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Attualità
Attualità, 16/2017, 15/09/2017, pag. 467

Italia - Sindacato: se il lavoro ci fa soli

Intervista ad Annamaria Furlan, segretaria generale della CISL

Paolo Tomassone

Annamaria Furlan, genovese, 59 anni, è stata eletta alla segreteria generale della CISL nel 2014 dopo aver ricoperto incarichi a livello locale e nazionale, seguendo vertenze di categoria, in particolare quella per la stabilizzazione dei lavoratori precari dei call center e l’accordo interconfederale sulla rappresentanza sindacale. L’abbiamo intervistata a conclusione del Congresso nazionale che si è svolto dal 28 giugno al 1° luglio a Roma («CISL, il sindacato del XXI secolo per una società inclusiva») che l’ha riconfermata alla guida con il 98% dei consensi.

 

 

Annamaria Furlan, genovese, 59 anni, è stata eletta alla segreteria generale della CISL nel 2014 dopo aver ricoperto incarichi a livello locale e nazionale, seguendo vertenze di categoria, in particolare quella per la stabilizzazione dei lavoratori precari dei call center e l’accordo interconfederale sulla rappresentanza sindacale. L’abbiamo intervistata a conclusione del Congresso nazionale che si è svolto dal 28 giugno al 1° luglio a Roma («CISL, il sindacato del XXI secolo per una società inclusiva») che l’ha riconfermata alla guida con il 98% dei consensi.

– Quale bilancio si sente di fare di questi primi anni alla guida del sindacato? Qual è il volto della CISL dopo questo Congresso?

«Il nostro Congresso ha confermato la centralità delle proposte della CISL nel dibattito politico, sociale e culturale del nostro paese. È stato un momento di grande unità interna e d’interpretazione dei cambiamenti del mondo del lavoro e della società italiana. La CISL è un sindacato moderno che si è molto rinnovato in questi anni su una linea di trasparenza, rigore etico e di rinnovata partecipazione dei nostri delegati alle scelte dell’organizzazione.

Abbiamo fatto tutto questo senza mai smarrire i nostri valori fondativi, mettendo al centro il legame tra persona e lavoro, il connubio tra il ruolo innovativo della contrattazione delle categorie e quella nei territori, l’esigenza di una più sostanziale partecipazione dei lavoratori alle scelte aziendali. È la conferma di un modello di sindacato libero e responsabile, che si batte per una società plurale in cui è fondamentale il ruolo di coesione esercitato dai corpi sociali».

– Il papa nell’incontro avuto con voi ha stigmatizzato il rischio che il sindacato si politicizzi, cioè cambi la sua ragion d’essere. È un problema generale per la democrazia. Che cosa ne pensa?

«Papa Francesco ha riconosciuto innanzitutto il ruolo indispensabile del sindacato che ha le sue grandi stagioni quando è “profezia” ed è in grado d’influenzare il futuro. Questo vuol dire che egli è convinto che il sindacato possa farsi promotore di questa esigenza; lo ringrazio tanto per averci riconosciuto un tale ruolo. Lo ringrazio da cattolica e da donna sindacalista che ha scelto di fare questa attività proprio per mettersi al servizio degli altri.

Pensiamo che il monito di Francesco sia stato quello di rappresentare meglio i bisogni degli ultimi, dei più deboli, raddrizzare le diseguaglianze sociali, battersi per i diritti degli esclusi, nelle periferie esistenziali. Condividiamo e cerchiamo d’interpretare ogni giorno nel nostro mandato il suo appello».

Combattere la disuguaglianza

– Il lavoro è un fenomeno sociale che fa parte di un macrosistema. Com’è cambiato a suo avviso il paese in questi anni nelle classi sociali, nel lavoro e nelle professioni?

«L’Italia è oggi un paese dove sono aumentate le distanze tra “ricchi e poveri”, tra regioni forti del Nord e regioni deboli del Sud, tra chi ha un lavoro e chi no. La crisi e la recessione hanno avuto impatti negativi sul lavoro e sulla sua distribuzione.

Dal 2008 al 2016, infatti, l’industria ha perso 936.000 occupati (di cui ben 549.000 nel solo settore delle costruzioni), mentre i servizi hanno creato 574.000 posti di lavoro in più. Nello stesso periodo si registrano in Italia 1 milione di operai e artigiani in meno e un aumento di 480.000 addetti tra il personale non qualificato e ben 752.000 nelle attività esecutive di servizi e commercio.

Anche la pubblica amministrazione ha perso 230.000 posti di lavoro negli ultimi 10 anni e in particolare, è cresciuta la presenza di lavoro precario, che supera le 450.000 unità tra tempo determinato, collaboratori e lavoratori temporanei. Bastano questi pochi dati per dare la corretta percezione del profondo cambiamento che ha investito le tipologie del lavoro e la composizione stessa del mercato.

L’azione del sindacato confederale si è profusa con quotidiana generosità – spesso non riconosciuta – nel difendere i posti di lavoro con tanti contratti di solidarietà, tanti accordi aziendali che hanno saputo contrastare le ricadute della crisi sulle persone e sulle famiglie. Il massiccio avanzamento tecnologico ha mutato il comportamento dei mercati e delle persone, creando una situazione totalmente nuova. Ci sono imprese che hanno innovato, puntando sulla qualità dei prodotti e del lavoro e altre che non si sono modernizzate.

Oggi il lavoro è investito da una profonda, incessante trasformazione che non possiamo arrestare. Per questo dobbiamo governare bene i processi di digitalizzazione dell’industria 4.0 attraverso una formazione 4.0 e con una maggiore partecipazione dei lavoratori».

Non dissipiamo i giovani

– Quali sono le nuove e più preoccupanti emergenze sociali per l’Italia?

«La prima rimane l’occupazione giovanile. Per anni ci siamo dedicati a interventi di riforma, modifica, adeguamento, ammodernamento del lavoro, fino al recente Jobs act, con la convinzione che tutto questo, da solo, potesse creare posti di lavoro. I dati drammatici sono però noti: la disoccupazione giovanile è più di 1/3 della media nazionale; nel Sud il 60%; i giovani che non studiano, non lavorano, non sono in formazione, né in tirocini superano abbondantemente i 2 milioni.

Un paese che dissipa i suoi giovani perde se stesso. La strategia per affrontare una tale emergenza non può che essere sistemica: con la ripresa di un ciclo lungo e stabile di crescita elevata, con tutte le politiche che contribuiscono a sostenerla, creando equità e coesione sociale, con investimenti e politiche redistributive.

Occorrono meno norme e più politiche per il lavoro: ovvero bisogna progettare interventi pubblici e delle parti sociali per dare gambe alle leggi, ma soprattutto per accompagnarle con quegli strumenti d’indirizzo e di sostegno senza i quali le norme si riducono a inutile produzione cartacea. Poi c’è l’esplosione delle diseguaglianze sociali che è l’eredità più grave e urgente della crisi con la quale dobbiamo fare i conti.

Il fallimento del binomio finanza-consumo restituisce aggravate le diseguaglianze che prometteva di risolvere. Per tutte queste ragioni richiamiamo da anni l’attenzione sul sistema fiscale e nel 2015 abbiamo consegnato al Parlamento un disegno di legge di riforma d’iniziativa popolare che intendiamo rilanciare. La necessità di una profonda operazione redistributiva attraverso la leva fiscale appare tanto più fondata se consideriamo l’evoluzione storica della tassazione del lavoro dipendente e dei pensionati. Lo abbiamo detto nel Congresso: sul fisco siamo pronti da subito a definire con CGIL e UIL una piattaforma unitaria, sostenuta e condivisa con lavoratori e pensionati. Cambiare si può e si deve.

Un’altra disuguaglianza grave è quella del Mezzogiorno. Come abbiamo sempre detto – e non lo affermiamo solo noi – dalla crisi si esce tutti insieme. La divaricazione tra Nord e Sud, oltre a impedire una vera crescita del paese, rischia di minare la coesione sociale. Inoltre la criminalità, le mafie e la corruzione, ormai diffuse in tutto il nostro territorio, si battono con la crescita e la partecipazione.

Non dobbiamo dimenticare che il nostro Sud ha enormi potenzialità economiche, culturali e sociali ancora tutte da esprimere e da mettere a frutto».

– L’immigrazione è ormai un tema quotidiano. Non solo perché spesso è associata al terrorismo ma soprattutto per l’accoglienza necessaria ai profughi che arrivano nel nostro paese. Di fatto riguarda anche il mondo del lavoro e quindi anche il sindacato. Al Sud, per esempio, molti immigrati sono finiti nelle mani della criminalità organizzata: l’integrazione, quindi, è anche una questione di legalità. Qual è la sua opinione?

«L’immigrazione è un fenomeno sociale globale, strutturale, di lungo periodo che, in quanto tale, dev’essere governato. La politica europea continua a essere latitante e miope. Ha lasciato il nostro paese praticamente da solo a gestire l’enorme flusso di gente che scappa dalla guerra e dalla fame. Continua, purtroppo, a mancare una visione strategica capace di leggere nell’immigrazione un’opportunità di rilancio demografico ed economico e di sostenibilità del welfare.

Continua a mancare la visione di un patto solidale che definisca, con lealtà e trasparenza, i reciproci doveri d’accoglienza, solidarietà, formazione linguistica, culturale, professionale nella prospettiva dell’integrazione, da un lato, e rispetto delle leggi e delle istituzioni del paese che riceve, dall’altro, unitamente alla disponibilità a contribuire, con il proprio lavoro, al benessere della comunità che accoglie».

Unità sindacale

e rapporto coi partiti

– Il rapporto con la CGIL e con gli altri sindacati storici in questi anni è stato difficile in più passaggi, soprattutto a motivo delle relazioni col PD e della divisione della sinistra. Non le sembra una condizione di dialogo inadeguata?

«Ci sono stati momenti di divisione tra le forze sindacali e altri di piena condivisione. D’altra parte l’unità sindacale si costruisce ogni giorno con fatica attraverso il dialogo, la scelta di percorsi e obiettivi comuni. Senza primazie, fughe in avanti o commistioni con i partiti politici. Questa rimane la posizione storica della CISL. Continueremo a fare le nostre proposte e a giudicare tutti i governi in autonomia, valutando le scelte concrete e le ripercussioni che esse hanno sul mondo del lavoro. Nulla di più, nulla di meno».

– Cos’è oggi la CISL rispetto ai sindacati in Italia? Che cosa significa oggi rivendicare l’autonomia rispetto alla politica e agli attuali partiti?

«La CISL ha una natura pluralista e tende a rappresentare tutti i lavoratori, i pensionati, i giovani, gli immigrati a prescindere dalla loro collocazione politica e della loro scelta elettorale. È un patrimonio radicato nella nostra organizzazione che non ha mai imposto “doppie fedeltà” ai suoi iscritti. Noi siamo gelosi dell’autonomia e affermiamo il primato della libertà associativa del sindacato, al di là di ogni determinazione pubblica e istituzionale.

Siamo contrari a determinare per legge ciò che deve scaturire da un reale processo sociale. Tutte le volte che la politica è intervenuta sul lavoro ha prodotto solo incongruenze e un arretramento delle condizioni sociali. Penso alla Legge Fornero sulle pensioni o alla questione degli esodati».

– L’autonomismo del passato, con la decisione all’origine di marcare le distanze dalla DC e dalla CGIL, come può essere oggi?

«È un valore irrinunciabile per la CISL. Per noi è fondamentale distinguere la funzione politica da quella sindacale. Ma nello stesso tempo siamo interessati a una democrazia in cui non prevalgano i personalismi e i partiti non si riducano a puri contenitori elettorali, bensì diventino canali di partecipazione popolare.

Non ci convince l’idea della disintermediazione o della democrazia “virtuale”. Per noi è vitale il rapporto diretto con le persone, la selezione dei gruppi dirigenti attraverso effettivi percorsi democratici, la valorizzazione del territorio e dei corpi intermedi».

– Cosa rimane del modello americano cui la CISL negli anni Sessanta s’ispirò?

«La CISL ha avuto nel pragmatismo laico anglosassone uno dei suoi tratti distintivi, oltre a quello dell’ispirazione cristiana. Non solo abbiamo sempre puntato a individuare adeguate procedure di decisione nei processi produttivi o nei servizi, ma anche a garantire la partecipazione dei lavoratori alle scelte organizzative e gestionali nei luoghi alti delle decisioni imprenditoriali.

La democrazia economica è un’esperienza che ha avuto fortuna negli USA e in Germania è stata la carta vincente per superare la crisi. Anche in Italia si potrebbe avviare una canalizzazione dei fondi previdenziali e assicurativi dei lavoratori verso il capitale delle loro imprese. Il fattore umano nelle aziende è determinante. Si tratta di interessare e coinvolgere le persone nel destino di un’impresa, non solo quando questa va male, ma anche quando va bene.

Questa è la nostra impostazione di fondo. Per competere, il nostro paese deve elevare la qualità complessiva dei prodotti e dei servizi. Per questo bisogna riconoscere ai lavoratori un eguale protagonismo nelle scelte generali e particolari».

No a riforme calate dall’alto

– La CISL nasce, come sindacato d’ispirazione cristiana, attraverso un percorso fatto in tandem con le ACLI. E oggi?

«La CISL ha sempre mantenuto un dialogo autonomo, creativo e fecondo con la dottrina sociale della Chiesa, alla quale siamo debitori, dalla Rerum novarum, alla Laudato si’. È all’interno di queste coordinate di pensiero che abbiamo elaborato la nostra concezione di sindacato libero e pluralista, che valorizza la persona umana, il lavoro come riscatto sociale, la tutela della famiglia, il principio di sussidiarietà. La nostra visione della democrazia partecipativa si è consolidata nel tempo per merito dei tanti testimoni che hanno saputo tradurre le idee in militanza, in impegno, in una dedizione che dura tutta una vita».

– Nei giornali o nei talk show si definisce il sindacato arcaico, inadatto alle esigenze dei giovani. Non crede che ci sia un po’ di verità in questa lettura?

«Credo che i talk show per la loro superficialità e rissosità non rappresentino un modello culturale né per i giovani né in generale per chi vuole farsi una opinione sul ruolo indispensabile del sindacato nel paese. La nostra azione quotidiana è quella di stare nei posti di lavoro, accanto ai lavoratori, colmare quella solitudine che ha investito il mondo giovanile e anche quello degli anziani.

Il sindacato è tra i pochi soggetti che riesce a fare sintesi tra le generazioni, è presente nelle aziende e nelle periferie per parlare con le persone, cercando di intercettarne i bisogni, le ansie, spesso nell’assenza delle istituzioni e di altre componenti della società civile».

– La struttura interna nazionale confederale è adeguata o sovradimensionata?

«La CISL ha fortemente ridotto i suoi apparati in questi anni, accorpando molte strutture territoriali e procedendo a una razionalizzazione dei servizi. Pubblichiamo on-line i nostri bilanci e le nostre buste paga. È un’esigenza di trasparenza nell’utilizzo delle risorse che abbiamo nei confronti dei nostri iscritti e delegati nei posti di lavoro».

– Negli ultimi anni la CISL ha maturato una nuova attenzione verso i processi di riforma istituzionale e costituzionale. L’Italia, però, sembra un paese irriformabile. L’ultimo tentativo è stato quello di Matteo Renzi, fallito con la vittoria del “no” al referendum costituzionale del 4 dicembre scorso. Perché il riformismo in Italia non riesce ad avanzare?

«Siamo convinti che una democrazia moderna abbia bisogno del consenso e della partecipazione della società civile per garantire le esigenze di tutte le persone, a partire dai lavoratori, dai soggetti più deboli ed emarginati. Le riforme calate dall’alto non hanno mai prodotto grandi risultati. È sbagliato pensare che il paese possa essere ben governato solo con istituzioni più forti. Occorre il coinvolgimento dei soggetti sociali, se non si vuole che prevalgano gli interessi e gli egoismi dei più forti».

 

a cura di

Paolo Tomassone

Tipo Articolo
Tema Cultura e società Politica
Area EUROPA
Nazioni

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