6% della Generazione X e al 5% dei baby boomers.
Il tema dell’identità sessuale è quindi particolarmente delicato nella pastorale giovanile, perché spesso oggetto di pregiudizi, discriminazioni, stereotipi, bullismo e quant’altro. Per questo motivo, se come educatori si decide d’accompagnare i giovani sui temi affettivi e sessuali – delicati per tutti – a maggior ragione dovranno tener conto della particolare vulnerabilità dei ragazzi/giovani omoaffettivi o transgender in quanto vittime di stigma.
Infine il n. 31c propone: «Le Chiese locali vigilino e operino affinché nei vari contesti formativi (gruppi, associazioni, movimenti, nuove comunità, seminari e percorsi di formazione religiosa) non avvengano forme di abuso psicologico, spirituale e di coscienza, anche nell’ambito dell’orientamento sessuale» (ivi).
La fortissima adesione a questa proposta da parte dell’Assemblea sinodale – il 94% – mostra la grande attenzione della realtà ecclesiale al tema degli abusi, e in particolare si chiede una vigilanza operosa della comunità per impedire abusi relativi anche all’orientamento sessuale. Quali possono essere forme di abuso in questo ambito?
L’abuso psicologico si può verificare, ad esempio, quando l’orientamento omoaffettivo viene trattato come patologia, o come una disfunzione dello sviluppo psicosessuale, o come un incidente di percorso verso la maturità umana.
Come ribadito sopra, l’OMS ha indicato l’orientamento omosessuale come non-patologico, anzi una variante naturale. Chi intendesse dire il contrario a una persona che è sotto la sua responsabilità educativa e formativa, compie un grave abuso che, per i danni psicologici che può provocare, va stigmatizzato in modo chiaro e deciso, come ormai da tempo fanno i vari ordini degli psicologi. Sotto questo tipo di abuso ricadono tutte quelle terapie o accompagnamenti volti alla «riparazione» o alla «conversione» dell’orientamento omosessuale.
In questo campo vi può essere abuso anche da parte di una guida spirituale e, in particolare, è necessaria una sana e rigorosa formazione biblica: a questo proposito è ormai imprescindibile il documento della Pontificia commissione biblica, Che cosa è l’uomo (2019, in particolare i nn. 185-195). L’ignoranza, la disinformazione e l’approssimazione nella lettura della Bibbia da parte degli accompagnatori spirituali, sono la principale causa dei disastri spirituali a carico di persone omoaffettive o transgender accompagnate in modo incompetente. Allo stesso modo è necessaria una competenza teologica, morale in particolare, per poter leggere in modo efficace i documenti del magistero sull’argomento prima di esprimere giudizi.
L’abuso di coscienza, invece, è quello che impedisce all’accompagnato di formulare un proprio giudizio di coscienza. Una persona vittima di abuso di coscienza è convinta di peccare se non obbedisce al direttore spirituale; questo è aberrante. Come affermava papa Francesco, «siamo chiamati a formare le coscienze, non a pretendere di sostituirle» (Amoris laetitia, n. 37; EV 32/266).
Sulle situazioni coniugali «irregolari»: ovvero la morale sessuale
Propone il n. 30a del Documento di sintesi: «Le Chiese locali e le conferenze episcopali regionali promuovano percorsi di accompagnamento, discernimento e integrazione nella pastorale ordinaria di quanti desiderano fare cammini di maggiore integrazione ecclesiale, ma sono ai margini della vita ecclesiale e sacramentale a causa di situazioni affettive e familiari stabili diverse dal sacramento del matrimonio (seconde unioni, convivenze di fatto, matrimoni e unioni civili ecc.)» (Regno-doc. 21,2025,641).
In questa proposta, approvata con il 95% dei voti favorevoli, l’Assemblea sinodale chiede semplicemente alle diocesi un sostegno più convinto all’applicazione del c. VIII di Amoris laetitia, che porta proprio questo titolo: «Accompagnare, discernere e integrare la fragilità».
La novità di questa proposta sta nel fatto che tra le situazioni «irregolari» vengono citate anche le unioni tra persone dello stesso sesso (le cosiddette unioni civili). Per la verità, parlando dei criteri pastorali del c. VIII di Amoris laetitia, lo stesso papa Francesco affermava al n. 297: «Non mi riferisco solo ai divorziati che vivono una nuova unione, ma a tutti, in qualunque situazione si trovino» (EV 32/526).
A partire da questa affermazione autorevole di papa Francesco, il card. Walter Kasper affermava nel suo testo Il messaggio di Amoris laetitia (Queriniana, Brescia 2018): «Il papa non lascia spazio a dubbi sul fatto che matrimoni civili, unioni di fatto, nuovi matrimoni tra divorziati e unioni tra persone omosessuali non corrispondono alla concezione cristiana del matrimonio. Dice però anche che alcuni di questi partner possono realizzare in modo parziale e analogo alcuni elementi di un matrimonio cristiano. Come al di fuori della Chiesa cattolica ci sono elementi della vera Chiesa, nelle citate unioni possono essere presenti elementi del matrimonio cristiano, anche se non realizzano pienamente o non ancora pienamente l’ideale. Questo vale soprattutto per unioni con relazioni durature, in presenza di mutuo affetto e di un vincolo di fedeltà, di responsabilità e cura reciproca come la cura e l’educazione dei figli» (55. 62).
D’altra parte anche il famoso Responsum del 2021 che negava la benedizione alle coppie «irregolari» metteva insieme situazioni diverse sotto lo stesso divieto: «Non è lecito impartire una benedizione a relazioni, o a partenariati anche stabili, che implicano una prassi sessuale fuori dal matrimonio (vale a dire, fuori dell’unione indissolubile di un uomo e una donna aperta di per sé alla trasmissione della vita)» (Regno-doc. 7, 2021,212).
Mentre la dichiarazione Fiducia supplicans concedeva una benedizione «pastorale» alle stesse situazioni, pur diverse tra loro (ricordiamo il titolo del c. 3: «Le benedizioni di coppie in situazioni irregolari e di coppie dello stesso sesso»). Nel testo si ripropongono gli stessi criteri di discernimento che sono alla base del c. VIII di Amoris laetitia: «In situazioni moralmente inaccettabili dal punto di vista oggettivo, la carità pastorale ci impone di non trattare semplicemente come “peccatori” altre persone la cui colpa o responsabilità possono essere attenuate da vari fattori che influiscono sulla imputabilità soggettiva» (n. 26; Regno-doc.1,2024,12).
Seguendo queste indicazioni, sono varie le Chiese locali che applicano i criteri del c. VIII di Amoris laetitia, anche per le coppie di persone dello stesso sesso, nella pastorale ordinaria delle comunità cristiane, evitando percorsi specifici che potrebbero comportare una ghettizzazione delle persone, e quindi una forma di discriminazione.
Pino Piva SI *
* Il gesuita Pino Piva si occupa della pastorale con persone omoaffettive e transgender ed è stato membro del Comitato nazionale del Cammino sinodale italiano.
1 Il Catechismo non s’impegna dal punto di vista scientifico; circa l’omosessualità afferma: «La sua genesi psichica rimane in gran parte inspiegabile», n. 2357.
2 L’elemento «sessuale», ovvero l’esercizio effettivo della genitalità, non è essenziale per definire l’orientamento.
3 È più che evidente la differenza tra la «tendenza» omosessuale – come ne parlano i documenti ecclesiastici – e l’«orientamento» omosessuale – come lo definisce la scienza –. Oggetto della tendenza è un comportamento, un atto intrinsecamente cattivo; invece, oggetto dell’orientamento/attrazione è una persona. I documenti ecclesiastici riferendosi alla tendenza, e la scienza riferendosi all’orientamento, non stanno parlando della stessa cosa. Infatti, ad esempio, anche la «tendenza, più o meno forte, verso un comportamento intrinsecamente cattivo dal punto di vista morale» (Homosexualitatis problema, n. 3; EV 10/906) come l’adulterio – percepita da un eterosessuale – è oggettivamente disordinata; dovremmo forse per questo affermare che anche lo stesso orientamento eterosessuale è oggettivamente disordinato?
4 Il n. 55, citando Amoris laetitia, n. 250, recita: «La Chiesa desidera, innanzitutto, “ribadire che ogni persona, indipendentemente dal proprio orientamento sessuale, va rispettata nella sua dignità e accolta con rispetto, con la cura di evitare ‘ogni marchio di ingiusta discriminazione’ e particolarmente ogni forma di aggressione e violenza”. Per questa ragione va denunciato come contrario alla dignità umana il fatto che in alcuni luoghi non poche persone vengano incarcerate, torturate e perfino private del bene della vita unicamente per il proprio orientamento sessuale»; Regno-doc. 11,2024,348.
5 Esso recita al n. 150: «Esistono già in molte comunità cristiane cammini di accompagnamento nella fede di persone omosessuali: il Sinodo raccomanda di favorire tali percorsi. In questi cammini le persone sono aiutate a leggere la propria storia; ad aderire con libertà e responsabilità alla propria chiamata battesimale; a riconoscere il desiderio di appartenere e contribuire alla vita della comunità; a discernere le migliori forme per realizzarlo. In questo modo si aiuta ogni giovane, nessuno escluso, a integrare sempre più la dimensione sessuale nella propria personalità, crescendo nella qualità delle relazioni e camminando verso il dono di sé»; Regno-doc. 21,2018,680.
6 Lo affermava chiaramente anche il famoso Responsum del 2021: «Non è lecito impartire una benedizione a relazioni, o a partenariati anche stabili, che implicano una prassi sessuale fuori dal matrimonio (vale a dire, fuori dell’unione indissolubile di un uomo e una donna aperta di per sé alla trasmissione della vita)» (Regno-doc. 7,2021,212), perché tutte esprimono una prassi intrinsecamente disordinata dal punto di vista morale.
7 Al c. III così titola: «Le benedizioni di coppie in situazioni irregolari e di coppie dello stesso sesso»; Regno-doc. 1,2024,13.
8 «Si tratta di integrare tutti, si deve aiutare ciascuno a trovare il proprio modo di partecipare alla comunità ecclesiale, perché si senta oggetto di una misericordia “immeritata, incondizionata e gratuita”. Nessuno può essere condannato per sempre, perché questa non è la logica del Vangelo! Non mi riferisco solo ai divorziati che vivono una nuova unione, ma a tutti, in qualunque situazione si trovino»; EV 32/526.
9 Questi due termini vengono già usati in alcuni documenti vaticani; in particolare nel Responsum del Dicastero per la dottrina della fede del 3.11.2023: Risposte a s.e. mons. Negri, vescovo di Santo Amaro in Brasile, riguardo alla «possibile partecipazione ai sacramenti del battesimo e del matrimonio da parte di persone transessuali e di persone omoaffettive; Regno-doc. 21,2023,688. Nella traduzione inglese i termini sono: «transgender persons» e «homosexual persons».
10 A maggio-giugno 2026 sono circa 60 le diocesi italiane (e non solo) che hanno celebrato una veglia di preghiera per il superamento dell’omobitransfobia; e circa 20 vescovi le hanno presiedute.