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Il Regno delle Donne

Chiesa missionaria/2 – Cosa significa amare un popolo

«Siamo chiamati ad affiancare persone e popoli perché si mettano in piedi»: come cambia la missione quando si annuncia il Vangelo prendendo sul serio l’incarnazione.

Il mese missionario straordinario è stato l’occasione per una riflessione sulla missione, nutrita dal costante insegnamento di papa Francesco al riguardo e, per noi missionari ad gentes, dall’incontro con i popoli. Se dunque dovessi descrivere la missione a partire dall’incontro con i popoli dell’Africa dei Grandi laghi, in particolare con quello della Repubblica democratica del Congo, così la delineerei.

  • Una missione inclusiva, che si “prende a carico” il popolo nella complessità della sua vita personale, sociale, politica. Chi ha un’idea di come fa male la sofferenza fisica (mancanza di cure), sociale (esclusione, salari ingiusti, sfruttamento sotto diverse forme), politica (potere come servizio a sé stessi) … comprende che amare un popolo richiede la totalità dell’impegno ed esclude la convivenza con altri scopi (il restare, la salvaguardia delle strutture, dei progetti, delle buone relazioni …), che alla fine si traduce in un tradimento.
  • L’opzione preferenziale per gli oppressi e i poveri. L’assillo dell’autosostentamento può condurre Chiese e congregazioni alla deriva di ripetute richieste di offerte, talvolta alla monetizzazione dei riti religiosi, alla ricerca di impieghi ben salariati, a resistere ad andare dove non si prevedono entrate significative. L’opzione preferenziale dei poveri richiede anzitutto uno stile di vita il meno possibile distante dal loro; il coraggio di andare a quegli «estremi confini» (At 1,8) che sono le condizioni dei più poveri. I poveri e la solidarietà ecclesiale sapranno nutrirci.
  • La giustizia e i diritti umani e dei popoli, la pace, il rispetto del creato sono maniera irrinunciabile di vivere il Vangelo. Siamo chiamati ad affiancare persone e popoli perché si mettano in piedi. Quest’impegno incondizionato deve pervadere l’azione come pure il parlare, lo stile di vita, le relazioni, la scelta dei luoghi dove stare, le attività. Comporta anche una lettura critica delle nostre società d’origine e dell’intera vita in questo mondo, come fa il papa nell’Evangelii gaudium e nella Laudato si’. È l’espressione di quelle che don Tonino Bello chiamava «solidarietà lunghe» che affiancano le «solidarietà corte», immediate, pur necessarie.[1]
  • L’annuncio del Dio di Gesù. C’è una cosiddetta spiritualità che circola e che porta ad attribuire tutto a Dio, magari sollecitandolo con apposite preghiere, novene, digiuni, offerte, attendendo che agisca[2]. In questo senso, le letture dell’Antico Testamento che respirano della stessa mentalità, se gettate semplicemente in pasto al popolo senza rivisitazione sono demolitrici di ogni sforzo per una sana secolarizzazione e assunzione di responsabilità e d’impegno.[3]
  • Liberi da ogni interesse di congregazione: il diritto del popolo ad avere la vita e una vita abbondante (inclusiva dei beni necessari e del Vangelo) dev’essere al centro dei nostri incontri, e non i nostri giubilei o le vocazioni. La passione missionaria, l’essere-per, essere-in-uscita che è il DNA della Chiesa, perché è il DNA di Dio stesso, genera la creatività: perché non si può costituire un gruppo misto? Perché non si possono mettere insieme i beni per sostenere l’andare di chi ha forze giovani ma non mezzi?
  • Fare spazio perché l’altro cresca. Se si fa ciò che l’altro può fare, gli si fa danno. Quando dei ruoli possono essere assunti da persone del posto, è con gioia che il/la missionaria deve prender su e andare oltre, perché sono fatti per i confini della terra.
  • Fare rete. Collaborare con tutti coloro che sono disposti, per la vita della gente. Questo è l’inter gentes, un racconto della missione accettabile anche dalle persone di altre fedi. Non andiamo per convertire, ma per contribuire al loro cammino e imparare dal loro.[4] Aspettando, senza forzare i tempi e se mai capitasse, che qualcuno ci chieda ragione della speranza che è in noi. Allora diremo quel Nome che è la nostra sorgente profonda di senso, di amore, di gioia e di speranza.
Quale spiritualità

La spiritualità per sostenere questo mi sembra abbia alcune caratteristiche:

- La passione inseparabile per Cristo e per il popolo cui ci ha consegnati. Nei discorsi del papa c’è un continuo andare e venire tra questi due amori che poi sono un unico amore. Mi pare che si possa parlare di un circolo ermeneutico tra questi due fuochi, nel senso che l’uno alimenta l’altro e lo invera.

- Prendere sul serio l’incarnazione, senza separare ciò che il Signore Gesù ha per sempre congiunto entrando nella gloria anche nella sua umanità.[5] Amare questo mondo di cuore, appassionarsi alle sue vicende senza fughe, studiarlo, conoscerlo, portare dentro di noi come le doglie del suo percorso di trasformazione, perché il regno di Dio non è qualcosa di aggiunto dall’esterno, ma qualcosa che dal basso già pervade la storia in un processo di crescita.

- Un amore umile, come scriveva da Bukavu nel 1985 la nostra sorella Bernardetta – uccisa a Kamenge cinque anni fa – di fronte alla sfida della condizione dei poveri: «Che abbiamo almeno l’amore, un amore umile, disposto ad ascoltare e a servire con tutto il cuore, anche se non riusciamo a condividere». Un amore disposto ad imparare, a riconoscere, indicare i segni del Regno e a rallegrarsene.

 

[1] Secondo EG. (n. 188), ascoltare il grido dei poveri comporta «la collaborazione per risolvere le cause strutturali della povertà e per promuovere lo sviluppo integrale dei poveri, sia i gesti più semplici e quotidiani di solidarietà di fronte alle miserie molto concrete che incontriamo».

[2] Il Papa ha parlato nell’Evangelii gaudium di nuovi movimenti religiosi che sanno «approfittare delle carenze della popolazione che vive nelle periferie e nelle zone impoverite, che sopravvive in mezzo a grandi dolori umani e cerca soluzioni immediate per le proprie necessità» (n. 63).

[3] Per evitare che si attribuiscano a parenti e vicini malattie e morti in famiglia, certi predicatori le attribuiscono a Dio: “volontà sua!”, facendo di Dio il più grande degli stregoni… e lasciando intatte le vere cause.

[4] Già il Concilio Vaticano II l’affermava che «la Chiesa non ignora quanto essa abbia ricevuto dalla storia e dall'evoluzione del genere umano»(Gaudium et Spes, 44).

[5] «Amiamo questo magnifico pianeta dove Dio ci ha posto, e amiamo l’umanità che lo abita, con tutti i suoi drammi e le sue stanchezze, con i suoi aneliti e le sue speranze, con i suoi valori e le sue fragilità», scrive papa Francesco (Evangelii gaudium, 183).

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