Il binomio sicurezza-immigrazione è tornato di nuovo in primo piano nell’agenda politica nazionale. Si declina in vario modo, a seconda delle vere o presunte emergenze: come pericolo per la sicurezza nazionale, in tempi di attacchi terroristici; come criminalità urbana, quando sono le cronache a lanciare l’allarme; come attacco all’identità culturale, quando il dibattito si sposta sui simboli religiosi e i luoghi di culto.
Il Parlamento Europeo il 18 dicembre 2025, giornata internazionale dei migranti, ha approvato le nuove misure proposte dal Consiglio dell’Unione Europea che ridefiniscono la nozione di «paese terzo sicuro», restringendo nella sostanza la possibilità di ottenere asilo nell’UE. Raramente una coincidenza temporale è risultata così stridente: nel giorno istituito per sensibilizzare l’opinione pubblica sui diritti e l’accoglienza dei migranti, e in modo particolare i più fragili tra di loro – i profughi –, le istituzioni politiche della regione del mondo storicamente più attenta ai diritti umani hanno deciso di ridurre drasticamente il proprio impegno umanitario.
La lettura della Nota dottrinale su alcuni titoli mariani riferiti alla cooperazione di Maria all’opera della salvezza del Dicastero per la dottrina della fede (DDF), resa nota il 4 novembre scorso, suscita alcune osservazioni al fine di comprenderne l’intentio profundior, l’architettura e l’efficacia teologico-pastorale.
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