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Il Regno delle Donne

Sinodo per l’Amazzonia: ben più di un documento

Dal documento finale, votato dall’Assemblea dei vescovi, emerge una Chiesa che assume con forza il grido dei poveri e della terra, ma è molto meno coraggiosa nell’affrontare il tema dei ministeri. Se leggiamo il testo nel quadro delle dinamiche vitali che lo hanno preceduto e accompagnato, emergono chiaramente resistenze e non-detti, ma anche la forza di una conversione sinodale già in atto e che non può essere arrestata.

Il Sinodo dei vescovi sulla regione panamazzonica è giunto a una tappa importante: la “conclusione” con un documento finale approvato con larga anche se diversificata maggioranza (qui una sintesi in italiano). Vi risuona la forza di una Chiesa che prende parola per la terra e per i poveri, contro ogni ingiustizia, “con” le popolazioni indie e afrodiscendenti non “per” loro. Molto più moderato l’aspetto ecclesiale e ministeriale, sulla ordinazione di uomini sposati al presbiterato e sui diversi ruoli di leadership delle donne, ordinate o meno. Per questo è importante tenere presente l’intero percorso, prima e durante l’assemblea sinodale. E sapere che è solo una tappa, verso altro.
Il rischio dell’estrattivismo ecclesiale
Aver pensato di usare il Sinodo dell’Amazzonia – come spesso si è chiamato in termini abbreviati –per risolvere problemi ministeriali e alleggerire zavorre della Chiesa cattolica tutta è stato un atteggiamento in primo luogo ingenuo e – mi rendo conto meglio adesso, a percorso parzialmente concluso – ingiusto. In fondo, una sorta di estrattivismo ecclesiale e teologico, uno sfruttamento cioè del coraggio e delle difficoltà di quelle chiese per poter discutere quello che la vecchia Europa sembra voler lasciare al disagio comune ma inespresso o a piccoli gruppi che possono essere considerati velleitari (come noi teologhe o varie associazioni di donne cattoliche).
 
Intanto sarebbe un porre le questioni tipicamente legate alla gestione delle comunità al primo posto, ignorando che specie in Amazzonia donne e uomini delle Chiese vivono nella carne nel cuore nella mente l’urgenza posta dal grido della terra, dallo sfruttamento delle foreste, dal disastro dell’ecosistema, che in Europa è ancora istanza prevalentemente intellettuale ed elitaria, anche se in progressivo miglioramento (si vedano ad esempio le comunità e l’associazione Laudato si’).
Sinodalità, leadership e ministeri
Non si può dunque tralasciare tutto questo e leggere il Sinodo solo a partire dagli ultimi numeri, legati alla conversione ecclesiale (Capitolo V: Conversione sinodale). È comprensibile tuttavia che sia alto l’interesse per i paragrafi dedicati alla conduzione delle comunità, alla leadership e in generale alla teologia e alla disciplina dei ministeri ordinati, per gli uomini e le donne.
 
È precisamente a questo punto tuttavia che si impongono alcune precisazioni, già anticipate all’inizio: il cammino sinodale in generale e questo in specie è molto, ma molto, di più della assemblea dei vescovi in senso stretto e del documento finale che ne è uscito. C’è stato un lavoro di scambi e consultazioni capillari e attente, confluito anche, non solo, nella Rete ecclesiale panamazzonica (REPAM) e poi nei dibattiti dei nei circoli minori. C’è stata cioè una sinodalità in atto, di uomini e donne, teologhe e teologi oltre i vescovi, che già è quel liderazgo, quella leadership a disposizione di tutti che già esiste e che il documento finale chiede venga riconosciuta.
 
Per questo giustamente la stampa diffonde anche tanti interventi di donne, laiche e religiose, ma non è proprio il momento di dividersi su questi aspetti, che sono parte importante di questo Sinodo, di ciò che è stato e di ciò che ancora sarà. Per ciò che riguarda le donne, ad esempio, l’affermazione netta che esse rappresentano l’80% di chi opera la pastorale non può essere disattesa, semplicemente: ne risponderemo alla storia.
Certo questo aspetto coinvolge la struttura stessa del Sinodo, che è formalmente dei vescovi e che non c’è dubbio chieda una riflessione, spesso presentata nella forma civile della richiesta di voto per le superiore generali. La questione può essere affrontata da punti di vista diversificati, ovviamente, ma l’anomalia che segnala non deve essere semplicemente archiviata.
Non fermiamoci alla lettera del documento finale
Per tutti questi motivi ritengo che non si debba individuare la conversione sinodale solo nella lettera del documento, in ciò che c’è scritto, ma occorra leggerla attraverso di esso. Leggere solo nel documento infatti lascerebbe l’impressione di una cosa limitata: tante giustificazioni e lodi al celibato ecclesiastico del (solo, mi permetto di sottolineare) clero cattolico latino, da dove nascono? Perché ordinare uomini sposati – secondo l’antica e veneranda tradizione della Chiesa indivisa e secondo la prassi delle altre Chiese – dovrebbe chiedere tante precauzioni? Non è un matrimonio obbligatorio: perché dovrebbe porre in discussione il libero carisma del celibato?! O abbiamo paura di eliminare le gerarchie spirituali, una sorta di concorso a punti tra stati di vita?
 
Nello stesso modo, la richiesta di forme non ordinate di leadership delle donne, letta in Europa può sembrare riduttiva, analogamente alla richiesta di “ammettere” le donne ai ministeri istituiti di lettorato e accolitato, che di fatto svolgono ovunque, e che sembra un “minimo sindacale”. Evidentemente tuttavia (visti anche i voti ricevuti dai singoli passaggi) le resistenze sono alte e di altro tipo, come si è più volte detto: è riduttivo pensarle unicamente sul piano del diritto canonico.
 
In questo quadro si colloca anche la sensatissima richiesta di avere accesso ai documenti della Commissione che ha già lavorato sull’ordinazione diaconale delle donne (n. 103). Prima di farne un’altra, discutiamo pubblicamente di quella, magari. In tutti questi casi e per tutti questi aspetti, appunto, l’importante documento che è stato approvato, è un’area di sosta, una transizione importante, che ha alle spalle molto cammino e al suo interno molte voci plurali, che non finiscono certo adesso.
 
Con gratitudine per chi ha percorso intanto questa via, proseguiamola con dedizione e speranza, per la Chiesa e la terra.

Commenti

  • 04/11/2019 Giovanni Lupino

    Il Sinodo per l'Amazzonia, alcune cose da chiarire. Ci vorrebbe lo stesso Spirito del “Sinodo” di Gerusalemme (At 15), per essere davvero una Chiesa che “cammina insieme” alle donne e agli uomini del nostro tempo. Portare il Cristo a tutti, nel rispetto del vecchio e del nuovo, nel rispetto di culture molto diverse tra loro, nella coscienza però che in Cristo non ci sono più “circoncisioni” da imporre a nessuno.

    Quante donne e uomini di grande fede, quanti missionari laici e suore, quante coppie cristiane, quanti giovani si dedicano a una vera evangelizzazione, curano malattie del corpo e dello spirito, lottano contro la povertà e i diritti dei poveri vivendo da poveri. Quanti seri professionisti, medici, operatori sanitari vari, ingegneri, professori e maestri, operai, giovani, cristiani veri, adulti, testimoni di un cristianesimo incarnato nella storia. Ma non possono celebrare l’eucaristia, non possono amministrare sacramenti, non possono essere gli “episcopi” o i “presbiteri” di una comunità, come era Timoteo.

    Per la “Chiesa latina” mancano di un “dono” fondamentale, non sono maschi celibi, e non importa se lo Spirito Santo li ha forniti di mille altri doni. Essere “eunuchi per il Regno dei cieli” è sicuramente un dono, e così io continuo a viverlo, non è però un “idolo” da adorare, ed è per me una sofferenza vedere una Chiesa tutta ripiegata su un “servizio”, un “ordine” che purtroppo inevitabilmente crea una casta, un clericalismo inguaribile, una Chiesa di eletti nella Chiesa di tutti.

    Per Gesù gli “eunuchi per il Regno dei cieli” escono dallo schema della natura e dagli schemi degli uomini. Quindi non sono propriamente i celibi creati dalla Chiesa, eletti e legittimati da uomini ecclesiastici, spesso purtroppo in seminari di soli maschi, maschilisti, sessuofobici, demonizzatori delle donne. “Eunuchi per il Regno dei cieli” vale a dire uomini e donne di Dio liberi della libertà del Cristo, amanti delle vette alte e pericolose, amanti di “sport estremi”, necessariamente pochissimi e pericolosi “da non imitare”, e tanto meno da “idolatrare”.

    Questo è un vero dono di Dio, irrinunciabile, da accogliere con gioia. Pertanto una Chiesa che sceglie e privilegia solo i celibi, creati da lei, come amministratori dei sacramenti è una Chiesa piccola, limitata, dall’orizzonte ristretto. Una Chiesa, invece, che riconosce anche la ricchezza dei doni degli sposati, degli uomini e delle donne, capaci di amministrare sacramenti ed evangelizzare, è una Chiesa in pienezza, una Chiesa vera.

    E’ pura stoltezza pensare una contrapposizione tra celibi e “viri probati” o “mulieres probatae”. Sono doni diversi, a tutti i livelli dei ministeri, per il bene dell’unica Chiesa. Se oggi diminuiscono i preti celibi ciò non significa nulla per il carisma degli “eunuchi per il Regno dei cieli”, resta un dono di Dio e non tutti possono comprenderlo. E’ un dono di Dio che non si lascia però imprigionare nelle nostre leggi.

    E se oggi siamo umiliati da scandali atroci soprattutto per i crimini contro i minori e contro le donne, da parte di celibi “doc”, senza dimenticare quanto sia grave mettere al mondo figli illegittimi di cui non ci si prende cura, convivere o nascondere nell’armadio l’amante gay, sperperare ingenti capitali con escort o in altre depravazioni, certamente tutto questo comporta un ripensamento radicale del dono del celibato.

    Però sia chiaro che i depravati restano depravati e sono la negazione del dono del celibato. Ma la questione dei “viri probati” è altra cosa, è una realtà ecclesiale che sempre più si impone come urgenza per il servizio alle comunità cristiane, e ha una sua dignità e identità ecclesiologica precisa. E’ valore in sé, non è in alternativa o contro nessuno. Vivere nel dono del sacramento del matrimonio con gioia ed autenticità, condividendo nella realtà sacra della famiglia gioie e dolori quotidiani, essere testimoni dei valori cristiani dell’amore e della solidarietà nella società, nel lavoro, nelle relazioni umane, nell’impegno educativo in diverse realtà ecclesiali, rende questi uomini e queste donne idonei ad assumere nella Chiesa del Cristo Risorto incarichi di grande responsabilità, compresi l’evangelizzazione e l’amministrazione dei sacramenti, vista anche e soprattutto la formazione teologica di molti uomini e donne, superiore a quella di tanti preti italiani e stranieri, che oggi girano a vuoto nelle nostre parrocchie.

    E se poi in molte realtà ecclesiali in Sudamerica o in Africa, l’assenza di preti celibi è ormai un dato di realtà da molti anni, è ottusità pastorale non valorizzare uomini e donne che testimoniano una fede autentica sino al martirio. Questi uomini e queste donne evangelizzano già, con la vita e la carità prima ancora che con le parole. Questi uomini e queste donne hanno letto e assimilato il Vangelo meglio di tanti biblisti e teologi, e sicuramente meglio di quei preti che partiti missionari celibi sono ritornati sposati. Questi uomini e queste donne stanno chiedendo da anni di riconoscere la loro testimonianza cristiana coraggiosa e autentica, e quindi di concedere loro non solo il permesso di fare catechesi, direzione spirituale, amministrare il battesimo, ma pure la possibilità di celebrare l’eucaristia e ricevere la pienezza dell’ordine sacro.

    In passato la Chiesa latina per esigenze più socio-politiche che religiose ha privilegiato la scelta dei celibi per l’ordine sacro, oggi ben altre esigenze pastorali e teologiche obbligano anche la Chiesa latina a rivolgere la sua attenzione a uomini sposati di grande spessore umano e cristiano, uomini di fede solida e autentica. Uomini che arrivano dalle periferie del mondo, dalla povertà di milioni di esseri umani sfruttati, sottomessi da regimi disumani nel silenzio e nella complicità dei potenti del mondo, i signori della guerra e soprattutto i devastatori del pianeta intero. E grazie al cielo oggi anche il papa stesso non appartiene alle grandi casate nobiliari, né spagnole, né fiorentine, né savonesi.

    Francesco sa benissimo che questi uomini e queste donne che vivono nella precarietà della loro vita non hanno intenzione di cedere, di arrendersi o di accasarsi nelle nostre diocesi e parrocchie borghesi e benestanti, come purtroppo fanno tanti preti celibi provenienti da paesi poveri che s'incardinano nelle ricche Chiese europee e non fanno più ritorno a casa, rinunciando a lottare contro miseria e povertà.

    Così soprattutto in Italia pensiamo di resistere ancora parecchi anni ben forniti di preti celibi, e nei paesi poveri, in territori sterminati, imponiamo che si accontentino di eroiche suore, mamme e papà catechisti, di profeti come Amos che gridano inascoltati contro i rapaci e insaziabili sfruttatori di uomini e natura. C’è un dato di una chiarezza eclatante: negli anni Novanta i sacerdoti “fidei donum” inviati in missione erano 1.300, oggi sono 400. In compenso i preti provenienti dai paesi poveri sono oggi in Italia più di 1.500, dati del 2018 (Giulio Albanese su Avvenire).

    Crescono i laici ed è un segno di grande interesse teologico e pastorale, poiché sono persone di grandi motivazioni ideali e di valide professionalità utili a coloro che vivono testimoniando la propria fede in paesi sfruttati ed emarginati dove proseguono le stragi contro gli indigeni anche a opera delle stesse forze di polizia, come vediamo in questi giorni nell’Amazzonia brasiliana. Francesco conosce molto bene queste realtà e sa benissimo che qui si gioca il destino del cristianesimo, e non teme di sicuro l’ottusità di vescovi e teologi ben radicati nel loro clericalismo e nelle loro sicurezze “occidentali”.

    Francesco ha capito da molto tempo che lo Spirito del Cristo “soffia” oggi nelle periferie del mondo in mezzo ai poveri e chiede alla sua Chiesa il coraggio di grandi scelte a favore degli ultimi, dei perseguitati, degli umiliati della terra. Vuole una Chiesa “ospedale da campo”. E’ questo il contesto dove si impone la scelta di uomini e donne di grande fede, per dare forza e identità alle comunità cristiane, riunite intorno al Corpo e Sangue del Cristo, fonte e culmine della vita cristiana. E questa centralità eucaristica non può essere negata a causa dei disturbi gastrici di “colonizzatori” europei, o di dementi che gettano nel Tevere le statue provenienti da un “altro mondo” amato da Dio tanto quanto il nostro.

    Savona, 30.10.2019

    Don Giovanni Lupino

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