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Documenti, 17/2019, 01/10/2019, pag. 538

Lasciate che i bambini vengano a me

Orientamenti per una pastorale dell’infanzia

Mons. Mariano Crociata, vescovo di Latina

Da due anni a questa parte la diocesi di Latina - Terracina - Sezze - Priverno ha elaborato un progetto «Zero-Diciotto», per dedicare la propria attenzione pastorale innanzitutto, e in modo più adeguato, alle nuove generazioni. Con la lettera pastorale «Lasciate che i bambini vengano a me» (Mc 10,14; Lc 18,16). Orientamenti per una pastorale dell’infanzia. Anno pastorale 2019-2020, pubblicata il 20 settembre, il vescovo mons. Mariano Crociata avvia la prima fase del progetto, dedicata alla prima infanzia. La lettera parte dalla costatazione che l’attuale contesto «scoraggia o vanifica ogni opera educativa che non sia rivolta all’individualistica autorealizzazione della persona, a cominciare dal bambino», e propone in alternativa una «teologia dell’infanzia» che valorizza la prima età della vita come un luogo esistenzialmente e spiritualmente fondativo per la persona e per tutta la comunità credente.

Di fronte, peraltro, alla «nota penosa» che «non può essere a questo punto omessa, poiché il rapporto della Chiesa con l’infanzia è stato, negli ultimi decenni, orrendamente deturpato dalla piaga della pedofilia… la scelta di dedicare la nostra attenzione spirituale e pastorale all’infanzia vuole anche essere una reazione positiva all’altezza dell’opera di protezione».

 

 Stampa da file in nostro possesso. 

Cari confratelli nel presbiterato e nel diaconato, cari consacrati, cari fedeli tutti,

ho il piacere di presentarvi gli orientamenti pastorali per il prossimo anno 2019-2020. Avendo scelto di portare la nostra attenzione e il nostro impegno sulla prima fase del progetto «Zero-Diciotto», ho dedicato gli orientamenti a una riflessione sulla prima infanzia e sulle conseguenti indicazioni pastorali. Mentre il gruppo di lavoro lavorerà alla definizione del progetto nel suo insieme, mi è sembrato necessario offrire alcuni elementi di comprensione e alcune motivazioni della pastorale per l’infanzia. Ve li affido con il vivo desiderio che ci aiutiamo a vicenda a crescere nella comunione spirituale e pastorale per il bene delle nuove generazioni.

     Accompagno questa consegna con la mia preghiera, che chiedo a tutti di ricambiare intensamente, perché innanzitutto si compia la volontà di bene e di salvezza, che è di Dio Padre, per mezzo del Figlio Gesù, nell’amore dello Spirito. Di essa siamo allo stesso tempo grati destinatari e umili strumenti. A essa rimettiamo ogni nostro pensiero e ogni nostro proposito. 

 

     Latina, domenica 1° settembre 2019.

 

+ Mariano Crociata

Un’icona per Maria Goretti

     A chi vada in pellegrinaggio alla Casa del martirio di S. Maria Goretti[1] può capitare di osservare su una delle pareti un piccolo quadro devozionale della Madonna col bambino Gesù, come se ne trovavano soprattutto una volta in tante famiglie. Si tratta della copia di un quadro che era appartenuto alla famiglia del padre della piccola, e che una volta sposato egli aveva portato con sé nella casa di Corinaldo. Si tramanda che, quando la famiglia dovette lasciare Corinaldo, nel 1897, e intraprendere il viaggio in cerca di lavoro prima a Paliano e poi a Le Ferriere, nell’Agro pontino, il padre affidò proprio a Marietta, di appena sette anni, il compito di trasportare il quadro; non poteva certo caricarla di pesi più grandi.

     Non è difficile immaginare l’orgoglio della piccola che in tal modo si vedeva considerata e resa attivamente partecipe di un viaggio della speranza nel quale si mescolavano sentimenti contrastanti, di pena per il distacco dal paese, di incertezza e timore per il futuro, ma anche di fiducia e di attesa di trovare nuove opportunità e poi, in particolare per una bambina, di curiosità alla scoperta di nuovi luoghi e di paesaggi sconosciuti.

     Non ci vuole nemmeno molto a indovinare in lei il pensiero, e – perché no? – anche la gioia, nel sentire ora fiorirle in modo nuovo nel cuore quell’affetto per Maria e per Gesù che aveva coltivato giorno dopo giorno nella casa della prima infanzia, quando lo sguardo quotidianamente s’indirizzava con naturalezza alle due figure così care alla fede e alla devozione dell’intera famiglia, soprattutto a fine giornata nella preghiera del rosario. Quell’immagine aveva accompagnato i primi anni di Marietta, segnando con la sua presenza tenera e rassicurante il passaggio della bimba ai primi balbettii, alla confidenza con i familiari e con la casa, alla presa di coscienza di sé e all’autonomia, fino alle iniziali semplici collaborazioni alla conduzione della casa.

     Difficile dire – ma altrettanto difficile escludere – l’immedesimazione che la bambina veniva sviluppando dentro di sé con la scena che costantemente la guardava e che lei contemplava, inducendola a identificarsi e a relazionarsi: con Maria, la madre di Gesù, e con Gesù stesso, sentendosene abbracciata, voluta bene, protetta, soprattutto compresa dall’una e dall’altro, così da maturare gradualmente la propria esperienza umana impregnata di una fede arricchita di senso di sicurezza, di amorevolezza e di dolcezza, ma anche di forza di fronte alle condizioni di vita non certo prive di preoccupazioni economiche e di fatiche da mattina a sera.

     Dall’infanzia di Gesù bambino, Maria Goretti si sentiva infondere un coraggio e un’energia che la rendevano animata e attiva nel cuore della famiglia, e così anche rafforzata nel senso di sé, della sua dignità e responsabilità. Gli anni che verranno vedranno accrescersi questa esperienza e portare quei frutti di testimonianza che non cessano di additarla all’universale ammirazione, venerazione e preghiera. Senza quella presenza l’infanzia di Maria Goretti probabilmente non sarebbe stata la stessa.[2]

I. Una parola di Gesù sui bambini

     Anche oggi non mancano infanzie circondate dalla presenza di Maria e di Gesù, ma cresce – nella generale diminuzione delle nascite – il numero di bambini che trascorrono i primi anni della loro vita senza alcuna cognizione ed esperienza dei rudimenti di quella fede nella quale pure sono stati per lo più battezzati. Persino le famiglie che coltivano ancora nei loro piccoli qualcosa del senso religioso e cristiano della vita, non riescono più ad assolvere al compito della prima socializzazione religiosa cristiana, tanto meno a quello d’infondere il desiderio e la sensibilità, sia pure elementare, di un rapporto personale con Gesù e con Maria. Anche per questo la comunità ecclesiale deve tornare ad assumere direttamente la missione d’introdurre al senso della fede e all’esperienza cristiana i piccoli insieme alle loro famiglie e ai loro cari.

     Tale missione ha una radice genuinamente evangelica nella parola di Gesù.

     «Gli presentavano dei bambini perché li toccasse, ma i discepoli li rimproverarono. Gesù, al vedere questo, s’indignò e disse loro: “Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio. In verità io vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso”. E, prendendoli tra le braccia, li benediceva, imponendo le mani su di loro» (Mc 10,13-16).

     Merita considerare il contesto del brano; poco prima infatti Gesù ha risposto a una domanda sul divorzio, mentre subito dopo risponde alle domande di un tale, tradizionalmente designato come il giovane ricco. La collocazione sembra dirci che la via per entrare nel regno di Dio, sia per chi viva la condizione coniugale come per chi possieda molti beni, la trova chi fa proprio l’atteggiamento del bambino. E quanto ciò sia importante per l’evangelista, lo mostra il fatto che lo abbia già affermato poco prima (cf. Mc 9,36-37.42). Nel Vangelo di Luca il brano parallelo (18,15-17) è preceduto invece da due parabole, quella sulla preghiera insistente e quella sul fariseo e il pubblicano, due situazioni che qualificano per contrasto l’atteggiamento del bambino nell’esemplarità della sua fiducia incondizionata e della sua spontanea umiltà.

     Si discute sul significato della parola «bambini», che certo assume anche un senso ampio, nel quale alla figura letterale viene associata quella di povero, bisognoso, indigente, debole. Bisogna considerare che, nella società giudaica del tempo, i piccoli, inferiori ai 12 anni, non avevano alcun diritto e alcuna considerazione, non contavano nulla. Questo spiega l’atteggiamento dei discepoli, ma spiega anche l’estensione del significato del termine a tutti quelli che nella società non avevano capacità e titolo per essere riconosciuti e per farsi valere. Si comprende allora perché, nel contesto più ampio del nostro brano, si faccia ripetutamente riferimento alla passione (cf. Mc 10,45); con essa infatti Gesù fa proprio, fino alle ultime conseguenze, il destino dei piccoli e degli ultimi. «Il “bambino” corrisponde a una debolezza abitata da una forza altra, a essere se stesso in modo ingenuo ma pieno, colmo della liberazione che lo Spirito del regno di Dio opera nell’uomo».[3]

     Non c’è dubbio, comunque, che l’invito di Gesù – «lasciate che i bambini vengano a me» – faccia riferimento a una circostanza e a una categoria – i bambini, appunto – troppo precise per vederle annacquare in immagini vaghe di figure morali e sociali.[4] Tutte le metafore si comprendono sulla base del modello, e cioè il bambino, essere umano piccolo di età. «In quanto non hanno nulla da dare, ma tutto da ricevere, i bambini sono gli ultimi. (…) I bambini hanno infatti le condizioni indispensabili per seguire Cristo: non possiedono nulla, neanche sé stessi».[5]

     «È precisamente la povertà dei bambini che porta Gesù a dar loro tutta l’importanza che meritano: non essendo niente da loro stessi, sono disponibili a tutto. Ma sono uomini nel pieno senso della parola, e portano in sé la speranza del mondo. Il bambino sa che il mondo gli preesiste; non ne rivendica il dominio, ma continuamente riceve dagli altri. (…) Anziché impedire ai bambini di andare da Gesù, i discepoli devono dunque mettersi alla loro scuola e diventare come loro per ricevere dal Maestro il dono di entrare nel Regno».[6]

     I discepoli devono ora riconoscere ai bambini, come a tutti i piccoli e agli ultimi della terra, il titolo pieno di appartenenza alla comunità, il diritto di non essere da meno e di non avere di meno rispetto agli «adulti», prendendo sul serio la loro chiamata alla salvezza e il loro essere eredi del regno di Dio,[7] perché «il dono di Dio non può essere calcolato, esso supera sempre l’attesa dell’uomo».[8]

     L’importanza di questa parola appare evidente dall’esperienza personale di Gesù. «I bambini sono i figli di Dio; gli uomini devono ritrovare la loro infanzia: essi sono tenuti a privilegiare il bambino come figura del figlio inviato del padre».[9] Gesù, infatti, quegli atteggiamenti di apertura, di fiducia incondizionata,[10] di confidenza e di docilità propri dei bambini nei confronti del proprio papà, li ha vissuti da piccolo e li vive ormai da adulto nel suo rapporto con il Padre Dio, che non esita a chiamare «abbà» (Mc 14,36).[11] E in realtà è lui per primo il bambino da accogliere e da prendere a modello, per imparare veramente a relazionarsi con Dio,[12] ma anche per prendersi cura dei bambini e dei piccoli della terra.

II. Infanzia ieri e oggi

     Forte della parola di Gesù, la tradizione cristiana ha dato un contributo determinante al riconoscimento dell’identità e della dignità dell’infanzia, anche se storicamente solo negli ultimi secoli essa ha acquisito piena cittadinanza, fino a essere fatta oggetto di dichiarazioni universali di diritti.[13] Nel frattempo non è mancato chi abbia fatto notare che, più recentemente, l’infanzia tende di fatto a essere cancellata, perché anche i piccoli d’uomo hanno accesso, spesso senza limitazioni, alle stesse informazioni e immagini a cui hanno accesso gli adulti,[14] condividendo in qualche modo già la loro condizione. Di sicuro la situazione presenta un carattere paradossale: da un lato il tempo dell’educazione e della formazione scolastica delle nuove generazioni tende a dilatarsi; dall’altro lato l’accesso alle tecnologie più avanzate di comunicazione è sempre più precoce.

     La cosiddetta «società degli individui», nella quale si afferma sempre più il singolo proteso a realizzare se stesso a prescindere – se non, addirittura, contro – da tutto e da tutti, esalta l’iniziativa e la partecipazione attiva di ciascuno, qualunque sia la sua età o condizione. Questo si riflette anche in ambito educativo, compreso quello dei più piccoli. Per un verso viene messa in risalto la personalità della singola persona, per altro verso si allentano tutti i legami e diventano sempre più indefiniti i confini, e quindi le differenze, tra adulto e bambino, tra genitori e figli, tra educatore ed educando; alla fine si perde anche la distinzione e la necessaria articolazione tra libertà e responsabilità. A un’età sempre più precoce le nuove generazioni hanno accesso a quasi tutte le esperienze degli adulti, senza tuttavia portarne le responsabilità e, piuttosto, vedendo rinviato sempre più in avanti il tempo in cui farsi carico in prima persona della propria indipendenza. Sempre più giovani sperimentano molto presto una condizione di indipendenza, ma rimuovono che essi dipendono in tutto dai genitori e dalla famiglia: un’indipendenza fittizia nasconde l’incapacità di diventare davvero autonomi.[15] Tutto ciò non manca di riflettersi anche sull’infanzia, con effetti che richiedono attenta valutazione.

     Di fronte a simile situazione non servono tanto reazioni, eventualmente, di deplorazione o difensive. Si tratta di fenomeni che superano la capacità d’indirizzo o d’intervento di singoli e anche di gruppi. L’urgenza maggiore sta nel capire i processi in atto e inserirvisi in maniera propositiva e costruttiva. In questo senso, innanzitutto come adulti, dobbiamo prendere coscienza di una tendenza che talora rischia di travolgerci senza che ce ne accorgiamo. Mi riferisco al fatto che la cancellazione dei confini tra giovani e adulti non avviene soltanto dalla parte dei giovani, ma non meno anche da parte degli adulti. Se c’è una cosa da contrastare è l’idea che si è sempre giovani e che non c’è bisogno di diventare adulti; più ancora è da combattere il patetico giovanilismo di adulti – almeno di età – che rifiutano di accettare di non essere più giovani, ma continuano a comportarsi come se tali fossero, con il risultato che alimentano per sé e per le nuove generazioni la tipica irresponsabilità di chi pensa di non dover rendere mai conto di niente a nessuno e che i doveri e i pesi siano sempre degli altri.[16]

     Uno dei contributi più rilevanti che possiamo dare noi adulti è quello di smettere di essere e di apparire ridicoli, e di cominciare invece a essere seri, imparando a rispondere delle nostre parole e delle nostre azioni, e farci carico di ciò che ci compete. Ma anche questo è un atteggiamento che esige un impegno in prima persona, e non proclami da gridare ai quattro venti. E richiede umiltà nell’aiutarsi a vicenda tra genitori, educatori, titolari a qualsiasi titolo di compiti di fronte alla collettività, tenendo conto della complessità caratteristica della società e della cultura del nostro tempo.

     Non si può ignorare, per esempio, il ruolo preponderante assunto dalla madre nella famiglia
e in particolare nel rapporto con il figlio, bisognoso invece di ambedue le figure – paterna e materna – per dare forma alla propria personalità.[17] Il clima familiare prende una tonalità sempre più affettiva e protettiva, con il rischio che la funzione del padre – di porre dei limiti e di aprire al mondo esterno – ne risulti offuscata se non del tutto rimossa.

     Crescono in misura considerevole, poi, la presenza e l’influenza, accanto alla tradizionale televisione, di apparati e dispositivi tecnologici nella vita quotidiana anche dei bambini più piccoli, che esercitano un influsso notevole e lasciano una traccia profonda nella loro psiche e nelle loro persone. «Il web sta modificando profondamente il modo di pensare delle giovani generazioni. Le funzioni cognitive, le capacità d’integrazione e di assimilazione della conoscenza si modificano. (…) Ma quello che soprattutto sta cambiando sotto l’impatto di Internet è il modo di muoversi nello spazio e nel tempo; è il rapporto stesso con il mondo».[18]

     Infine va notato che anche le condizioni economiche, culturali e sociali delle famiglie spesso producono effetti limitanti, e non raramente dannosi, per la crescita di tanti bambini, non solo in termini fisici e materiali, ma anche psichici e morali, privandoli se non dell’accudimento primario, certo della necessaria sicurezza e della serenità sia degli ambienti sia delle relazioni personali.[19]

III. La luce della fede sull’infanzia

     Era opportuno accennare a questi aspetti della condizione odierna per non rischiare di parlare di evangelizzazione e di educazione cristiana della prima infanzia in maniera disincarnata e fuori dal tempo. La missione della Chiesa si svolge in una società che presenta, tra altri, fenomeni come quelli accennati; per non dire che alcuni di quei fenomeni coinvolgono anche noi uomini e donne di Chiesa, che dedichiamo la vita a quella missione. Dobbiamo perciò prendere coscienza che il compito pastorale nei confronti delle nuove generazioni, e in particolare dei piccoli, è ostacolato dall’assenza di socializzazione cristiana nella società di oggi e da un ambiente culturale che scoraggia o vanifica ogni opera educativa che non sia rivolta all’individualistica autorealizzazione della persona, a cominciare dal bambino.

     Le domande a cui rispondere pertanto sono due: la visione cristiana dell’infanzia che cosa ha da dire nella situazione odierna? Che cosa deve fare la comunità ecclesiale per accompagnare i piccoli alla fede?

     Lo sguardo credente sull’infanzia si può condensare in tre punti: il riconoscimento del bambino in quanto persona e soggetto dotato di una propria identità e dignità, l’affermazione di una sua specifica relazione con Dio, l’enucleazione di alcune caratteristiche tipiche della sua figura spirituale.

     1. Quando parliamo del bambino come persona, non possiamo trascurare che la sua vita non comincia con la nascita: «La vita nel grembo materno è vera vita umana».[20] La nascita costituisce il primo decisivo passaggio di un essere già dotato di una sua irriducibile identità umana.

     «Il bambino è anzitutto semplicemente l’uomo. Non c’è in verità nessuna religione e nessuna antropologia filosofica che presuppongono in modo così energico e logico il fatto che già il bambino è uomo, che già fin dall’inizio ha innati quella dignità e quegli abissi, che sono dati col nome di uomo. Per prima cosa, egli non diventa un uomo lentamente. Egli è un uomo. Egli, nella sua storia, raggiunge solo quello che è. Il bambino non è alla ricerca, nella vuota indifferenza del tutto e del nulla, di quello che possa accidentalmente diventare. Egli è, fin da principio, fornito, aggravato e dotato di tutto l’inesprimibile peso del fatto di essere uomo».[21]

     Perciò l’infanzia rimane; non è il tempo passato, il tempo andato a male. Essa non è il luogo del non ancora pienamente umano. Noi non perdiamo l’infanzia come qualcosa che resta sempre più dietro di noi, anzi come qualcosa che debba essere eliminato, svanire nel nulla al più presto e in modo definitivo, quasi fosse l’impalcatura provvisoria della costruzione finita dell’età adulta.[22]

     «Noi saremo i bambini che eravamo (…) non ci andiamo allontanando dall’infanzia, ma ci muoviamo verso l’eternità di questa infanzia, verso il suo definitivo valore davanti a Dio (…). L’infanzia è d’importanza eterna per il destino dell’uomo (…) è piuttosto, anche in se stessa, un tempo della storia personale, in cui si raggiunge ciò che soltanto in essa si può raggiungere».[23]

     «Un bambino non esiste solo per crescere, ma anche, anzi in primo luogo, per essere se stesso, cioè un bambino».[24] Con il tempo il bambino non scompare, ma si trasforma, accompagna la vita nel suo svolgimento. Una delle sue tipiche manifestazioni è il gioco, compito decisivo del bambino, nel quale risiede una specie di «epifania dell’infantile», essenziale per cominciare a cogliere alcune dimensioni fondamentali della vita.[25] Insieme a esso, tutte le esperienze primordiali conservano una pregnanza tale da rimanere nel fondo dell’esistenza di ciascuno.

     «La nostra infanzia resta in noi per sempre e, con le sue metamorfosi, le sue esperienze e i suoi traumi, ci accompagna indefettibilmente (…) la dimensione infantile è divenuta una dimensione costitutiva dell’umano in generale (…). L’uomo è a tal punto segnato dalla sua prima scoperta di sé, che tale scoperta resta un tratto permanente di tutta la sua esistenza. L’uomo è definito dal-l’infanzia».[26]

     Il dramma attuale è determinato dal fatto che molto spesso il bambino non viene rispettato in se stesso, non ha spazio per vivere il tempo della sua infanzia, perché viene sovraccaricato di richieste, di sollecitazioni, di oggetti, di occupazioni, di chiacchiere e rumori, di agitazione e di confusione, mentre egli ha bisogno di tempo, e anche di silenzio, per sognare, fantasticare, contemplare, manipolare, muoversi liberamente. Aveva ragione, l’autore de Il piccolo Principe, a scrivere nella dedica: «Tutti i grandi sono stati bambini una volta. (Ma pochi di essi se ne ricordano)».[27]

     2. Anche dal punto di vista spirituale, l’infanzia non rappresenta una condizione transitoria. Essa «ha un’immediatezza a Dio, confina con l’assolutezza di Dio», perché la sua esistenza è intrecciata a lui dall’atto creatore. «Il bambino è l’uomo che Dio chiamò col suo nome, e che è sempre di nuovo, e mai soltanto caso, applicazione di un’idea generale; vale sempre e perciò merita di esistere sempre».[28] Egli sarà per sempre l’interlocutore di Dio, che in qualche modo percepisce al fondo del suo essere e al cui amore incondizionatamente si affida, mentre si apre alla fraternità umana.

     Ma il bambino non è l’inizio puro, dalle virtualità esclusivamente positive. Il suo inizio scaturisce dentro la storia dell’uomo, con le sue contraddizioni e le sue deviazioni, segnata anche dalla colpa, dalla perdita della grazia, dal rifiuto della chiamata. Tale storia diventa in qualche modo storia di ogni nuovo nato. Sempre più frequentemente le storie di famiglie e genitori sono storie ferite, di un amore non pienamente giunto a maturazione, che lascia dietro di sé strascichi dolorosi e produce conseguenze traumatiche sullo sviluppo del bambino.

     Anche per lui essa diviene storia di redenzione, che lo riguarda personalmente e inconfondibilmente come un amore che salva. «Perciò il cristianesimo sa che il bambino e il suo inizio sono circondati dall’amore di Dio per la promessa della grazia, che Dio, in Gesù Cristo, per la sua volontà salvifica universale, dona per sempre e a ogni uomo».[29] Tale volontà salvifica si compie nel battesimo: nelle acque battesimali rinasciamo e veniamo accolti come in un nuovo utero materno, quello della Chiesa.[30]

     Non possiamo avere uno sguardo «bucolicamente ingenuo» sull’infanzia. È il motivo per cui la Chiesa ha accompagnato anche l’infanzia con i segni della grazia sacramentale, sempre più abbondante e più forte di ogni male, dando pienezza alla figliolanza umana con la figliolanza divina. L’esperienza originariamente umana di provenire e dipendere da qualcuno, dai genitori, si schiude alla grazia incommensurabile dell’originare da Dio e dell’essere rigenerati da lui come suoi figli nel Figlio eterno. L’infanzia scopre così l’orientamento di fondo che la costituisce e la sospinge a sconfinare nel mistero infinito di Dio, trovando nella figliolanza divina il vero e ultimo fondamento della generazione umana e dell’essere al mondo. Per questo va sempre mantenuta «una precisa fondazione teologica: ogni essere umano, ogni singolo individuo, uomo o donna che egli sia, è donato a se stesso ed è sostenuto dall’alto, da Dio».[31]

     È ciò che già la sacra Scrittura trasmette quando parla del popolo di Dio come di un bambino e quasi un figlio per Dio: «Quando Israele era fanciullo, io l’ho amato e dall’Egitto ho chiamato mio figlio (…) A Èfraim io insegnavo a camminare tenendolo per mano (…) Io li traevo con legami di bontà, con vincoli d’amore, ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia, mi chinavo su di lui per dargli da mangiare» (Os 11,1-4).[32]

     «La vita del bambino rivela la dimensione vocazionale della vita, in cui risuona la voce di Dio che chiama».[33] Egli è un portatore di speranza, dono di Dio, segno di un progetto più alto, frutto della libera e imperscrutabile iniziativa di Dio che sovverte le leggi biologiche e sociali, scegliendo i piccoli e i poveri per le sue grandi opere. Bambini prodigiosamente concepiti sorgono ripetutamente a svolgere la missione di salvare il popolo eletto nel corso della sua storia, fino al punto più alto della profezia dell’Antico Testamento con l’annuncio di un bambino futuro salvatore: «Perché un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio. Sulle sue spalle è il potere e il suo nome sarà: Consigliere mirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace. Grande sarà il suo potere e la pace non avrà fine sul trono di Davide e sul suo Regno, che egli viene a consolidare e rafforzare con il diritto e la giustizia, ora e per sempre. Questo farà lo zelo del Signore degli eserciti» (Is 9,5-6).

     Il Nuovo Testamento leggerà questa profezia riferendola espressamente a Gesù, nato da Maria per la potenza dello Spirito Santo (cf. Mt 1,20; Lc 1,35), custodito da Giuseppe (cf. Mt 2,20-21), e dall’uno e dall’altra accompagnato nella sua crescita in «sapienza, età e grazia» (i,2,52). «Il Salvatore del mondo viene promesso ed entra nel mondo con un corpo da bambino».[34]

     La storia della salvezza è attraversata dall’iniziativa di Dio che mette al centro i bambini e, quando richiamerà l’attenzione su di loro, Gesù non farà altro che dare attuazione e compimento al disegno di Dio. Ridare centralità all’attenzione nei confronti dell’infanzia risponde a una precisa indicazione radicata nella rivelazione cristiana.

     3. «L’atteggiamento fiducioso è certamente il più fondamentale nell’esperienza della filiazione vissuta nei primi anni dell’infanzia».[35] La fiducia viene spontaneamente offerta ai genitori, perché il bambino sa che i suoi genitori sono affidabili e, di conseguenza, ciò che gli chiedono è per il suo bene. «Il sorgere di altre qualità, quali la gratitudine o il temere l’autorità, dettate dall’amore, sono indissolubilmente legate alla fiducia, che è la prima parola di un amore che impara a donarsi, perché riconosce ciò che ha ricevuto».[36] Una simile esperienza è profondamente personalizzante.

     Uno sguardo anche sommario alla sacra Scrittura fa emergere subito le caratteristiche principali di una spiritualità dell’infanzia: «Spontaneità, povertà di spirito, esperienza di una speciale provvidenza di Dio, coscienza della propria fragilità e confidenza in Dio percepito come padre e madre, che manifesta la sua vicinanza attraverso il dono della legge».[37] E quando Gesù indica il bambino, lo vede, più che come un modello, come un simbolo; sa bene che non è una figura da idealizzare acriticamente; ci mette in guardia, così, dalle mitizzazioni dell’antichità e dalla sublimazione romantica della modernità, come pure dal facile scadimento nell’infantilismo. Egli rivolge piuttosto «un richiamo agli adulti perché non trascurino ciò che è proprio dei bambini e che essi spesso non hanno più: non la puerilità, ma la confidenza naturale, la disponibilità a ricevere gioiosamente ciò che si dona loro, la capacità di lasciarsi condurre, la concentrazione nell’istante presente, il rimettersi a chi è più grande».[38]

     C’è comunque qualcosa d’incompleto nei bambini per la loro condizione di inferiorità, ed è ciò che attira l’attenzione di Gesù, il quale non li disprezza per questo motivo, ma anzi li prende a esempio, e precisamente «per la loro mancanza di ambizione e per il loro disinteresse per gli onori, per la loro umiltà e la loro schiettezza, in contrapposizione agli adulti, che credono di non aver più bisogno di niente».[39] Ciò che il bambino ci indica è che di fronte a Dio possiamo essere quelli che ricevono senza preoccupazioni, che sanno di non aver in sé nulla su cui poter fondare anche un solo diritto, e che tuttavia si affidano alla prodiga bontà e sicurezza che viene loro incontro.[40]

     Presso i padri della Chiesa viene raccolta l’eredità della Scrittura, come fa, ad esempio, Clemente di Alessandria. «Ciò che definisce lo spirito d’infanzia è la semplicità di cuore, l’ingenuità, la sincerità (…) la mancanza di pretese o di complicazioni, l’assenza di ipocrisia, la franchezza e la semplicità che sono proprie del cristiano-bambino (…) assenza di malvagità, innocenza, dirittura, rifiuto del peccato».[41] Clemente sottolinea soprattutto la mitezza e la mansuetudine del bambino, che considera «delicato, tenero e semplice, senza inganno e ipocrisia, giusto e retto di mente».[42]

     In realtà l’infanzia, proprio per quanto fin qui detto, può ospitare una sua maturità, come afferma il Catechismo della Chiesa cattolica a proposito del sacramento della confermazione: «Non si deve tuttavia confondere l’età adulta della fede con l’età adulta della crescita naturale, e neppure dimenticare che la grazia del battesimo è una grazia di elezione gratuita e immeritata, che non ha bisogno di una “ratifica” per diventare effettiva. Lo ricorda san Tommaso: “L’età fisica non condiziona l’anima. Quindi anche nell’età della puerizia l’uomo può ottenere la perfezione dell’età spirituale di cui la Sapienza dice: ‘Vecchiaia veneranda non è la longevità, né si calcola dal numero degli anni’. È per questo che molti, nell’età della fanciullezza, avendo ricevuta la forza dello Spirito Santo, hanno combattuto generosamente per Cristo fino al sangue”» (CCC 1308).

IV. Infanzia spirituale e missione pastorale della comunità ecclesiale

     Il passaggio dalla visione cristiana dell’infanzia all’azione pastorale nei suoi confronti ha bisogno di una mediazione spirituale, non può essere compiuto per il tramite di mere tecniche pedagogiche e organizzative. Ci vuole qualcuno che entri in sintonia con lo spirito dell’infanzia, e perciò compia il passaggio dalla spiritualità della condizione infantile alla condizione dell’infanzia spirituale come caratteristica dell’autentico credente, del discepolo di Gesù. Sta proprio in questa esigenza il senso della parola di Gesù sul bambino come simbolo di chi voglia entrare nel regno di Dio. La perfezione della fede va coltivata e custodita in un’esistenza da bambini. Solo con tale perfezione ci si può e ci si deve accostare ai bambini.

     «E perciò la vita, nella quale riverentemente e con amore si conserva questa apertura al mistero, conserva anche il carattere infantile dell’inizio: è quella vita che è aperta, che aspetta l’inaspettato, che ha fiducia nell’imponderabile, che garantisce all’uomo la capacità di poter ancora giocare, che lo convince a lasciare che le potenze dominanti dell’esistenza siano più grandi dei suoi progetti e a lasciarle disporre, in quanto forze nel loro fondo buone; che garantisce all’uomo la capacità di essere innocente e sereno, (…) anche quando piange le lacrime della tristezza, poiché egli accetta anche queste come gli vengono mandate, come le lacrime della tristezza che pure è intimamente redenta; e quando le sue forze sono alla fine, con semplicità infantile considera finito anche il suo compito, poiché nessuno è tentato oltre le sue forze. Un tale atteggiamento mette in salvo l’esistenza tuffandola nel mistero, e fa in modo che si abbandoni all’Ineffabile come alla vicinanza che rassicura e perdona, alla vicinanza indicibilmente vicina e piena d’amore».[43]

     L’essere in tal maniera bambini non può riguardare solo la prima fase dell’esistenza, è invece una situazione di fondo, che tocca l’intera esistenza rettamente vissuta. Che cos’è il candore infantile se non ciò che deve stare e dominare nel fondo di un’esistenza santa e salvata, come fiducia, apertura, attesa, prontezza a lasciar-disporre-di-sé, interiore accordo con colui che ci incontra imprevedibilmente, libertà di fronte a qualcosa che è solo progettato, predisposizione, speranza non ancora fiaccata, o ancora coraggio di lasciar sorgere accanto a sé orizzonti sempre nuovi, sempre più ampi, e prontezza a camminare verso il non sperimentato?[44] L’infanzia spirituale è un compito per adulti che sanno abbandonarsi come figli e che sanno di non potersi dire mai arrivati, e perciò coltivano stupore,[45] gratitudine, fratellanza, audacia, consapevolezza di avere tempo. «Il carattere della figliolanza che è apertura, abbandono, confidenza, coraggio, disponibilità… apre alla trascendenza in termini di fede e di amore».[46]

     È con tale attitudine interiore e con il corrispondente stile di vita che ci si deve accostare al compito esaltante, estremamente delicato e necessario di accompagnare i bambini nella loro crescita alla presenza di Dio e in relazione con Gesù. Compito della comunità, perché solo da una rete di relazioni, da una famiglia formata dalla fede e dall’amore che unisce e plasma in unità, un tale accompagnamento può essere condotto.

     Bisogna subito aggiungere che un tale compito non può certo essere svolto prescindendo dalla famiglia naturale, qualunque forma e composizione essa abbia assunto. Quanti hanno costituito l’ambiente umano di accoglienza nella vita della nuova creatura, papà e mamma per primi, sono pertanto i primi, naturali e insurrogabili referenti dell’azione ecclesiale. A loro – e al bambino, tramite e insieme a loro – si dirige la premura della Chiesa. «L’ambiente umano e sociale ha dunque un ruolo fondamentale. Il risveglio religioso e un graduale attaccamento verso Dio esigono [oggi, forse, dovremmo accontentarci di dire: auspicano] l’indispensabile mediazione della relazione coi genitori, prima di ogni intervento specifico di educazione religiosa».[47]

     Una nota penosa non può essere, a questo punto, omessa, poiché il rapporto della Chiesa con l’infanzia è stato, negli ultimi decenni, orrendamente deturpato dalla piaga della pedofilia. Il fenomeno non deve essere interpretato come un casuale insieme di singoli episodi di singole persone, ma corrisponde, purtroppo, a una visione perversa della sessualità diffusa a diversi livelli sociali, non ultimo mediante i media (basti pensare alla pedopornografia). È un fenomeno che ci fa vergognare, e soprattutto pentire amaramente e ci impone d’intervenire là dove si verifichi, con la decisione e la prontezza che ci ha mostrato e insegnato papa Francesco. Proprio in linea con le sue indicazioni, che ci ricordano che «la tutela dei minori e delle persone vulnerabili fa parte integrante del messaggio evangelico»,[48] la scelta di dedicare la nostra attenzione spirituale e pastorale all’infanzia vuole anche essere una reazione positiva all’altezza dell’opera di protezione, sostenendo e accompagnando con la più adeguata cura educativa i bambini che Dio affida alle nostre comunità ecclesiali. In tal modo un simile doloroso fenomeno può rappresentare la possibilità di una conversione spirituale, morale e pastorale nell’esercizio dell’autorità e nello stile delle relazioni. 

     Lo stile che deve caratterizzare l’impegno delle comunità presenta come contrassegno il clima di famiglia, che è chiamato a connotare la vita ecclesiale nella sua interezza.[49] Solo in presenza di un tale clima, una mamma in attesa è incoraggiata, insieme allo sposo, a condividere la gioia e la trepidazione per la creatura che porta in grembo con altre famiglie, e una comunità è in grado di esprimere, con la delicatezza e la vicinanza necessarie, la partecipazione a un evento che trova nella fede la pienezza del suo significato e della sua bellezza.

     I percorsi delle coppie che decidono di accogliere un figlio sono spesso frastagliati e contraddittori, così da non consentire un andamento ordinato nell’incontro con la comunità cristiana.
In qualsiasi momento avvenga questo incontro, esso è benedetto e chiede la più grande premura nel farsi carico di accogliere e accompagnare. È facile sentirsi impari a un tale compito, poiché le nostre comunità parrocchiali non sempre hanno già raggiunto il livello di un tessuto di famiglie e di presenze sufficientemente unito e stabile. Nondimeno sarebbe un errore pensare di dover attendere tempi migliori per intraprendere l’iniziativa d’incontrare e seguire coppie che chiedano o siano disponibili a lasciarsi accompagnare nell’accogliere un figlio e nel dargli i primi elementi di un’esperienza cristiana della vita. La comunità si costituisce nell’atto stesso in cui alcuni in essa, sotto la guida del pastore, si dispongono a un’accoglienza delle famiglie con bambini piccoli o in attesa di un bambino, anche se immediatamente essi possono sentirsi inadeguati. Bisogna partire da ciò che siamo, ma animati dall’ansia di condividere e far crescere l’esperienza della fede e della presenza del Signore in mezzo a noi.

     Si deve dire che in quasi tutte le parrocchie si riscontra la presenza di singoli o di coppie che si dedicano assiduamente, insieme e sotto la guida del parroco, alla preparazione delle famiglie al battesimo. Si tratta di una patrimonio di esperienza e di competenza da custodire gelosamente ma, se possibile, anche da incrementare. Da qui bisogna prendere avvio per estendere l’iniziativa a una pastorale della cura dell’infanzia che accompagni i bambini fino al completamento dell’iniziazione cristiana e oltre.

     Il momento, in assoluto determinante, di tutta la cura che possiamo predisporre per i piccoli è la celebrazione del sacramento del battesimo. Sono ancora in maggioranza le coppie che si rivolgono alla parrocchia solo per chiedere il sacramento e che non sono interessate e disponibili, invece, a impegnarsi per altro. Finché c’è convinzione e determinazione, è importante accogliere e circondare di attenzione la richiesta, anche se bisogna ammettere che in non pochi casi il battesimo è «una specie di rituale della nascita»,[50] «una specie di “ovvietà culturale”, cui non è facile sottrarsi neppure quando i motivi primari di natura religiosa sono chiaramente svaniti».[51]

     Seppure la pressione del conformismo e della convenzione sociale a favore della richiesta del sacramento sia in attenuazione, a motivo della privatizzazione della religione, il battesimo svolge, con il suo apparato rituale, la funzione di elaborare le dimensioni inconsce che la nascita, come la morte, oscuramente mobilita chiedendo di integrarle nella propria storia di vita. I riti esprimono un simbolismo che elabora, quasi terapeuticamente, le ambivalenze umane fondamentali che le esperienze limite della vita fanno emergere, e pertanto toccano nell’intimo la situazione personale e umana di quanti sono coinvolti, facendoli sentire parte di un’unità e di un’identità comunitaria che in qualche modo conserva una componente religiosa. Il loro effetto benefico rappresenta comunque un valore da non deprezzare.

     Certo non possiamo trascurare né sminuire che il battesimo ha a che fare con Gesù Cristo, ha senso se è l’inizio di una crescita progressiva della fede che comporta un’appartenenza alla Chiesa, da cui segue un modo di agire che non teme di prendere le distanze dalla «cultura ambiente», si giustifica solo «se c’è una qualche prospettiva che il bambino battezzato possa arrivare a credere personalmente in seno alla comunità cristiana, cioè solo se i genitori saranno per lui la “Chiesa presente” e il padrino aiuterà il figlioccio ad arrivare a credere personalmente».[52] Non ci nascondiamo che molti semplicemente ignorano queste condizioni. «Il fatto che in proposito le idee della gente e l’idea che la Chiesa ha di sé non combaceranno mai verosimilmente al cento per cento non deve inquietare. Solo nel caso una persona escluda espressamente dal rituale quel che la Chiesa crede, si dovrà verificare se sia opportuno soddisfare la sua richiesta di far battezzare il figlio».[53]

     Ciò che giustifica la scelta impegnativa di accogliere la richiesta è innanzitutto la fede nell’efficacia intrinseca della grazia del sacramento, senza confronto maggiore di ogni nostra spiegazione e di ogni nostro commento. Nondimeno anche in tale circostanza si richiede che nella famiglia, con l’aiuto della comunità, non manchi chi partecipi della fede della Chiesa e chi sia in grado di assicurare una qualche forma di accompagnamento nella crescita della fede del bambino, che possa condurlo a una graduale accoglienza personale di essa.

     In ogni caso la comunità ecclesiale è responsabile di ogni battezzato che ammette alla comunità dei figli di Dio. Da questa responsabilità deve scaturire ogni possibile iniziativa volta a offrire alle famiglie con bambini battezzati opportunità per alimentare la fede dei loro piccoli. È fondamentale che a essi sia approntata in qualunque modo qualche occasione per rivivere e sperimentare il senso della comunità e della fede insieme alla famiglia e alle persone che se ne prendono cura. Anche questo rappresenta un compito essenziale perché si possa dire in verità che la Chiesa assolve la missione di trasmettere la fede ricevuta.

     Tra le molte indicazioni – unite a non poche esperienze – che possono essere reperite, tre meritano in questa sede di essere richiamate. Innanzitutto bisogna trovare i modi per adeguare qualsiasi iniziativa e attività al modo proprio di essere e di esprimersi dell’infanzia, con il suo linguaggio, la sua sensibilità, i suoi ritmi, le sue esigenze. Ma bisogna non meno tenere conto dell’evoluzione che segna i primi anni di vita, durante i quali a volte anche pochi mesi possono far registrare cambiamenti significativi, per non parlare delle considerevoli differenze tra i primissimi anni e quelli d’ingresso nella scuola. Un aspetto importante è, poi, il coinvolgimento attivo dei bambini, destinato a intensificarsi con il crescere dell’età; essi hanno bisogno di sentirsi ascoltati, ma anche di potersi esprimere in un dialogo sempre più aperto; sanno essere protagonisti che s’interessano profondamente di ciò che li occupa.

     La domanda che rimane sospesa per ultimo riguarda che cosa offrire. In qualche modo anche i bambini devono prendere familiarità con le dimensioni costitutive della vita ecclesiale e quindi dell’esperienza cristiana, ovvero la parola di Dio, la liturgia, la carità, da cui assimilare atteggiamenti di fede, di speranza, di carità. Forse la dimensione più vicina alla sensibilità infantile è la liturgia, non certo nella sua formulazione propria degli adulti (seppure andrebbe sempre incoraggiata la partecipazione della famiglia insieme ai bambini alla messa domenicale), ma come ambito nel quale la ritualità, i segni e i gesti, come pure l’atmosfera che si riesce a creare, hanno un ruolo preminente. Al di là delle liturgie ordinarie che gli adulti compiono, è importante creare momenti in cui il protagonismo dei bambini, gestuale ed espressivo, abbia uno spazio adeguato, insieme ai simboli, alle immagini, ai suoni e ai silenzi da distribuire in incontri da preparare con cura.

     Attorno a questi momenti ricchi di espressività e di coinvolgimento, devono essere inseriti elementi di catechesi e di relazioni improntate a una carità che caratterizzi i rapporti tra le persone conosciute e si apra gradualmente anche oltre. Fin troppo ovvio richiamare l’importanza dell’uso di immagini, soprattutto di narrazioni, nonché di un dialogo che dia spazio ai «perché» che si accumulano sempre più numerosi via via che il bambino cresce. Sono aspetti che non perdono il loro valore anche per i piccoli, che spesso acquistano sempre più precocemente dimestichezza e abilità con i prodotti più sofisticati della moderna tecnologia.

V. Indicazioni pastorali

     Comprendiamo che l’impegno delineato in questi orientamenti ha bisogno di una prospettiva di lungo periodo, che s’inquadra nel progetto che, ormai da qualche tempo, stiamo elaborando per accompagnare la formazione cristiana delle nuove generazioni. La prima tappa (da zero a sette anni), non meno di quelle seguenti, richiede un percorso che s’intravede in quanto abbiamo detto.[54] Dobbiamo infatti chiederci come dare volto concreto all’esigenza pastorale di cui ora avvertiamo più nitidamente la consistenza e l’urgenza. Tale volto concreto sarà il risultato di uno sforzo convergente tra le indicazioni diocesane e la creatività delle singole comunità parrocchiali. Sono infatti differenti le condizioni delle parrocchie, a seconda della figura dei presbiteri e dei diaconi che le guidano, dell’esperienza e della preparazione dei collaboratori, della presenza o meno di nuove famiglie e di bambini, della proposta di esperienze da parte di eventuali percorsi associativi, o altro ancora. Ogni parrocchia, nel gruppo dei collaboratori più stretti e nel Consiglio pastorale parrocchiale, deve avviare una riflessione sulla pastorale per l’infanzia. Questo deve essere il primo e principale impegno dell’anno pastorale che va a iniziare.

     Nello svolgimento di tale riflessione si tratta di mettere a fuoco, in modo particolare, tre aspetti. Il primo aspetto riguarda le coppie incaricate o i collaboratori che affiancano il parroco nella preparazione alla celebrazione del battesimo. L’esigenza, in questo caso, è quella di arricchire tale collaborazione con la creazione di un grup-
po più largo di coppie e di collaboratori
che possano condividere e animare l’accompagnamento delle giovani famiglie ad accogliere le nuove vite e a sostenerle nella loro crescita ed educazione. Una ricognizione delle coppie incontrate in occasione del battesimo sollecita a chiedersi quali di esse potrebbero essere invitate a svolgere un servizio di animazione tra le giovani famiglie della parrocchia.

     Il secondo aspetto interessa i genitori dei bambini e cerca d’intercettare le esigenze formative che avvertono, allo scopo di svolgere la loro missione di genitori ed educatori cristiani. Il perno del loro coinvolgimento è senza dubbio la preparazione e la celebrazione del battesimo; a partire da esso, bisogna stabilire relazioni nelle quali far emergere spontaneamente il comune interesse educativo nei confronti dei piccoli. Più che una proposta volta a calare dall’alto un insegnamento, ciò che dovrebbe svilupparsi è una rete di relazioni familiari, nel quadro ideale della parrocchia, in cui far crescere la condivisione di preoccupazioni comuni e di attenzioni che facciano sperimentare il vantaggio e la fruttuosità di un aiuto reciproco. In questo ambito sarà necessario istituire forme stabili di collaborazione con i responsabili dei percorsi di preparazione al matrimonio e di quelli di animazione della pastorale familiare e di gruppi famiglia.

     Il terzo aspetto tocca specificamente i bambini e le modalità più adeguate per instillare in essi una sensibilità cristiana attraverso suggerimenti per i familiari e attraverso iniziative comuni che possano essere intraprese. Indicazioni concrete verranno anche su questo aspetto da parte del centro diocesano, ma da subito ci si può adoperare per riflettere insieme – tra coppie di genitori – sul modo migliore di rapportarsi innanzitutto con i bambini più piccoli, sulle modalità più idonee per farli incontrare e stare insieme occasionalmente anche attorno a un evento ben preparato, semplice e corredato di segni elementari, in ambienti predisposti allo scopo, che facciano leva su immagini, racconti, luci, colori, musiche e canti, portatori di suggestioni, atmosfere, sensazioni.

     Un’attenzione simile deve essere riservata alla fascia dei bambini dai tre ai cinque anni, con eventi che abbiamo caratteristiche proporzionate alla loro età, come per esempio una sorta di «gioco dei perché», che li veda coinvolti a partire dalle domande che affollano questa fase della vita dei bambini. Un aiuto specifico per questi ambiti andrà raccolto in modo particolare dal gruppo liturgico. Infine, per la fascia di età dai sei ai sette anni, potrebbe venire valorizzata la formula del raccontarsi e del raccontare facendo espressamente entrare la figura di Gesù, di Maria e dei santi nella elaborazione condivisa delle esperienze. In questo caso potrebbero entrare in gioco dei catechisti specificamente preparati.

     In questi impegni propri delle comunità parrocchiali, bisogna tenere presente che alcune di esse non hanno le figure, gli strumenti e i mezzi per intraprendere autonomamente iniziative in questo come in altri campi. Diventa sempre più necessario promuovere nuove forme di collaborazione tra le parrocchie, senza le quali può risultare difficile assicurare il servizio spirituale e pastorale che i fedeli si aspettano o hanno bisogno di ricevere. Abbiamo necessità di lavorare ancora molto in questa direzione.

     L’iniziativa del centro diocesano avrà, da questo punto di vista, tre direttrici. La prima consisterà nel ricostruire la rete dei responsabili della preparazione alla celebrazione del battesimo, così da costituire un punto di riferimento affinché, sotto la guida dei parroci, siano sostenuti nel loro servizio chiamato ad abbracciare la pastorale per l’infanzia. Accanto alla ricostruzione di tale rete, saranno predisposti dei suggerimenti per realizzare una prima esperienza d’incontro parrocchiale per e con i bambini. In questa prospettiva potrebbero essere valorizzati momenti straordinari di incontro, quali quello dei bambini battezzati nell’anno in occasione della festa del Battesimo del Signore, oppure per una preghiera di benedizione sulle mamme in attesa, o ancora di preghiera per i bambini che vanno per la prima volta a scuola.

     Una seconda direttrice sarà quella dei convegni diocesani, che quest’anno saranno incentrati sulla pastorale dell’infanzia. La terza direttrice si riferisce ad alcune iniziative diocesane, come un pellegrinaggio che abbia come protagoniste le famiglie con bambini piccoli, occasione di un’esperienza straordinaria con riferimento a una meta di speciale significato religioso e familiare.

     Nel quadro così delineato, non deve mancare un’attenzione specifica alle situazioni di indigenza e di disagio. Il gruppo di coppie e di collaboratori che si dedicano alla pastorale per l’infanzia dovrebbe acquisire una cognizione discreta ma il più possibile completa di tre categorie di bambini: quelli – italiani e stranieri – che soffrono per limitazioni materiali, di tipo economico, ambientale e sociale; quelli che sono affetti da patologie di particolare gravità; quelli che sono portatori di disabilità di vario genere. Lo scopo di una tale conoscenza è quello di trovare il modo di far sentire la vicinanza della comunità ecclesiale e la disponibilità ad accompagnare e sostenere esperienze di vita talora al limite della sopportabilità e bisognose di solidarietà concreta, o almeno di senso di prossimità di compassione, ma non meno – infine – di aiuto a dare un senso alla sofferenza e a prove molto grandi che la vita impone ad alcuni.

* * *

     Affidiamo all’intercessione della piccola santa, Maria Goretti, questi pensieri e questi propositi. Li deponiamo ai piedi di Gesù bambino e di sua madre Maria, perché il dono dello Spirito porti a compimento attraverso di noi quanto egli non cessa di suscitare nel cuore della nostra Chiesa. Operiamo nella certezza che i piccoli stanno a cuore a loro prima che a noi, e che la grazia che possiamo chiedere è quella di tenere desto in noi qualcosa di quel disegno di bene e di amore per i nostri bambini che sta impresso innanzitutto nel cuore di Dio.

 

[1] Al Borgo Le Ferriere di Latina.

[2] Cf. S. Pompilio, «La presenza della Madonna nella vita di s. Maria Goretti», in Maria Goretti fra passato e presente. Atti del Convegno di Latina, 11-13.10.1991, a cura di F. Guerra, Il Crocifisso, Roma 1996, 151-161.

[3]B. Standaert, Marco. Vangelo di una notte Vangelo per la vita, II, EDB, Bologna 2012, ad locum.

[4] Cf. R. Pesch, Il Vangelo di Marco, II, Paideia, Brescia 1982, 205.

[5] S. Fausti et al., Una comunità legge il Vangelo di Marco, EDB, Bologna 1999, 383-384.

[6] J. Radermakers, Lettura pastorale del Vangelo di Marco, EDB, Bologna 1975, 237.

[7] Cf. R. Schnackenburg, Vangelo secondo Marco, II, Città Nuova, Roma 1981, 91-93.

[8] J. Gnilka, Marco, Cittadella, Assisi 1987, 543.

[9] F. Bovon, Vangelo di Luca, II, Paideia, Brescia 2012, 812. Piuttosto scettico, invece, sul significato da attribuire alla figura del bambino R. Meynet, Il Vangelo secondo Luca. Analisi retorica, EDB, Bologna 2003, 649.

[10] Cf. J. Ernst, Il Vangelo secondo Marco, II, Morcelliana, Brescia 2000, 468-471.

[11] Cf. H.U. von Balthasar, Se non diventerete come questo bambino, Piemme, Casale Monferrato (AL) 1991, 27-36.

[12] Una pista importante di riflessione, al riguardo, è quella indicata da von Balthasar nella meditazione del mistero dell’incarnazione, che lo conduce ad accostare la Parola e il bambino; cf. il paragrafo «La Parola come bambino», in H.U. von Balthasar, Il tutto nel frammento. Aspetti di teologia della storia [1963], Jaca Book, Milano 1990, 223-231.

[13] Cf. S. Cannon, «Dignità e diritti del bambino», in S. Zamboni (a cura di), Etica dell’infanzia. Questioni aperte, Lateran University Press - Editiones Academiae Alfonsianae, Città del Vaticano 2014, 63-84.

[14] Cf. N. Postman, La scomparsa dell’infanzia. Ecologia delle età della vita, Armando, Roma 1991.

[15] Cf. M. Gauchet, Il figlio del desiderio. Una rivoluzione antropologica, Vita e pensiero, Milano 2010, 43-46.

[16] Cf. M. Recalcati, Cosa resta del padre? La paternità nell’epoca ipermoderna, Raffaello Cortina, Milano 2011; A. Matteo, L’adulto che ci manca. Perché è diventato così difficile educare e trasmettere la fede, Cittadella, Assisi 2014.

[17] Cf. C. Ternynck, L’uomo di sabbia. Individualismo e perdita di sé, Vita e pensiero, Milano 2012, 135-154.

[18]Ivi, 91. Cf. M. Wolf, Lettore, vieni a casa. Il cervello che legge in un mondo digitale, Vita e pensiero, Milano 2018, 121-155.

[19] Cf. Francesco, Udienza generale, Roma, 8.4.2015; Incontro con i membri dell’Istituto Ospedale degli innocenti di Firenze, Roma, 24.5.2019.

[20] R. Guardini, Etica [1950-1962], Morcelliana, Brescia 2001, 566.

[21] K. Rahner, Pensieri per una teologia dell’infanzia, in Id., Nuovi saggi, II. Saggi di Spiritualità, Paoline, Roma 1968, 401.

[22] Cf. ivi, 398-399.

[23]Ivi.

[24] R. Guardini, Etica, 593. «Il compito dell’educazione appare quello di aiutare non tanto a diventare uomo, ma a essere uomini: ogni bambino è chiamato a essere uomo vivendo la sua infanzia e la sua fanciullezza, non come spettatore dell’umanità, non come chi è in sala d’attesa per essere ricevuto nel convito dell’umanità, ma in quanto vi partecipa già, a pieno diritto» (A. Napolioni, Grandi come bambini. Per una teologia pastorale dell’infanzia, Elledici, Leumann [TO] 1998, 82).

[25] Cf. S. Zucal, «Romano Guardini e le età della vita», in Parola Spirito e Vita 49 (2004), 197-212.

[26] Gauchet, Il figlio del desiderio, 5. «L’infanzia è, tra tutti, il luogo che si porta sempre con sé nel bene e nel male», perché «è l’infanzia il luogo in cui ci siamo risvegliati alla vita» (M. Zambrano, Per l’amore e per la libertà. Scritti sulla filosofia e sull’educazione, Marietti 1820, Genova 2008, 170).

[27] A. de Saint-Exupéry, Il piccolo Principe [1943], Bompiani, Milano 2005, 5.

[28] Rahner, Pensieri per una teologia dell’infanzia, 399-401.

[29]Ivi, 403-404.

[30] «Sperate in lui tutti insieme, o assemblea della nuova prole, o popolo che stai per nascere, popolo che il Signore ha fatto, aiutati per esser partorito bene, per non essere abortito con pericolo di morte. Ecco, l’utero della madre Chiesa, per partorirti, per generarti alla luce della fede, travaglia nelle doglie del parto» (Agostino, Discorso 216,7).

[31] Zucal, «Romano Guardini e le età della vita», 212.

[32] Cf. anche Ger 31,20.

[33] Napolioni, Grandi come bambini, 102.

[34]Ivi, 103.

[35] J. Laffitte, «Il bambino come soggetto morale», in Zamboni (a cura di), Etica dell’infanzia, 21. Cf. G. Angelini, Educare si deve ma si può?, Vita e pensiero, Milano 2002, 48-54.

[36] Laffitte, «Il bambino come soggetto morale», 22. Cf. Francesco, Udienza generale, Roma, 18.3.2015.

[37] Napolioni, Grandi come bambini, 102.

[38]Ivi, 113.

[39] Rahner, Pensieri per una teologia dell’infanzia, 405.

[40] Cf. ivi, 406.

[41] D. Gianotti, «Il cristiano come bambino secondo Clemente di Alessandria», in Parola Spirito e Vita 49 (2004), 189-190.

[42]Ivi, 192.

[43] Rahner, Pensieri per una teologia dell’infanzia, 407.

[44] Cf. ivi, 412-413.

[45] «La verità più qualificante dell’età infantile è la meraviglia» (G. Angelini, «Le età della vita e la figura dell’uomo», in Teologia 32 [2007], 162).

[46] Napolioni, Grandi come bambini, 186.

[47]Ivi, 73.

[48] Francesco, lett. ap. Sulla protezione dei minori e delle persone vulnerabili, 26.3.2019; Regno-doc. 11,2019,330. Cf. Papa Francesco - Benedetto XVI, Non fate male a uno solo di questi piccoli. La voce di Pietro contro la pedofilia, Cantagalli, Siena 2019.

[49] È stato questo il tema della lettera pastorale dell’anno pastorale scorso, «Una generazione narra all’altra le tue opere» (Sal 145,4). Famiglia e Chiesa, insieme per educare, in Diocesi di Latina-Terracina-Sezze-Priverno, Annale 2018, Tipografia Monti, Cisterna di Latina 2019, 15-25.

[50] P.M. Zulehner, Teologia pastorale, vol. 3, Passaggi. Pastorale delle fasi della vita, Queriniana, Brescia 1992, 240.

[51]Ivi, 242.

[52]Ivi, 244.

[53]Ivi, 247.

[54] Cf. Conferenza episcopale italiana, Incontriamo Gesù. Orientamenti per l’annuncio e la catechesi in Italia, 29.6.2014, n. 59; Regno-doc. 13,2014,417. Il documento rimanda al Catechismo della Conferenza Episcopale Italiana, Lasciate che i bambini vengano a me, LEV, Città del Vaticano 1992, che rimane un punto di riferimento per la pastorale dell’infanzia.

Tipo Documento
Tema Pastorale - Liturgia - Catechesi Minori
Area EUROPA
Nazioni