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Agnello e servo

II domenica del tempo ordinario

Is 49,3.5-6; Sal 40 (39); 1Cor 1,1-3; Gv 1,29-34

Il 18 luglio 1944, dal carcere di Tegel, Dietrich Bonhoeffer scrive all’amico Eberhard Betghe:

«Questa è la metanoia [in greco nel testo]: non pensare anzitutto alle proprie tribolazioni, ai propri problemi, ai propri peccati, alle proprie angosce, ma lasciarsi trascinare con Gesù Cristo sulla sua strada nell’evento messianico costituito dal fatto che Is 53 si compie ora! Donde: “credete all’Evangelo”, ovvero in Giovanni il richiamo all’“agnello di Dio che porta i peccati del mondo” (per inciso Jeremias di recente ha sostenuto che “agnello” in aramaico può essere tradotto anche con “servo”. Molto bello in relazione a Is 53!), questo venir trascinati nella sofferenza messianica di Dio in Gesù Cristo nel NT si realizza in diversi modi: attraverso la chiamata dei discepoli alla sequela, attraverso il sedere alla stessa tavola con i peccatori» (Resistenza e resa, Queriniana, Brescia 2002, 499-500).

Nessuno meglio di Bonhoeffer poteva leggere in maniera tanto concreta i testi. Una testimonianza costosa come la sua è l’inveramento più coerente del prezioso dettaglio esegetico che egli ricorda. Semmai siamo noi che ci meravigliamo del fatto che, stando in prigione senza troppe speranze di venirne fuori, egli fosse così attento e memore di un articolo di J. Jeremias.

In questo articolo Jeremias metteva appunto in luce come il termine aramaico talya traduce sia «servo» (in ebraico ʿebed), sia «agnello» (in ebraico ṭaleh, tipico di Isaia, cf. 40,11 e 65,25). Nell’aramaico di Galilea, lingua presumibilmente parlata da Gesù, significava «agnello», ma anche «fanciullo», «bambino» e «servo» ed era, quindi l’equivalente del pais greco. Secondo diversi studiosi perciò la scelta di Giovanni di indicare Gesù come «agnello di Dio» (ṭalya d`alaha) è una scelta deliberata.

Nel simbolo dell’agnello confluiscono infatti la «legatura» di Isacco (Gen 22,1ss), l’agnello della pasqua (cf. Es 12,3, dove l’agnello è il più comune ebraico śeh) e il Servo del quarto carme (cf. Is 53,7) – agnello condotto al macello e pecora afona –, che offre se stesso in sacrificio perché «portava il peccato di molti e intercedeva per i peccatori» (Is 53,11). Il che non può non richiamare il nome dato a Gesù secondo Matteo (cf. 1,21) e le sue ultime parole sulla croce secondo Luca (cf. 22,37).

C’è infine da notare che Giovanni usa il termine agnello con l’articolo (1,29 ho amnos), che suona come una precisazione o un’enfatizzazione del termine: è proprio l’agnello di Dio con tutta la costellazione di tradizioni che il termine porta con sé.

Non resta che vedere il valore del termine «servo», che non è apprezzato nella nostra attuale cultura, a differenza della collocazione sociale che ha nel Primo Testamento. Basti per tutti ricordare la figura del servo di fiducia di Abramo, identificato con l’Eliezer che potrebbe esserne l’erede (cf. Gen 15,2), che viene incaricato di cercare una moglie per Isacco (cf. Gen 24), dunque non un servo nel senso che noi diamo al termine, ma un uomo fidato a cui dare incarichi delicati fino alla gestione dell’intero patrimonio in mancanza di eredi. E del resto sono «servi di Dio» Mosè (Es 14,31 e Sal 90), Davide (cf. 2Sam 7,8), Abramo (cf. Gen 26,24) nonché alcuni profeti (cf. Am 3,7; Ger 7,25) e lo stesso Servo che Is 49 presenta. Egli ha un compito di annuncio (vv. 1-3), al quale è stato chiamato prima ancora di nascere, ma nel quale confessa amaramente di aver fallito (v. 4).

La sua è dunque una vocazione alla Parola ascoltata e proclamata, e dal suo fallimento scaturisce un ampliamento fino a dimensioni universali della missione. I due momenti dell’ascolto e della proclamazione della Parola attestano una conoscenza in divenire, alimentata dalla non-conoscenza, e a misura del fallimento: a questo Dio risponde con un «è troppo poco» (Is 49,6) senza precisare quale altro ruolo o nome attribuirà al suo Servo.

Forse dovremo aspettare Gv 15,15, quando la condizione sociale dei servi è oramai cambiata, per sentir dire: «Non vi chiamo più servi […]; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi».

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