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Attualità
Attualità, 10/2020, 15/05/2020, pag. 317

Tre volte pazienza

E il tempo della promessa

Piero Stefani

Prendiamola in considerazione nella sua espressione più radicale. Per giungervi il lettore dovrà avere, a propria volta, un po’ di pazienza. Si legge nel Corano (7,180): «Dio (Allah) possiede i nomi più belli e voi invocatelo con quei nomi».1 Questo versetto costituisce il cardine su cui ruota la recita musulmana dei novantanove più bei nomi di Allah (effettuata spesso con il sussidio del «rosario» musulmano – tasb).2

Per quanto siano tutti ricavati dal Corano, i nomi non costituiscono un recinto in grado di circoscrivere il libero volere di Allah. Egli è il Dominatore (al-Qahhr) e il Munifico (al-Wahhb); Colui che rinserra e toglie (al-Qbi) e Colui che elargisce e allarga (al-Bsi); Colui che abbassa (al-Hfid) e Colui che eleva (ar-Rfi’); Colui che esalta (al-Mu’izz) e Colui che umilia (al-Muill); Colui che fa vivere (al-Muy) e Colui che fa morire (al-Mumt); l’Evidente (a-Zhir) e il Nascosto (al-Bain); il Vendicatore (al-Muntaqim) e il Pietoso (ar-Ra’f); Colui che preserva (al-Mni’) e Colui che danneggia (a-Drr).3 Allah non è racchiudibile in nessuna logica umana.

L’elenco, dopo il nome di Allah, si apre con due qualifiche, quelle stesse presenti nella basmala (la formula preposta a tutte le sure del Corano, con l’eccezione della nona): «Nel nome di Dio il clemente e il compassionevole (o misericordioso)». I due termini arabi – ramn e raim – non sono agevoli da tradursi. Rimandano entrambi a una radice semitica che indica l’utero materno, senso inevitabilmente perso nella loro resa italiana (l’uso metaforico dell’aggettivo «uterino» ha, purtroppo, assunto tutt’altro significato).

In genere si afferma che ar-Ramn attesta una misericordia (rama) estesa a tutti gli esseri, essa abbraccia ogni cosa in quanto si presenta come espressione diretta dell’atto creativo («non c’è animale sulla terra a cui non provveda il suo cibo», Corano 11,6); ar-Raim è invece la forma di misericordia più circoscritta, riservata soprattutto a coloro che obbediscono ai comandi di Dio. L’essere misericordioso non è legato soltanto al provvedere, esso si estende anche al giudicare: «Con il mio castigo io colpisco chi voglio e la mia misericordia abbraccia ogni cosa» (Corano 7,156).

L’elenco dei Novantanove nomi più belli si apre all’insegna della misericordia; come termina? L’ultimo nome è
a-abr  «il paziente». La qualifica di misericordioso apre la serie, quella di paziente la chiude. Ci si può domandare se i due nomi formino una specie d’inclusione. Dio è paziente perché misericordioso ed è misericordioso perché paziente?

Le cose stanno diversamente. A indurci a questa conclusione è la constatazione secondo la quale la libertà di Allah, nel succedersi dei nomi, si manifesta per via tanto di antitesi quanto di concordanza. Secondo i commentari classici,
a-abr  va letto in correlazione con la qualifica immediatamente precedente di ar-Rašid «colui che dirige» (e poco prima Dio è stato nominato come «guida»).

Iddio è colui che attende il tempo propizio per esercitare la sua azione e per dirigere il creato là dove egli intende condurlo. In altri termini, la pazienza è un modo di esercitare la volontà divina; essa perciò è priva di quella nota rivolta al patire che demarca immancabilmente l’uso italiano del termine. L’essere a-abr di Allah non si misura con alcuna limitazione esterna. Tuttavia chiamandolo «il paziente», si collega comunque Dio con una dimensione temporale; anche lui attende il momento opportuno.

Dio e l’uomo

Che dal lato umano la pazienza abbia a che fare con l’attesa e, quindi, con la temporalità, è pura evidenza.4 Pazientare significa aspettare senza essere sfiancati dall’attendere; almeno, ciò ha luogo quando la dilazione è esente da colpa. Se l’indugiare e il dilazionare sono imputabili a disinteresse, a indifferenza o, peggio, a egoistico tornaconto, la pazienza di chi subisce tende a trasformarsi in rassegnazione, o in certi casi addirittura in collusione. Quest’ultima ipotesi si realizza quando il prolungarsi dei tempi va a detrimento di molte persone.

Le lentezze burocratiche e giudiziarie accanto ai disservizi sono, al riguardo, esemplificazioni calzanti. In questi casi la pazienza, da possibile virtù individuale capace di reggere alla lima del tempo, si trasforma in pubblico vizio disposto a tollerare quanto è diventato o sta per diventare intollerabile. È forse un caso che, nella maggior parte delle volte, l’allungamento dei tempi vada a scapito soprattutto dei più deboli e indifesi?

Raramente nella società si è chiamati a lavorare all’undicesima ora e se, putacaso, ciò avvenisse non si riceverebbe una ricompensa uguale agli altri (cf. Mt 20,1-16). In genere, durante le lunghe ora di attesa contraddistinte dall’inattività a incrementarsi sono soltanto la delusione e la rassegnazione. Eppure, nonostante tutto, la tenacia delle persone è grande.

Nella parabola evangelica nessuno degli operai lascia la piazza per tornare mestamente alla propria dimora. Se così fosse avvenuto, la sfiducia avrebbe avuto partita vinta. Che subentri una desolata rassegnazione è però eventualità non rara. Quando, pur trovandosi in situazioni estreme, ciò non succede risulta con nettezza la profonda verità della frase di Leopardi: «La pazienza è la più eroica delle virtù giusto perché non ha nessuna apparenza d’eroico (Zibaldone, 31 maggio 1820)». Vi è l’eroismo scoperto dell’azione, ma vi è anche quello umbratile dell’umano attendere rivolto a realtà non soggette al proprio volere.

Nelle nostre società, anche in tempi normali, è esperienza comune aspettare una chiamata al lavoro, attendere l’effettuazione di una visita medica o la conclusione di una pratica burocratica. Si tratta soltanto di alcuni esempi delle attese lunghe e logoranti imposteci dall’esistenza.

Nel periodo eccezionale che abbiamo iniziato a vivere nella primavera di quest’anno, le attese si sono moltiplicate. In questo tempo è diventata esperienza condivisa oscillare tra fiducia e delusione, tra riconoscimento che, date le circostanze, si cerca di operare al meglio e denuncia di ritardi, incertezze e pressapochismi.

Il credente

Per molti aspetti l’orizzonte biblico non conosce la radicalità coranica. Uno dei motivi più rilevanti di questa differenza sta nel fatto che Dio promette. Non si è quindi di fronte soltanto a una temporalità intesa come articolazione interna della volontà divina; il tempo della promessa riguarda infatti anche la comunità che ha accolto le parole a lei rivolte.

È come se il detto «Dio fa ciò che vuole» (assai comune tra i musulmani) comportasse la specificazione secondo la quale è volontà di Dio che si conosca quali opere si è impegnato a compiere a favore delle proprie creature. Quando la pazienza si esercita solo nell’accogliere quel che accade, l’attesa non ha ragion d’essere: «Accetta quanto ti capita e sii paziente nelle vicende dolorose, perché l’oro si prova con il fuoco e gli uomini ben accetti nel crogiuolo del dolore. Nella malattia e nella prova confida in lui» (Sir 2,4-5).

In questi casi la pazienza sta nella capacità di reggere nel presente e, forse, nello sperare in una ricompensa futura. Si è messi alla prova e bisogna dimostrarsene all’altezza. Tutto però muta quando la prova più autentica diviene la capacità di attendere l’adempimento delle promesse di Dio. Per quanto suoni strano, in tal caso è proprio la certezza a tramutarsi in prova; si tratta di un paradosso che ha luogo unicamente nell’ambito della fede.

La prova massima deriva dall’avvenire e non già dal presente. Per l’originario annuncio evangelico la promessa più grande è la venuta del Signore. Il Nuovo Testamento si chiude, né poteva essere altrimenti, proprio riaffermando questa promessa accompagnata dall’invocazione: «Colui che attesta queste cose dice: “Sì, vengo presto!”. Amen. Vieni, Signore Gesù» (Ap 22,20).

L’essere pazienti allora significa avere una grande forza d’animo (non sembra errato tradurre così il comando makrothymesate di Gc 5,7) capace di reggere allo sconforto della dilazione: «Siate costanti [ma in molte traduzioni c’è pazienti], fratelli fino alla venuta del Signore. Guardate l’agricoltore: egli aspetta con costanza il prezioso frutto della terra finché abbia ricevuto le prime e le ultime piogge. Siate costanti anche voi, rinfrancate i vostri cuori, perché la venuta del Signore è vicina» (Gc 5,7-8).

Rispetto a queste (e ad altre) parole bibliche la comunità dei credenti nel Signore pare, però, aver perduto la pazienza; ciò avviene non già perché ha ceduto all’ira o allo sconforto, ma semplicemente perché si è quasi del tutto dimenticata della sua chiamata ad attendere.

 

 

1 Qui come altrove la traduzione italiana è di I. Zilio-Grandi, Il Corano, Mondadori, Milano 2010.

2 Cf. A. Scarabel, Preghiera sui Nomi più belli, Marietti, Genova 1996.

3 Si tratta rispettivamente dei nn. 16 e 17; 21 e 22; 23 e 24; 61 e 62; 76 e 77; 81 e 83; 90 e 91 della lista di al-Walid; trad. it. A. Scarabel.

4 Il tema è ampiamente sviluppato in G. Caramore, Pazienza, Il Mulino, Bologna 2014.

Tipo Parole delle religioni
Tema Teologia Islam
Area
Nazioni

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