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Attualità
Attualità, 10/2026, 15/05/2026, pag. 257

Leone XIV - Viaggio in Africa: il programma di Leone

Pace, giustizia e comunione sono il segno del pontificato

Elise Ann Allen

Dopo quasi un anno dalla sua elezione al soglio di Pietro avvenuta lo scorso maggio, anno che molti hanno descritto come lento e quasi noioso, nel viaggio di 11 giorni in Africa Leone XIV ha dato il meglio di sé, rivelando sia una serie chiara di priorità sia una forza d’animo d’acciaio sotto un aspetto esteriore calmo.

 

Dopo quasi un anno dalla sua elezione al soglio di Pietro avvenuta lo scorso maggio, anno che molti hanno descritto come lento e quasi noioso, nel viaggio di 11 giorni in Africa Leone XIV ha dato il meglio di sé, rivelando sia una serie chiara di priorità sia una forza d’animo d’acciaio sotto un aspetto esteriore calmo.

Questa forza di carattere si è vista sin dai primi momenti del viaggio, quando Roma si è svegliata con la notizia delle critiche personali del presidente degli Stati Uniti Donald Trump a Leone sulla sua piattaforma social «Truth», definendo tra l’altro il pontefice «debole in materia di criminalità e pessimo in politica estera» (cf. Regno-att. 8,2026,194).

Trump ha insinuato che il papa ha paura della sua amministrazione. Ha detto che Leone «non capisce» le politiche MAGA e lo ha accusato d’appoggiare il possesso di armi nucleari da parte dell’Iran, condannando al contempo le critiche del pontefice all’attacco degli Stati Uniti al Venezuela per il traffico di droga.

Tra le altre cose, Trump ha detto che Leone non sarebbe stato eletto senza di lui e che il pontefice «dovrebbe essergli grato» e «darsi una regolata».

In risposta, Leone è rimasto irremovibile. «Io non ho paura dell’amministrazione Trump. Continuerò a parlare a voce alta del messaggio del Vangelo, quello per cui la Chiesa lavora», ha detto ai giornalisti che gli hanno chiesto un commento all’invettiva mentre era in viaggio verso l’Algeria il 13 aprile.

Durante il suo viaggio dal 13 al 23 aprile nelle quattro nazioni africane (Algeria, Camerun, Angola, Guinea Equatoriale) governate da leader autoritari noti per le accuse di corruzione dilagante a loro carico, papa Leone ha mantenuto la promessa, pronunciandosi con chiarezza contro la violenza, la guerra, la corruzione e le varie forme d’ingiustizia che affliggono il continente.

Figlio di Agostino

Appena atterrato, Leone è rimasto fedele alla sua parola, raddoppiando il suo messaggio di pace e lanciando una critica feroce alla corruzione. Dagli eventi ai messaggi, ha mostrato al mondo le sue chiare priorità: essere un pastore che lotta per la pace e la giustizia, ma farlo, secondo le sue stesse parole, come «figlio di Agostino».

Parlando ai giornalisti durante il volo del 13 aprile da Roma ad Algeri, Leone ha detto che il viaggio in Africa era per lui «molto speciale», e che avrebbe voluto che il suo primo viaggio internazionale da papa fosse proprio nel continente africano; ma che alla fine ha deciso di visitare prima la Turchia e il Libano per esaudire il desiderio di papa Francesco di recarsi in quelle nazioni per promuovere la pace.

Il desiderio d’iniziare dall’Africa assieme alla decisione di porre la prima tappa in Algeria è stato forse l’aspetto più significativo a livello personale per il papa, dati i legami del paese con sant’Agostino. Il giorno della sua elezione, Leone dichiarò al mondo: «Sono un agostiniano, un figlio di sant’Agostino», la cui regola di vita monastica e spiritualità ispira l’ordine a cui Leone appartiene e che ha guidato come priore generale dal 2001 al 2013.

In qualità di superiore generale degli agostiniani, Robert Prevost iniziò il suo mandato visitando per la prima volta nel 2001 l’antica città di Ippona, l’attuale Annaba, in occasione di un convegno su sant’Agostino. Tornò in Algeria alla fine del suo mandato nel 2013 per la riapertura della basilica di Sant’Agostino dopo la conclusione dei lavori di restauro.

La visita in Algeria è la prima di un papa in questa nazione a maggioranza musulmana, un paese con una ricca storia di martiri e di sforzi per costruire la pace e il dialogo dopo una guerra aspra e violenta avvenuta appena 30 anni fa.

Profeta di pace, paladino della giustizia

Fin dall’inizio del suo viaggio, Leone non ha esitato ad affrontare argomenti difficili e delicati, e non si è trattenuto dal lanciare chiare condanne della guerra e fermi appelli alla pace. «Dio desidera per ogni nazione la pace», ha dichiarato Leone nel suo primissimo discorso al monumento ai martiri di Maqam Echahid, eretto in memoria della lotta per l’indipendenza dell’Algeria, conquistata nel 1962.

La pace che Dio desidera, ha detto, è «una pace che non è solo assenza di conflitto, ma espressione di giustizia e di dignità». Il papa, in un’Algeria a maggioranza musulmana, ha anche esortato alla riconciliazione, poiché la nazione porta le cicatrici dei suoi conflitti più recenti, tra cui la guerra d’indipendenza e la «guerra sporca» degli anni Novanta, nota anche nel paese come «decennio nero», durante la quale il Governo ha combattuto contro diversi gruppi ribelli islamisti in un conflitto che ha causato da 100.000 a 200.000 morti.

Ha reso omaggio ai 19 religiosi e religiose uccisi durante quel conflitto e ha incoraggiato cattolici e musulmani a impegnarsi in un dialogo continuo volto alla convivenza pacifica e armoniosa.

Il Camerun ha svelato il papa

È poi arrivato in Camerun con un messaggio netto contro la guerra e la corruzione, affermando che gli sforzi di pacificazione devono basarsi sul concetto cristiano d’amore per il prossimo, anche in ambito diplomatico: il paese è ancora oggi afflitto da tensioni tra maggioranza francofona e minoranza anglofona.

Radicato nelle divisioni dell’era coloniale e nella percezione d’emarginazione e svantaggio politico, economico e finanziario da parte della popolazione anglofona, questo conflitto, soprannominato «crisi anglofona», si è intensificato dal 2016: le proteste contro la discriminazione linguistica si sono trasformate in violenza armata, causando migliaia di morti e sfollamenti su vasta scala. Sebbene sia difficile ottenere cifre esatte, si stima che in 10 anni circa 6.500 persone siano state uccise negli scontri tra le forze governative e i separatisti nelle regioni nord-occidentali e sud-occidentali. Oltre 700.000 persone sono sfollate all’interno del paese e circa 73.000 sono fuggite in Nigeria come rifugiate.

Ed è in Camerun che molti hanno visto papa Leone uscire dal proprio guscio, emergendo con una forza nella voce e nel carattere ardente mai vista prima nel suo primo anno di pontificato, e quasi inaspettata dato il suo temperamento generalmente calmo e il suo tono equilibrato.

Nel discorso alle autorità nazionali e al corpo diplomatico a Yaoundé (15 aprile) ha ribadito il suo appello a «rifiutare la logica della violenza e della guerra, e ad abbracciare una pace fondata sull’amore e sulla giustizia. Una pace che sia disarmata, cioè non fondata sulla paura, sulla minaccia o sugli armamenti; e disarmante, perché capace di risolvere i conflitti, di aprire i cuori e di generare fiducia, empatia e speranza», ha detto, aggiungendo che la pace «non può essere ridotta a slogan: va incarnata in uno stile, personale e istituzionale, che ripudi ogni forma di violenza».

Leone ha fatto sentire la sua voce durante una tappa di un giorno a Bamenda, un punto nevralgico della crisi anglofona, quando la sua dichiarazione pungente secondo cui «il mondo è devastato da una manciata di tiranni» è stata sentita in tutto il mondo.

Con le parole forse le più forti usate sin qui nel suo pontificato, durante un incontro per la pace nella città, Leone ha accusato ad alta voce «i signori della guerra [che] fingono di non sapere che basta un attimo a distruggere, ma spesso non basta una vita a ricostruire. Fingono di non vedere che occorrono miliardi di dollari per uccidere e devastare, ma non si trovano le risorse necessarie a guarire, a educare, a risollevare». Ha poi sottolineato che chi deruba l’Africa delle sue risorse «in genere investe in armi buona parte dei profitti, in una spirale di destabilizzazione e di morte senza fine. È un mondo a rovescio, uno stravolgimento della creazione di Dio che ogni coscienza onesta deve denunciare e ripudiare», ha detto chiedendo «un’inversione a U» basata sulla fraternità.

Ha inoltre ribadito la sua ferma condanna nei confronti di coloro che usano la religione per giustificare la guerra e la violenza, dicendo: «Guai, invece, a chi piega le religioni e il nome stesso di Dio ai propri obiettivi militari, economici o politici, trascinando ciò che è santo in ciò che vi è di più sporco e tenebroso».

In Camerun, Leone ha anche condannato la distribuzione ineguale della ricchezza e ha esortato sia i cittadini sia le autorità a risolvere il problema, rivolgendosi, in un’omelia a Douala, la capitale finanziaria del Camerun, «a quanti hanno la responsabilità sociale e politica di guardare al popolo e al suo bene» (cf. anche in questo numero a p. 261).

La denuncia sociale in Angola

Durante la sua permanenza in Angola, papa Leone ha affrontato questioni quali gli alti tassi di povertà estrema e la corruzione in una nazione ricca di petrolio, nonché le tensioni politiche e le proteste dei cittadini, frustrati dalla leadership autoritaria del paese, contro le politiche governative.

L’Angola, nonostante la sua vasta ricchezza naturale, soffre di grave povertà, con oltre la metà della popolazione, circa il 53%, che vive con meno di 4 dollari al giorno, sebbene sia un importante produttore di petrolio. Le aree rurali ne risentono maggiormente, con circa 11,1 milioni di persone che nel 2020 si stima vivessero con meno di 2,15 dollari al giorno, mentre affrontano alti livelli di inflazione.

Nel saluto alle autorità nazionali, dopo l’incontro con il presidente João Lourenço, il papa ha affermato che l’Africa deve superare i conflitti e l’instabilità politica che paralizzano il continente e ne impediscono uno sviluppo adeguato e completo attraverso un percorso di gioia, dialogo e incontro.

L’Angola «ha in sé una gioia che neppure le circostanze più avverse hanno saputo spegnere. Tale gioia, che conosce anche il dolore, l’indignazione, le delusioni e le sconfitte, resiste e rinasce fra chi ha mantenuto liberi cuore e mente dall’inganno della ricchezza», ha detto riferendosi agli alti tassi di corruzione nella nazione.

Ha parlato anche delle prove che il paese deve affrontare a causa delle potenze straniere e delle industrie estrattive, dicendo che gli angolani sono ben consapevoli che «troppe volte si è guardato e si guarda alle vostre regioni per dare o, più spesso, per prendere qualcosa.  Occorre rompere questa catena di interessi che riduce la realtà e la vita stessa a merce di scambio», ha detto condannando i «prepotenti interessi» che cercano di rivendicare le vaste risorse naturali dell’Africa, lamentando la sofferenza, la morte e la crisi sociale e ambientale causate da questa «logica estrattivistica».

A tal proposito, Leone ha citato il suo predecessore, il santo papa Paolo VI, il quale aveva condannato quello che definiva «l’aspetto senile – del tutto anacronistico – di una civiltà commerciale, edonistica, materialistica, che tenta ancora di spacciarsi come portatrice d’avvenire» e affermava: «Questa generazione è in attesa di qualche altra cosa».

No alla corruzione in Guinea 

Allo stesso modo in Guinea Equatoriale, nonostante la stanchezza fisica dovuta al lungo viaggio, papa Leone non ha vacillato nel suo messaggio contro la corruzione, l’ingiustizia e l’iniqua distribuzione della ricchezza (cf. in questo numero a p. 262). Dalla metà degli anni Novanta, il paese è uno dei maggiori produttori di petrolio dell’Africa subsahariana; tuttavia, la società della Guinea Equatoriale è un contrasto tra una metà della popolazione che vive in condizioni di povertà e uno dei PIL più alti dell’Africa.

Papa Leone, dopo aver incontrato in privato il presidente Nguema Mbasogo, in carica dal 1979 e ampiamente considerato uno dei leader più autocratici e corrotti al mondo, ha denunciato «un’economia dell’esclusione e della inequità», un’economia che «uccide». Ha lamentato il fatto che «la proliferazione dei conflitti armati ha tra i suoi principali moventi la colonizzazione di giacimenti petroliferi e minerari, senza riguardo al diritto internazionale e all’autodeterminazione dei popoli».

Ormai noto per la sua enfasi sulla tecnologia e in particolare per la sua difesa dei diritti dei lavoratori nel contesto della rivoluzione dell’intelligenza artificiale, Leone ha deplorato l’uso delle nuove tecnologie in guerra e ha condannato l’uso del nome di Dio per giustificare la guerra e la violenza. «Il destino dell’umanità rischia di venire tragicamente compromesso. Dio non vuole questo», ha affermato.

In una critica feroce dell’attuale sistema globale, papa Leone ha affermato che il mondo si trova di fronte a questioni che scuotono «le fondamenta dell’esperienza umana» e ha deplorato il fatto che «l’esclusione è il nuovo volto dell’ingiustizia sociale. Il divario tra una “piccola minoranza” – l’1% della popolazione – e la stragrande maggioranza si è ampliato in modo drammatico».

Leone ha espresso una ferma condanna della disparità di reddito e della distribuzione della ricchezza nella società, affermando che i rapidi sviluppi delle nuove tecnologie hanno aggravato e accelerato la speculazione sulle materie prime a livello globale. Questo cambiamento «sembra far dimenticare esigenze fondamentali come la salvaguardia del creato, i diritti delle comunità locali, la dignità del lavoro, la tutela della salute pubblica».

Durante la sua breve visita in Guinea Equatoriale, il papa ha ripetuto questo messaggio e ha esortato a prestare maggiore attenzione alle condizioni sociali e al buon governo – un messaggio diretto alla leadership del paese, che, pur essendo nota per le accuse di corruzione, è cattolica e quindi parte del gregge del papa stesso.

I discorsi e le omelie di Leone XIV durante il suo viaggio in Africa, fedeli al suo nome papale (un omaggio al suo predecessore Leone XIII, autore della storica enciclica Rerum novarum), hanno quindi rivelato un magistero ricco e profondo, impegnato nelle questioni di uguaglianza e giustizia sociale.

La diplomazia vaticana e l’accusa di compiacenza

Una critica degna di nota rivolta a papa Leone durante il suo viaggio in Africa è stata che la sua visita avrebbe dato legittimità a presidenti corrotti e autoritari, chiudendo eventualmente un occhio di fronte a uomini noti per corruzione, violazioni dei diritti umani e intenzionati a mantenere il potere.

In Camerun, ha incontrato Paul Biya, 93 anni, il capo di Stato più anziano del mondo, in carica dal 1982. In Angola, João Lourenço, che nel 2017 è subentrato a José Eduardo dos Santos dopo ben 38 anni al potere, essendo stato eletto nel 1979.

In Guinea Equatoriale, Leone ha incontrato Teodoro Obiang Nguema Mbasogo, 83 anni, cattolico, in carica dal 1982, il che lo rende il secondo capo di Stato più longevo al mondo dopo Biya o il più longevo in assoluto, se si fa risalire il suo Governo al 1979, quando era a capo del consiglio militare al potere nel paese.

Tuttavia, per papa Leone, sebbene da poco in carica, il potere della diplomazia vaticana e la sua posizione di neutralità risiedono proprio nella sua capacità di dialogare con chiunque e di fare la differenza su questioni importanti. Durante il volo di ritorno verso Roma, ha parlato della necessità di dialogare con i leader autoritari e dittatoriali, affermando che la presenza del papa in qualsiasi paese, come quella di qualsiasi capo di Stato, «può essere interpretata in modi diversi. Alcuni potrebbero interpretarla, e in effetti l’hanno interpretata, come: “Ah, il papa o la Chiesa stanno dicendo che va bene che vivano così”. E altri potrebbero dire cose diverse». Ha invece insistito sul fatto che ogni visita papale, pur includendo elementi politici, è principalmente per «visitare un popolo».

A livello politico, ha sottolineato il «grande valore del sistema che la Santa Sede continua a perseguire, a volte con grande sacrificio, per mantenere relazioni diplomatiche con i paesi di tutto il mondo. A volte abbiamo relazioni diplomatiche con paesi che hanno leader autoritari», ha detto, aggiungendo che anche in questi casi c’è l’opportunità di un lavoro a livello diplomatico.

Nonostante le richieste di dichiarazioni più ferme da parte di alcuni, «non facciamo sempre grandi proclami, criticando, giudicando o condannando. Ma c’è un’enorme quantità di lavoro che si svolge dietro le quinte per promuovere la giustizia, per promuovere cause umanitarie, per cercare – a volte – situazioni in cui potrebbero esserci prigionieri politici, e trovare un modo per liberarli. Situazioni di fame, di malattia, e così via».

Mantenendo una posizione neutrale e cercando modi per mantenere relazioni diplomatiche positive con i paesi di tutto il mondo, si «sta in realtà cercando di trovare un modo per applicare il Vangelo a situazioni concrete, in modo che la vita delle persone possa essere migliorata», ha detto Leone.

Leader con il cuore di pastore

Oltre al suo programma sociale e ai messaggi politici diretti, la visita del papa in Africa ha messo in luce anche la sua profonda spiritualità, il suo cuore missionario e il suo profondo istinto pastorale.

Il programma ufficiale prevedeva una messa o un momento di preghiera ogni giorno, oltre a vari incontri con gruppi di persone vulnerabili ed emarginate, come anziani, detenuti e malati mentali. In questi momenti non è emerso il «leone» degli altri incontri, ma piuttosto il pastore gentile e paterno vicino a coloro che hanno più bisogno della tenerezza di Dio.

Ad Annaba (Algeria), il papa ha fatto visita a una casa di riposo gestita dalle Piccole sorelle dei poveri, dove ha lodato le suore per il loro impegno a «vivere insieme nella fraternità (…) Il cuore di Dio è con i piccoli, con gli umili, e con loro porta avanti il suo regno d’amore e di pace, giorno per giorno. Come cercate di fare qui nel vostro servizio quotidiano, nella vostra amicizia, nel vivere insieme», ha detto, definendo il loro stile di vita una fonte di speranza per un mondo in guerra.

Successivamente papa Leone ha incontrato i membri della locale comunità agostiniana, composta da tre frati, dal priore generale dell’ordine, l’americano Joseph Farrell, e dal rappresentante dell’ordine per l’Africa e ha pranzato in privato con loro. Nella messa presso la basilica di Sant’Agostino ha sottolineato il brano della Scrittura del giorno che descrive la conversazione di Gesù con Nicodemo e il profondo desiderio e la ricerca di Dio da parte di Nicodemo. Ogni persona è in grado di sperimentare la libertà di una nuova vita in Cristo, ha affermato, aggiungendo che sant’Agostino «ce ne offre l’esempio: prima ancora che per la sua sapienza, guardiamo a lui per la sua conversione».

Soprattutto nei tempi moderni, questo rinnovamento deve essere messo in pratica, «meditandolo come autentico criterio di riforma ecclesiale: una riforma che inizia dal cuore, per essere vera, e riguarda tutti, per diventare efficace». Leone ha inoltre sottolineato il concetto agostiniano di unità, osservando che le letture bibliche del giorno descrivevano la comunità cristiana come «un cuor solo e un’anima sola», affermando: «Questa unità spirituale è una concordia: parola che significa bene la comunione di cuori che palpitano insieme, perché uniti a quello di Cristo».

Eletto con la speranza che sia in grado di riportare l’unità e l’armonia in una Chiesa e in una società divise, papa Leone XIV ha affermato che è compito dei pastori della Chiesa «dare testimonianza di Dio al mondo con un cuor solo e un’anima sola, senza che le preoccupazioni ci corrompano con la paura né le mode ci indeboliscano con il compromesso».

In Camerun, oltre alle sue energiche condanne della guerra e della violenza, ha anche offerto un messaggio di consolazione a un popolo sofferente, durante la messa che ha concluso la sua tappa a Bamenda, incoraggiando la popolazione locale a «comporre nuovamente il mosaico dell’unità mettendo insieme le diversità e le ricchezze del paese e del continente». Solo in questo modo sarà possibile «edificare una società in cui regnino la pace e la riconciliazione», perché «Dio è novità, Dio crea cose nuove, Dio ci rende persone coraggiose che, sfidando il male, costruiscono il bene».

In Angola, ha visitato una casa di riposo nella città di Saurimo, la cui economia locale dipende principalmente dall’agricoltura, dall’allevamento e dai diamanti, e dove ha ascoltato le testimonianze degli anziani e ha assistito ai loro canti e alle loro danze. Lì ha ribadito: «La cura delle persone fragili è un segno molto importante della qualità della vita sociale di un paese. E non dimentichiamo: le persone anziane non vanno solo assistite, vanno prima di tutto ascoltate, perché custodiscono la saggezza di un popolo».

Un’altra tappa che ha messo in luce il Leone pastore è stata quella nella città di Bata, dove, tra le altre cose, ha visitato una prigione. Rivolgendosi ai ministri e alle autorità di una nazione tristemente nota per le accuse di violazioni dei diritti umani e le pessime condizioni carcerarie, Leone ha esortato le autorità a garantire un trattamento dignitoso e a promuovere una maggiore coesione sociale. «L’amministrazione della giustizia – ha detto – ha lo scopo di proteggere la società, ma per essere efficace deve sempre investire sulla dignità e sulle potenzialità di ogni persona. Una vera giustizia cerca non tanto di punire, ma soprattutto di aiutare a ricostruire la vita sia delle vittime, sia dei colpevoli, sia delle comunità ferite dal male. Non c’è giustizia senza riconciliazione. È un lavoro immenso, di cui una parte può avvenire dentro la prigione e un’altra parte, ancora maggiore, deve coinvolgere tutta la comunità nazionale, per prevenire e riparare le ferite provocate dall’ingiustizia», sono state le sue parole.

Con un’immagine potente, una volta partito il papa, i detenuti, che stavano cantando il loro canto finale, hanno rotto le file, ballando e volteggiando liberamente nel cortile della prigione sotto la pioggia battente, intonando «Libertad!», mentre le porte della prigione venivano chiuse.

Tutti questi appuntamenti hanno dimostrato che, oltre al chiaro e ricco magistero sociale che sta prendendo forma nel suo pontificato, e a prescindere dalla piattaforma programmatica che ha rivelato come papa e dalla forza di carattere che si sta consolidando nel suo nuovo ruolo, Leone rimane ancora l’uomo che ha dedicato la propria vita al servizio dei più bisognosi e dei più vulnerabili.

In Africa, papa Leone XIV è emerso nella sua interezza: intento a portare il messaggio di Dio di amore, pace e giustizia a un mondo sofferente e diviso che ha bisogno del Vangelo.

 

Elise Ann Allen *

 

Elise Ann Allen è una giornalista americana. Dal 2018 lavora come corrispondente a Roma della testata on-line Crux. È autrice di Papa Leone XIV. La biografia, Mondadori, Milano 2026; cf. Regno-att. 18,2025,527.

Tipo Articolo
Tema Leone XIV
Area AFRICA - MEDIO ORIENTE
Nazioni