Dibattito - Cattolicesimo-pacifismo: il rischio della retorica
E la necessaria, quanto scarsa, parresia
Il cristianesimo dei cattolici è forse divenuto una delle tante forme di utopismo pacifista? Vuoi l’utopismo che narcotizza i più, vuoi quello che è risorsa preziosa nelle mani di chi cede alle tentazioni dell’opportunismo clericale o paraclericale. Insomma, in materia di uso delle armi la parresia cristiana è ancora distinguibile dalla retorica pacifista?
Dibattito
Cattolicesimo-pacifismo
Il rischio della retorica
E la necessaria, quanto scarsa, parresia
Immaginiamo che un gruppo di turisti proveniente da Marte si fosse trovato qualche tempo fa a passare per piazza San Pietro. Molto probabilmente avrebbe potuto sentir parlare di «martoriata Ucraina». Freschi di un corso di lingua italiana, probabilmente quei turisti avrebbero capito che in Ucraina si era verificato un gravissimo terremoto.
Che impressione farebbe a questi marziani scoprire che in Ucraina non c’è stato alcun terremoto, ma che lì da 4 anni è in corso un’invasione da parte della Russia di Putin e che, per di più, a essere presi di mira sistematicamente sono anche civili inermi che vivono a centinaia di chilometri dal fronte e non partecipano in alcun modo agli scontri? Che impressione farebbe ai nostri ipotetici marziani scoprire che, facendo quello che ha fatto, il regime putiniano ha violato trattati cui aveva aderito (da quelli fondativi dell’ONU, a quello di Helsinki, a quelli seguiti alla separazione tra Ucraina e Russia dopo il crollo della Unione Sovietica)?
E allora, come quei marziani interpreterebbero il ricorso sistematico alla espressione «martoriata Ucraina» con la quale piuttosto vagamente si indica la gravità degli effetti mentre scrupolosamente si tace degli autori di quei medesimi effetti?
Per chi come noi vive invece su questo pianeta, e magari si trova anche a essere cattolico, la domanda che sorge è un’altra. Il cristianesimo dei cattolici è forse divenuto una delle tante forme di utopismo pacifista? Vuoi l’utopismo che narcotizza i più, vuoi quello che è risorsa preziosa nelle mani di chi cede alle tentazioni dell’opportunismo clericale o paraclericale.
Insomma, in materia di uso delle armi la parresia cristiana è ancora distinguibile dalla retorica pacifista?1
Il Catechismo
Certamente finora nessuno ha abolito il magistero ufficiale della Chiesa cattolica in materia d’uso delle armi. Per brevità, basta ricordare che, tra le altre affermazioni, al numero 2308 del Catechismo della Chiesa cattolica si legge: «Fintantoché esisterà il pericolo della guerra e non ci sarà un’autorità internazionale competente, munita di forze efficaci, una volta esaurite tutte le possibilità di un pacifico accomodamento, non si potrà negare ai Governi il diritto di una legittima difesa».2
Della legittima difesa attraverso il ricorso alla forza militare il Catechismo indica quattro condizioni: «Che il danno causato dall’aggressore alla nazione o alla comunità delle nazioni sia durevole, grave e certo; che tutti gli altri mezzi per porvi fine si siano rivelati impraticabili o inefficaci; che ci siano fondate condizioni di successo; che il ricorso alle armi non provochi mali e disordini più gravi del male da eliminare» (2309).
Di conseguenza «coloro che si dedicano al servizio della patria nella vita militare sono servitori della sicurezza e della libertà dei popoli. Se rettamente adempiono il loro dovere, concorrono veramente al bene comune della nazione e al mantenimento della pace» (2310).
Tuttavia, nonostante la chiarezza del magistero, il pacifismo dilaga tra i cattolici e, diversamente da un passato anche recente, risale pure e di molto lungo i gradi della gerarchia ecclesiastica.
Forse un confronto può aiutarci a cogliere le dimensioni di ciò che sta avvenendo nella Chiesa e tra i cristiani.
Altri tempi …
Tra la fine degli anni Settanta e gli inizi degli anni Ottanta del Novecento (poco più di 40 anni fa, non qualche millennio) l’Unione Sovietica puntò i propri missili con testate nucleari multiple sull’Europa occidentale e in particolare sulla Germania occidentale (paese aderente alla NATO). In risposta a questa gravissima minaccia, forse il più grande cancelliere socialdemocratico tedesco, Helmut Schmidt, chiese agli Stati Uniti di schierare i missili Pershing e Cruise come forma d’adeguata deterrenza.
Si aprì allora un grande dibattito, anche intraecclesiale e teologico, sulla liceità della deterrenza e, più in generale, della difesa militare della libertà e dei diritti. L’Italia e il cattolicesimo italiano risultarono particolarmente coinvolti in questa vicenda e nel dibattito a essa collegato anche perché la risposta alla minaccia sovietica interessava pure alcune basi collocate nel nostro paese e in particolare quella siciliana di Comiso. Non marginale fu allora la partecipazione di cattolici italiani alle mobilitazioni contrarie alla risposta in termini di deterrenza alla minaccia sovietica, manifestazioni guidate dal PCI di Berlinguer.3
Ciò che qui interessa di più è che in quel frangente diverse conferenze episcopali nazionali, a cominciare da quella della Germania occidentale,4 produssero documenti d’elevato spessore teologico: non solamente esortazioni e auspici, certamente non solo battute, ma un discernimento preciso e argomenti ben definiti. Il livello al quale si svolsero allora la riflessione e il discernimento è per noi in questo momento perfino più importante delle conclusioni (pure importantissime) cui si giunse.
Di qui l’interrogativo: oggi stiamo conducendo una riflessione e un discernimento ecclesiali di un livello almeno paragonabile a quello d’allora?
… e oggi invece
Ben altro abbiamo ascoltato in questi ultimi tempi: quanto ai contenuti e quanto allo stile. Il 27 febbraio 2022, mentre gli ucraini resistevano all’assalto portato contro l’aeroporto della capitale Kiev da parte dei paracadutisti e delle forze corazzate di Putin, assalto che sarebbe stato poi fermato e respinto, la Comunità di Sant’Egidio e il suo leader Andrea Riccardi presentavano pubblicamente a Putin e Zelensky la richiesta di proclamare Kiev «città aperta».5
Nel testo non solo non veniva fatta nessuna differenza tra aggressore e aggredito, non solo non s’invitavano le persone di buona volontà e la comunità internazionale a soccorrere e sostenere l’aggredito (aggredito in violazione del diritto e di tanti trattati sottoscritti dall’aggressore), ma si proponeva di sottrarre al legittimo potere politico ucraino il controllo fisico dei propri centri di Governo e di consegnare una sorta di vittoria a tavolino a Putin il quale esplicitamente si riprometteva di cancellare la libertà e la autonomia di Kiev.
La libertà e l’autonomia dell’Ucraina sarebbero state infatti ben poco difendibili da un Governo legittimo cacciato dai propri centri di comando e da forze armate la cui guida politica veniva quanto meno parzialmente allontanata, se non del tutto esautorata e pubblicamente delegittimata e umiliata. In seguito abbiamo ascoltato inviti, anche autorevolissimi, rivolti agli ucraini perché alzassero «bandiera bianca» di fronte all’aggressore, e ciò – come se non bastasse – proprio mentre diveniva evidente che era l’aggressore a mancare la maggior parte degli obiettivi che si era dato e dunque che la resistenza ucraina stava funzionando.
Contemporaneamente abbiamo ascoltato condanne generiche del commercio delle armi il che, lo si intenda o meno, equivale a consegnare un potere assoluto agli Stati più potenti, quelli che le armi se le producono in casa e non hanno bisogno d’acquistarle. Come potrebbero difendersi dalle aggressioni i paesi più piccoli se non anche acquistando armi?
Se è vero, come si legge in un documento della Conferenza episcopale italiana (CEI), che «il ricorso all’uso della violenza a scopo difensivo può dirsi legittimo solo in presenza di un’aggressione in atto», è allora però inspiegabile la ragione per la quale in quello stesso documento vengono giudicate «contraddittorie (…) quelle proposte di pesanti investimenti sul piano degli armamenti e delle tecnologie militari che hanno fatto seguito all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. Le necessità della difesa non devono diventare occasione per contribuire al riarmo globale di questi anni, distraendo risorse dalla costruzione di una comunità più umana».6
Come si potrebbe usare («legittimamente» dice la stessa CEI) una forza militare quando ci si trovasse sotto attacco, se quella stessa forza non fosse già disponibile grazie anche a un costante e consistente flusso di investimenti? Si può fare agli aggressori un regalo migliore di quello costituito dalla condanna preventiva del prepararsi alla difesa? E una posizione del genere non equivale forse alla condanna di quel gruppo di cattolici, come Alcide De Gasperi, che dai primi anni Cinquanta avrebbero voluto dentro la NATO una Comunità europea di difesa?
Allora non era in corso alcuna guerra. Lo scopo della Comunità europea di difesa era quello di evitarla anche per mezzo di una adeguata deterrenza e di prepararsi alla difesa qualora mai fosse divenuta necessaria. Non sarebbe ormai ora che di nuovo nella Chiesa, senza eccezioni, si prendessero le distanze da ogni doppiezza simil-berlingueriana e si cessasse – se non altro per pudore – di fare i pacifisti all’ombra di una sicurezza pagata da altri?
Per non dire – vero e proprio scandalo – di quante volte negli ultimi anni abbiamo dovuto assistere all’amputazione del giustamente celebre discorso di Paolo VI all’ONU (4.10.1965). Quante volte di quel discorso è stato citato solo il passaggio «non più la guerra, non più la guerra!» (n. 5) e si è sistematicamente taciuto ciò che Paolo VI aveva detto pochi secondi e poche righe dopo: «Finché l’uomo rimane l’essere debole e volubile e anche cattivo, quale spesso si dimostra, le armi della difesa saranno necessarie, purtroppo»! (ivi).
Che cosa resta del significato del primo passaggio ogni volta che viene taciuto il secondo? Come ciascuno può facilmente accertare, lo spirito e la lettera dell’insegnamento montiniano erano quelli d’appoggiare l’estensione più larga possibile del diritto anche alle relazioni internazionali nella piena ed esplicita consapevolezza che ciò esigeva anche la disponibilità di una forza militare capace di minacciare credibilmente sanzioni a chi avesse violato quel diritto.
E infine: a che serve tacere che quel poco di pace che c’è stata dalla fine del Secondo conflitto mondiale si deve anche – certamente non solo – alla credibile deterrenza militare di cui disponevano le società libere rispetto ai regimi dittatoriali?
La via istituzionale e quella individuale
Al contrario, mai o quasi mai in questi ultimi tormentatissimi anni è capitato di riascoltare – con pari forza e simile solennità – l’affermazione del ferreo legame richiamato da Giovanni XXIII tra pace e diritto (pax opus iustitiae), mentre della Pacem in terris, nella quale ciò era insegnato, spesso ben ci si è guardati dal citare altro che il titolo dopo averlo di fatto ridotto al rango di slogan puerile.
Mai o quasi mai si è potuto riascoltare l’insegnamento della Gaudium et spes (cf. ad esempio n. 37), la quale avverte che è ingenuo, o empio, ritenere che prima dell’ultimo giorno possa instaurarsi un regime che emendi da ogni forma di male la vita sociale e che, dunque, renda superflua la disponibilità anche di una forza militare a protezione del diritto nella forma di credibile minaccia di sanzione, a livello locale e ancor di più a livello internazionale (cf. ad esempio il n.79).7
Mai o quasi mai è stato dato di riascoltare l’insegnamento di Benedetto XVI il quale ricordava che la carità si realizza per due vie, l’una e l’altra egualmente indispensabili, e con logiche specifiche e distinte l’una dall’altra: la via individuale e la via istituzionale (cf. lett. enc. Caritas in veritate, n.7); che esse funzionano ciascuna in modo diverso; che la carità non esenta dalla giustizia; che le istituzioni non funzionano come gli individui; che non si ama nessuno se di questi non si protegge innanzitutto la libertà e dunque i diritti.
È tremendamente fuorviante, seppur in buona fede, che si lasci credere che le istituzioni sociali opererebbero meglio se a esse si estendesse la logica che vale per i comportamenti individuali a cominciare dal «porgi l’altra guancia».8
Mai o quasi mai in questi ultimi anni è stato dato di riascoltare tutto il magistero e la tradizione che furono alla base dell’azione della Santa Sede di Paolo VI e del card. Agostino Casaroli, che portarono all’elaborazione e alla ratifica dei trattati di Helsinki9 o quanto ispirò la celebre espressione di papa Wojtyła secondo cui la Chiesa è pacificatrice e non pacifista.
E ancora: quale effetto avrebbe fatto riascoltare almeno qualche volta in questi ultimi 4 anni parole come quelle con le quali il 4.6.2004 Joseph Ratzinger, da vescovo e da tedesco, ricordava lo sbarco alleato in Normandia, inizio della fine dei regimi nazista e fascista, dicendo: «Se mai nella storia si è verificato un bellum iustum è qui che lo troviamo, nell’impegno degli Alleati, perché il loro intervento operava nei suoi esiti anche per il bene di coloro contro il cui paese era condotta la guerra».
Una guerra che erano stati Hitler e Mussolini a cominciare, ai quali i pacifisti avevano concesso tutto il credito e lo spazio possibili, con i quali inizialmente il comunista Stalin si era alleato, ma contro i quali a lungo la Gran Bretagna di Winston Churchill aveva resistito quasi da sola in attesa dell’intervento statunitense e canadese.
E chi ha ripetuto parole analoghe a quelle che il card. Camillo Ruini dedicò ai morti di Nassiriya? Isolata è risultata la voce dei vescovi della COMECE la cui Presidenza ha ringraziato coloro che hanno «fornito un sostegno umanitario, politico, economico, finanziario e militare senza precedenti all’Ucraina e al suo popolo negli ultimi anni».10
Come mai parole come queste non sono risuonate, non al posto, ma accanto ad altre, se non rarissimamente nella Chiesa di oggi? Come mai?
Pace e demagogia
Non è certo semplice dare una risposta esaustiva a questa domanda, proprio mentre essa si sta facendo ogni giorno più pressante. Tra le altre cose, rispondere a questo interrogativo richiederebbe anche un discernimento sul pontificato di papa Francesco, operazione tanto complessa e probabilmente ancora prematura.
Non sono certo mancati testi nei quali è possibile trovare richiamato il nesso forte tra pace e diritto. Pertanto non è assolutamente possibile dire che il magistero sia stato silenziato o mutato. Ciò che invece è facile rilevare è che affermazioni come quelle appena ricordate sono sempre circondate da una quantità enormemente superiore di affermazioni che potremmo classificare come espressioni di emozioni o di auspici. Di per sé queste ultime non costituiscono alcuna contraddizione rispetto ai pochi passaggi strettamente magisteriali.
Semmai, il problema è generato dallo squilibrio tra le rispettive quantità e in qualche caso da una certa parsimonia nell’aggiunta di dettagli chiarificatori (a cominciare da quelli grazie ai quali non si riduce ogni impiego delle armi a «guerra»). In tali condizioni, l’effetto inevitabile e facilmente verificabile è che i toni emotivi e gli auspici, che dovrebbero servire a destare le menti e ad aprire i cuori ai contenuti del magistero, rischiano d’assumere loro direttamente il ruolo e il peso di affermazioni dottrinali o di prescrizioni morali – ruolo e peso che invece non è legittimo che abbiano –.
Non c’è nulla di male a desiderare la pace, ci mancherebbe altro! Quante volte lo fa il salmista! Quante volte lo fa ogni povero credente nella propria vita! Il rischio, però, è che, lasciando implicite altre delicate e indispensabili precisazioni, l’espressione di tale desiderio sia percepita come promessa di qualcosa (la pace) che effettivamente possa essere realizzata prima dell’ultimo giorno. Sicché la profezia e la parresia decadono a demagogia.
Il silenzio pesa
È difficile comprendere la ragione per cui in materia di guerra e di uso della forza militare oggi assistiamo a questa diseguale distribuzione di spazi, di fatto fortemente penalizzante la recezione ordinaria degli elementi strettamente magisteriali.11 È difficile comprendere la ragione che sostiene questa parsimonia nel dettagliare affermazioni dottrinali assolutamente ineccepibili che, se prive di essenziali e dunque indispensabili precisazioni, fatalmente sono esposte al rischio di fraintendimenti e di strumentalizzazioni.
Sicché torna la domanda: ciò avviene forse per ragioni pastorali? Ma quali? In questo modo non si espongono i credenti a una immancabile delusione ogni volta che essi sono chiamati a scontrarsi con la dura realtà della vita?
Lo si fa forse per paura? Certamente viviamo momenti terribili e aver paura è del tutto ragionevole. Tuttavia, da credenti e anche da pastori, ci possiamo forse permettere di cedere alla paura?
Dopo decenni, come Chiesa cattolica siamo ancora costretti a curare le ferite prodotte da certi silenzi sulla Shoah che si andava consumando tra gli anni Trenta e gli anni Quaranta del Novecento. È saggio, invece che apprendere la lezione, placarsi la coscienza nella speranza, anzi nella certezza, che fra qualche lustro la Chiesa guardando ai nostri tempi avrà comunque la fortuna, anzi la Grazia, di potersi vantare di altri van Galen, Bonhöffer, giovani come quelli della Rosa bianca, delle Aquile randagie, dei Ribelli per amore e di altri eredi delle centinaia di medaglie d’oro guadagnate da donne e uomini d’Azione cattolica che presero parte alla Resistenza contro il nazi-fascismo e alla lotta partigiana: testimoni della fede nella lotta e di una lotta senza odio?
Non abbiamo paura che un giorno qualcuno rinfacci alla Chiesa la cura con la quale (giustamente) ha chiesto e ottenuto che le forze armate e le forze di polizia italiane proteggessero armi in pugno le funzioni e le processioni dell’ultimo giubileo mentre di analoga protezione armata a vantaggio di ucraini e ucraine aggrediti dalla Russia di Putin (e simili) la stessa Chiesa non faceva richiesta altrettanto efficace e pubblica?
Non cogliamo il rischio che nell’esercizio ecclesiale del munus docendi quella che potrebbe essere scambiata per retorica pacifista involontariamente oscuri e silenzi la parresia cristiana, l’essenziale realismo del cristianesimo?
Il laico Mattarella
Dalle circostanze sulle quali ci si è soffermati conviene trarre un ulteriore insegnamento.
Con gli stessi eventi storici sui quali ci siamo soffermati ha avuto a che fare anche un altro cattolico, Sergio Mattarella. Questi nell’esercizio del proprio apostolato laicale si è trovato e si trova a ricoprire il ruolo di presidente della Repubblica italiana. Proviamo allora a rileggere alcuni suoi interventi rivolti all’intera opinione pubblica,12 a uditori accademici,13 a un uditorio diplomatico.14
È ovvio che la differenza tra l’apostolato dei pastori e quello dei laici suggerisce al lettore di non sorprendersi per la differenza tra le prese di posizione degli uni e quelle degli altri. Qui, però, sorge la domanda: quali differenze ci dovremmo aspettare di trovare e quali in effetti troviamo?
Negli interventi di Mattarella leggiamo innanzitutto una precisa denuncia di quale sia il responsabile principale dell’invasione dell’Ucraina e degli efferati crimini che lì sono stati perpetrati anche ai danni di inermi civili. Non solo, Mattarella non si fa scrupolo d’equiparare l’invasione putiniana dell’Ucraina alle imprese criminali di Adolf Hitler. Il presidente non si astiene dal sottolineare la violazione operata dalla Russia di Putin di trattati sottoscritti, a cominciare da quelli costitutivi delle Nazioni Unite e da quello di Helsinki. Né Mattarella ha paura di giudicare fecondo il sacrificio di ucraini e ucraine che resistono all’invasore.
Mattarella accompagna e corrobora le sue affermazioni con una martellante ripetizione del nesso essenziale tra pace e diritto. Inoltre, nelle sue prese di posizione è ribadito il primato dei diritti delle persone rispetto a quelli degli Stati. È su questa base che Mattarella non fa alcuna differenza tra i crimini perpetrati a Gaza (e altrove) e quelli perpetrati in Ucraina (almeno apparentemente considerati meno degni di protesta da tanta parte del mondo ecclesiale).
Nessuno scandalo è manifestato da Mattarella di fronte alla decisione assunta dalle democrazie dell’Unione Europea di aumentare sensibilmente la propria spesa militare. Invece dell’invito ad alzare «bandiera bianca» di fronte all’aggressore, Mattarella sprona a rifiutare persino la prospettiva di un «vassallaggio felice».
Se si confronta la quasi totalità dei testi e delle prese di posizione provenienti dalla Chiesa e dal mondo cattolico con i testi e le prese di posizione del laico cattolico presidente della Repubblica pro tempore, a sorprendere non è affatto la differenza tra questi e quelli. Semmai, a sorprendere è che ci si sarebbe aspettati un’altra differenza, anzi: la differenza opposta.
Per spiegare la sorpresa di fronte a una differenza inattesa, conviene ricordare un intervento magisteriale sul rapporto tra cristiani e politica che è passato alla storia per non essere certo uno dei più accomodanti. Il riferimento è al ben noto testo dal titolo Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica, datato 24.11.2002, emesso dalla Congregazione per la dottrina della fede e firmato dal card. Joseph Ratzinger.
Nel testo che parlava di «principi non negoziabili» (n. 3)15 e che della condanna da parte della Chiesa e dei suoi pastori dell’aborto faceva un punto fermo, possiamo anche leggere che «Giovanni Paolo II, continuando il costante insegnamento della Chiesa, ha più volte ribadito che quanti sono impegnati direttamente nelle rappresentanze legislative hanno il “preciso obbligo di opporsi” a ogni legge che risulti un attentato alla vita umana. Per essi, come per ogni cattolico, vige l’impossibilità di partecipare a campagne di opinione in favore di simili leggi né ad alcuno è consentito dare a esse il suo appoggio con il proprio voto. Ciò non impedisce, come ha insegnato Giovanni Paolo II nella lettera enciclica Evangelium vitae a proposito del caso in cui non fosse possibile scongiurare o abrogare completamente una legge abortista già in vigore o messa al voto, che “un parlamentare, la cui personale assoluta opposizione all’aborto fosse chiara e a tutti nota, potrebbe lecitamente offrire il proprio sostegno a proposte mirate a limitare i danni di una tale legge e a diminuirne gli effetti negativi sul piano della cultura e della moralità pubblica”» (n. 4; EV 21/ 1417).
In breve, secondo questa nota dottrinale, il cattolico impegnato in politica, trovandosi senza altre alternative di fronte a una proposta di legge più abortista e una un po’ meno abortista, potrebbe lecitamente offrire il proprio sostegno a quest’ultima.
Insomma, tra i compiti dei pastori – non certo il solo – c’è quello di richiamare i principi, mentre tra i compiti dei laici vi è quello di cercare il massimo del possibile, di mediare i principi nelle condizioni date finché questo è possibile.
Allora, se si assume la prospettiva della Nota dottrinale, ci aspetterebbero da un lato pastori e attori pastorali in genere che richiamano al dovere di sostenere anche militarmente la resistenza ucraina e dall’altro politici cattolici che di quei richiami fanno propria solo la parte realisticamente praticabile (e magari in parte ne smorzano i toni). Non è questo però ciò cui ci siamo trovati di fronte in questi ultimi anni quando si sono verificate aggressioni militari ingiustificate, ma l’opposto. In materia di giustizia e di difesa del diritto il realismo di un politico cattolico – Sergio Mattarella – è risultato più esigente dei richiami provenienti dai pastori.
Lungi dal pronunciare un giudizio e men che mai un giudizio definitivo, credo che tutti si abbia il dovere di lasciarsi interrogare da questo inatteso ribaltamento.
Ciò che si può aggiungere, in attesa che qualcuno vada più avanti nell’analisi e nel discernimento, è che, a ben guardare, non è la prima volta che un ribaltamento del genere si verifica, neppure nella storia politica italiana recente. Tanto per fare un solo altro esempio, è sufficiente ricordare che gli accurati studi di Pietro Scoppola e poi del gesuita Giovanni Sale hanno abbondantemente documentato con quale coraggio e con quale determinazione Alcide De Gasperi abbia portato a compimento l’iscrizione nella Costituzione italiana del principio della libertà religiosa, resistendo anche alle pesanti pressioni a favore di una soluzione confessionale che gli venivano non solo da larga parte del mondo cattolico, non solo dagli ambienti de La Civiltà cattolica, ma pure dallo stesso Pio XII e da alcuni dei suoi più stretti collaboratori (cf. in questo numero a p. 281).
Salvo dover constatare che, poco meno di 20 anni dopo quei fatti, il concilio ecumenico Vaticano II promulgava la dichiarazione sulla libertà religiosa Dignitatis humanae che del principio tenacemente sostenuto da De Gasperi anche contro le pressioni clericali e confessionalistiche fece insieme un punto di svolta e un perno della riforma della Chiesa varata dal Vaticano II.16
Luca Diotallevi
1 Con ciò non si disprezza in alcun modo l’importante e meritevolissima assistenza umanitaria che attori ecclesiastici hanno fornito all’Ucraina né il loro impegno per il recupero di alcuni dei bambini rapiti da Putin. In questi campi è sempre cosa molto buona affiancare gli sforzi di organizzazioni come la Croce rossa internazionale. Il punto è se limitarsi a questo non riduca la Chiesa e i cattolici alla stregua di un mero doppione di una qualsiasi istituzione umanitaria costitutivamente neutrale.
2 Costruiti su abbondanti riferimenti alle Scritture, a sant’Agostino, a san Tommaso, al Vaticano II e alla Populorum progressio.
3 Vale la pena ricordare che la risposta della NATO fu tra i fattori che accelerarono il crollo dell’URSS e la liberazione di intere nazioni dell’est Europa dalle dittature comuniste, il tutto senza sparare un colpo. Parimenti vale la pena ricordare che, già all’apice della propria carriera politica (1976), l’on. Berlinguer si disse fortunato d’essersi ritrovato dalla parte della Cortina di ferro protetta dalla NATO; guarda caso lo stesso Berlinguer si era sempre battuto (e tornò a battersi) contro la permanenza dell’Italia in quella NATO.
4 Si pensi ad esempio al testo Wähle das Leben del 1982.
5 Cf. il relativo comunicato sul sito della Comunità di Sant’Egidio, consultabile all’indirizzo bit.ly/4d7DUri.
6 Conferenza episcopale italiana, nota pastorale Educare a una pace disarmata e disarmante, 5.12.2025; Regno-doc. 1,2026,39.30
7 L’utopismo pacifista semplicemente rimuove il discernimento sul ricorso alla forza militare operato dal Vaticano II e dunque lo contraddice nel modo più radicale, paragonabile solo a quello – speculare – dei sostenitori del fatto che la guerra sia comunque giusta quando a farla sono i cattolici.
8 Con la Gaudium et spes e la Dignitatis humanae ingenuità o travisamenti del genere dovevano essere stati banditi una volta per tutte dagli amboni e dalle cattedre cattoliche.
9 E alla definizione della nozione d’«ingerenza umanitaria».
10 Presidenza del Consiglio delle conferenze episcopali d’Europa (COMECE), Dichiarazione a sostegno dell’Ucraina e del suo popolo in un contesto di crescente complessità e incertezza geopolitica, 4.3.2025; Regno-doc. 7,2025,193. Tra le eccezioni va annoverata anche la recente iniziativa a sostegno dell’Ucraina del card. Christoph Schönborn.
11 E questo senza considerare altri incredibili silenzi come quello delle autorità religiose ed ecclesiastiche, locali e universali, sui crimini efferati sistematicamente perpetrati nella Striscia di Gaza da Hamas tra il 2005 e il 6 ottobre 2023 – si badi – ai danni dei palestinesi e al soldo di Teheran nel quadro della abolizione a Gaza d’ogni istituto democratico e in esplicita opposizione alla prospettiva dei «due Stati».
12 Cf. S. Mattarella, Intervento in occasione della cerimonia per lo scambio di auguri di fine anno con i rappresentanti delle istituzioni, delle forze politiche e della società civile, 19.12.2025; Id., Messaggio di fine anno, 31.12.2025 consultabili sul sito della Presidenza della Repubblica rispettivamente agli indirizzi bit.ly/3PLqoAq e bit.ly/4txvNJV.
13 Id., Intervento alla cerimonia di consegna dell’onorificenza accademica di dottore honoris causa dall’Università Aix-Marseille, 5.2.2025 (Regno-doc. 5,2025,160) ; Id., Intervento del presidente insignito del dottorato honoris causa in Economia dall’Università di Coimbra, Coimbra 13.5.2025, consultabili sul sito della Presidenza della Repubblica rispettivamente agli indirizzi bit.ly/4txwaEj e bit.ly/4sf12Ir.
14 Id., Intervento in occasione della XVIII Conferenza delle ambasciatrici e degli ambasciatori d’Italia, 15.12.2025, consultabile sul sito della Presidenza della Repubblica all’indirizzo bit.ly/4mn0cIA.
15 Strumentalmente trasformati dagli zelanti dell’epoca in «valori non negoziabili» e dunque fatalmente banalizzati.
16 Per chi avesse ancora qualche dubbio, dovrebbe essere sufficiente rileggere il Discorso alla curia romana di Benedetto XVI del 22.12.2005; Regno-doc. 1,2006,5.