Santa Sede-CL: riconosciuti i presbiteri
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Desidero dare un timbro testimoniale alla mia riflessione, almeno per introdurla. Difatti – come presbitero – sono rettore, in Sicilia, nella diocesi da cui provengo, di una chiesa intitolata alla Madonna della Catena. La quale, secondo una leggenda tardomedievale, a Palermo, nel 1392, liberò miracolosamente dai ceppi alcuni condannati a morte che – pur probabilmente colpevoli di qualche misfatto – le si erano rivolti speranzosi con la preghiera la notte prima della loro esecuzione capitale: proprio la speranza ad oltranza (quella che san Paolo in Rm 4,18 chiama spes contra spem) dischiuse loro la possibilità graziosa di salvarsi.
Il tema indicato dal titolo di queste mie riflessioni fa tornare in mente il verso con cui Dante, nel XXXIV canto dell’Inferno, descrive il proprio sgomento di fronte a Lucifero: «Io non mori’, e non rimasi vivo».
Northrop Frye, nel 1982, definì la Bibbia come un «grande codice» culturale, per dire che è stata e continua a essere un immenso repertorio da cui artisti, narratori, poeti, musicisti, filosofi, studiosi di tante discipline umanistiche, ma anche scientifiche, hanno ricavato e non cessano di trarre le loro immagini, i loro simboli, i loro concetti, i loro principali e più suggestivi riferimenti ideali, etici, estetici.
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