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Attualità
Attualità, 18/2020, 15/10/2020, pag. 580

Mascherine

L’eucaristia nella pandemia

Piero Stefani

A volte anche gli interrogativi retorici possono essere lapidari. Ne fornisce un esempio Joseph Roth quando scrive: «Se ci si abitua alla propria infelicità, perché non abituarsi all’infelicità del prossimo (...)?».1 C’è la pandemia, quando la malattia o almeno la paura ci tocca da vicino l’abitudine è rintanata dietro le quinte, allorché ci si limita alle precauzioni essa ritorna invece sul proscenio. In questo caso il prossimo resta altrove, là dove ancora si soffre, si muore o quanto meno si perde il lavoro.

La fase in cui attualmente ci troviamo è largamente riconducibile a tre parametri: stiamo imparando a convivere sia con la pandemia, sia con le misure prese per contenerla, sia con quelle (ancora largamente da definire nei loro aspetti concreti) volte a uscire dalle conseguenze negative legate alle disposizioni emanate per tenere sotto controllo il contagio. Nel frattempo si tira avanti.

Uno degli aspetti paradigmatici della situazione attuale è l’uso delle mascherine. Quando il pericolo, reale o potenziale, viene da altri fronti, avere il viso coperto (anche solo parzialmente) produce inquietudine. Per saperlo non occorre andare ai vecchi film western, basta pensare ai controlli effettuati quando il terrorismo era considerato una delle minacce più gravi alla convivenza civile.

Anche in quel caso, a mutare determinati comportamenti, assai più del fenomeno in se stesso, furono (e in parte tuttora sono) le misure assunte per tenerlo sotto controllo. Negli aeroporti il cambiamento più evidente è stato l’introduzione dei metal detector (ora diventata prassi consueta); al giorno d’oggi, però, l’attenzione è rivolta in massima parte altrove e a costituire nuove forme di controllo sono scanner e tamponi.

Osservando fotografie o film di vari decenni fa, si nota che tutti per uscire, in qualunque stagione dell’anno si fosse, si mettevano il cappello. Viste dall’alto, le piazze erano fitte distese di copricapo. Fra qualche tempo forse lo stesso varrà in relazione al 2020 (solo?) per le mascherine. Esse sono diventate, per così dire, una specie di cappello labiale e nasale da indossare in molti luoghi, chiese comprese. Giungerà il tempo in cui vedere un’assemblea liturgica «mascherata» farà agli osservatori un’impressione analoga a quella da noi provata quando guardiamo la moltitudine dei cappelli?

Le mascherine sono d’obbligo nei locali chiusi e in molti casi anche all’aperto. La regola tocca in maniera diretta l’ambito cultuale. Le misure legate al COVID-19 hanno prodotto modifiche nello svolgimento dei riti: igienizzazione, distanziamento, soppressione dello scambio della pace, modalità di distribuzione della comunione e appunto obbligo delle mascherine. Sono bastate poche settimane e ci si è abituati. Ormai si celebra così.

Fratelli e sorelle a distanza?

Eppure la mascherina sta oggettivamente a significare che, proprio mentre si è radunati in assemblea per celebrare Gesù Cristo morto e risorto, il corpo del mio fratello e della mia sorella di fede rappresenta per me una potenziale minaccia, così come il mio lo costituisce per lui o per lei. Mentre ci si nutre del corpo e del sangue di Cristo, i corpi dei fedeli divengono reciprocamente fonte di pericolo. La risposta alla situazione non è quella (assunta da qualche assemblea liturgica specie in ambito ortodosso; cf. Regno-att. 14, 2020,399) di comportarsi come se nulla fosse. La linea da seguire è altra: mettere a tema l’anomalia ed esplicitare nuove forme simboliche consone a questo dato di fatto.

Nel periodo del lockdown si sono moltiplicate varie forme liturgiche sostitutive. Il ventaglio è stato ampio. Le valutazioni varie. Non c’è dubbio che, in alcuni casi, si è manifestata una certa creatività. Il ritorno a una «anomala normalità» sembra aver sopito ogni spinta inventiva. Il distanziamento e la riduzione della capacità di interazione assembleare hanno rafforzato, sotto varie forme, il ruolo del celebrante. Avviene così anche se ciò non corrisponde alla volontà del sacerdote. In molte messe il celebrante distribuisce la comunione tra i banchi. In luogo di andare processionalmente verso il sacerdote, si sta al proprio posto. È una misura adottata per ragioni di prudenza sanitaria.

Possiamo accontentarci di una simile motivazione? Se non si è in grado di fornire un significato simbolico al gesto, l’abitudine cancellerà ben presto ogni senso di anormalità. Un parroco, molto vicino nella sua vita pastorale ai malati e agli anziani, ha giustificato la prassi evocando questa sua attività. Riceviamo la comunione «al banco» perché tutti siamo in un certo senso malati sia spiritualmente sia fisicamente, se non in senso proprio almeno per la partecipazione alle patologie che ci circondano, oltre che per quelle che ci possono capitare. È la via giusta da seguire: occorre dare un senso alto a quello che le circostanze esterne costringono a fare.

In una puntata della rubrica da lui tenuta sulla rivista Confronti, il pastore valdese Fulvio Ferrario ha citato una frase del teo-
logo evangelico Ulrich J. Körtner, secondo il quale la pandemia ha mostrato, con chiarezza, che le «Chiese sono irrilevanti dal punto di vista sistemico». Che questo sia il destino delle Chiese almeno nell’Europa occidentale è sotto gli occhi di tutti. Quanto interessa nelle osservazioni di Ferrario (scritte invero in un linguaggio assai colloquiale) è soprattutto altro, si tratta di una posizione riassumibile in questi termini: la pandemia ha messo in rilievo «l’irrilevanza sistemica» della partecipazione al culto presente anche in molti di coloro che si professano cristiani.

L’argomento, soprattutto protestante, che l’appartenenza ecclesiale non coincide con la frequenza liturgica, è giudicato dal teologo valdese «una clamorosa panzana»; lo è proprio perché ci si trova in società secolarizzate. Appartenere a una Chiesa non significa certo solo frequentarne le liturgie «così come vivere non significa soltanto mangiare e bere. Se però non si fanno queste due cose, si muore d’inedia, che è esattamente quel che sta accadendo alle Chiese europee».

Le discussioni su come far giungere alla «società» il messaggio sono del tutto peregrine, «fino a che non ci si chiede per quale motivo questo benedetto “messaggio” non è accolto nemmeno dalle Chiese stesse. Il dramma delle Chiese europee non è l’incredulità che le circonda, bensì quella che le attraversa».2

Eucaristia: un originale  che non ammette copie

La «liturgia della Parola» può essere trasmessa e durante il periodo del lockdown ne abbiamo avuto testimonianze a piene mani. In quelle settimane la messa mattutina celebrata a Santa Marta da papa Francesco divenne un punto di riferimento per molti. Le parole della Scrittura e il commento a esse riservate dal vescovo di Roma entrarono in numerosi cuori.

Della «liturgia eucaristica» è invece possibile trasmettere solo un’immagine alla quale è precluso di entrare nell’anima e nel corpo. L’essere «in presenza» è, in questo caso, insostituibile. Da ciò derivano la grandezza e la fragilità dell’assemblea eucaristica: un originale che non ammette copie. La partecipazione alla mensa del Signore è un kairos legato all’hic et nunc della celebrazione. È patologia spirituale ritenere di potere trovarne dei surrogati.

In questo deserto, da parte cattolica si continua a mettere paletti per escludere la prassi dell’«ospitalità eucaristica». Una recente lettera della Congregazione per la dottrina della fede pone in guardia i vescovi tedeschi nei confronti dell’ampio e accurato testo, Insieme alla tavola del Signore (Regno-doc. 11,2020, 358-384).

Lo si deve all’öak, Gruppo di lavoro ecumenico di teologi evangelici e cattolici fondato in Germania nel 1946 con lo scopo di discutere assieme questioni dogmatiche. Si tratta di un gruppo storico a cui, fin dalla sua fondazione, hanno preso parte eminenti teologi, dapprima cattolici e luterani, in un secondo momento anche riformati.

Uno dei fondatori del gruppo, l’arcivescovo di Paderborn Lorenz Jaeger, alla fine del suo mandato scrisse che la frattura storica fra le Chiese fu dovuta ai teologi; essa perciò deve ora essere superata «attraverso un lavoro teologico». L’espressione, ovviamente, non va considerata un’analisi storica puntuale delle cause della Riforma protestante. Tuttavia è fuori discussione che all’inizio dell’età moderna il ruolo pubblico del linguaggio e dei temi teologici era, per la vita effettiva delle varie Chiese, ben più rilevante di quanto non lo sia oggi.

Un detto di Alberico Gentili, diventato proverbiale per stabilire la laicità della politica, afferma: «Silete theologi in munere alieno». Nell’ambito ecclesiale non siamo giunti a questi estremi; i teologi tuttora parlano, ma troppo spesso lo fanno solo tra loro.

La stragrande maggioranza dei fedeli che partecipano alla cena/eucaristia non comprenderebbe neppure l’orizzonte generale in cui sono posti i problemi sollevati dal nostro testo. Una situazione che, in verità, dovrebbe suscitare maggiore inquietudine all’interno delle varie comunità ecclesiali di quanto in effetti non faccia.

Si tratta di nuovo della questione dell’«incredulità» che attraversa le Chiese. La teologia, ovviamente, non coincide con la fede. Tuttavia il credere non diverrà mai maturo se si rende solo opzionale (se non addirittura pericolosa) la presenza di una «fides quaerens intellectum». Si tratta, ben s’intende, di una ricerca che avviene prima di tutto attraverso un interrogarsi interiore che non abbisogna di alcun diploma accademico. È fare teologia anche tentare di attribuire un significato alto e simbolico a prassi imposteci da circostanze occasionali.

 

1 J. Roth, Ebrei erranti, Adelphi, Milano 1985, 121.

2 F. Ferrario, «Irrilevanti», in Confronti (2020) 9, 38.

Tipo Parole delle religioni
Tema Teologia Ecumenismo - Dialogo interreligioso
Area
Nazioni

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