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Attualità
Attualità, 12/2020, 15/06/2020, pag. 383

Da Babele a Babele

Pandemia e segnaletica biblica

Luigi Accattoli

«Costruiamo una torre che tocchi il cielo»: nei giorni più chiusi della pandemia, provocato prima da un amico ebreo e poi da un gruppo di lettori della Bibbia che si riuniva via Zoom, mi sono azzardato a proiettare il mito di Babele sul mondo del COVID-19 e mi è parso che ci fosse un punto in comune, un fantasma se non una figura che le due parabole sovrapponendosi venivano a configurare: quello dell’unità della famiglia umana.

Il libro della Genesi, con la storia di Babele, afferma quell’unità narrando l’esperienza della sua perdita. Il vissuto della pandemia svolge un nuovo capitolo di quella narrazione, mostrando in filigrana quale potrebbe risultare la recuperata unità.

«Tutta la terra aveva un’unica lingua». L’unità dell’originaria famiglia umana era simboleggiata dall’unica lingua: per questa parte del mito oggi – indipendentemente dalla pandemia – viviamo una specie di recupero di ciò che era perduto. Da tempo infatti il mondo rifatto globale tenta di tornare a un’unica lingua, che non è soltanto l’inglese, ma più ampiamente la lingua del digitale.

Il digitale come insieme di conoscenze e potenzialità conformi alla comunicazione informatica. Semplificazione, velocità, globalità, superamento di limiti e frontiere. La matematica e il libero scambio. Su tutto la scienza.

Il digitale chiama tutti alla sua scuola

La pandemia sta accelerando l’acquisizione di questa lingua comune. Porta tutti alla sua scuola. Per alcuni è università, per altri è scuola serale. Ma tutti, in queste settimane, siamo stati spinti a entrarvi.

«Gli uomini dissero l’un l’altro: venite, facciamoci mattoni e cuociamoli al fuoco». Oggi l’impresa dell’uomo costruttore è quella della scienza, che viene forse alzando – mattone su mattone – il basamento di una nuova civiltà. Senza alcuna garanzia che quel basamento non serva di nuovo e sempre per il dominio dell’uomo sull’uomo. Per mantenere le divisioni della famiglia umana invece di favorirne il superamento.

La scienza costituisce oggi il primo e fondamentale mito fondativo della civiltà occidentale che è ormai civiltà globale, cioè civiltà del globo. La pandemia ci ha mostrato come i laboratori dei virologi, i droni controllanti l’osservanza della clausura, i robot limitanti i contatti da uomo a uomo, gli scafandri delle terapie intensive siano gli stessi in Cina e qui da noi.

Ho seguito e scambiato le informazioni del contagio su un telefonino Huawei che viene dalla Cina. Il nostro comitato scientifico e tecnico ha studiato il protocollo della chiusura cinese prima di fissare quello italiano.

«Gli uomini dissero: costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo, e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra». Il mito della scienza facilmente si sposa al criterio del quantitativo e dell’illimitato: mattone su mattone e non solo senza limiti, ma fino al cielo. Il mondo della scienza confina con l’idolatria del fare che ingenera voracità ed è attenta alla dimenticanza dell’umano.

Noi siamo per intero in questa favola e ne è consapevole la cultura di massa. La Lettera al Padreterno di Paola Cortellesi – una poesia in romanesco che l’attrice ha interpretato in maggio nel suo profilo Instagram – sembra prendere a filigrana la sindrome dei costruttori di Babele che caratterizza più che mai l’umanità di oggi protesa ai viaggi spaziali: «Lo capisci padrete’ / che co ste opere imponenti / c’era parso de sape’ / molte cose più de te»; e conclude evocando l’altruismo di medici e infermieri, perché l’uomo – come si vede – «po’ fa cose straordinarie / si capisce che è terreno». Cioè se smette di prendere la rincorsa per toccare il cielo.

La torre che gli uomini stanno costruendo

«Facciamoci un nome»: non l’abbiamo più dall’alto il nome al quale dovremmo rispondere, come capitava ai progenitori nel mattino dell’Eden. E del resto anche quelli confusero le risposte. È un nome tutto nostro quello che vogliamo farci, un logo esclusivo che costruiamo e smontiamo a nostra sola scienza.

Come viene a configurarsi «la città e la torre che i figli degli uomini» stanno costruendo nella nuova Babele, che non è solo l’ultima generazione di quella già nota, ma la diresti una Babele allo stato nascente, al grado zero della civiltà del digitale? Pare si manifesti come un mondo veloce, privo del senso del limite che una volta fungeva da salvagente e salvavita. «Internet veloce» è ora il sogno di mezzo mondo.

Un mondo funzionale a una conduzione senza pilota della brevissima giornata, dimentico della nostra costituzionale precarietà. Un mondo dove il fattore digitale è divenuto più importante del fattore umano. Ma dove l’insidia della pandemia si è manifestata come diffusione di un virus biologico e non di un virus informatico: qui di sicuro c’è un insegnamento.

Un mondo cieco all’ingiustizia. Che investe nelle armi invece che nella salute, che scarta i vecchi, che getta il cibo di cui tanti potrebbero vivere. La pandemia ha mostrato la follia di un sistema che divide l’umanità tra garantiti e non garantiti. Senza riconoscere che siamo tutti precari e che solo insieme potremmo aspirare a qualche garanzia.

Padroni del cosmo e del cromosoma

«Il Signore disse: ecco, essi sono un unico popolo e hanno tutti un’unica lingua; questo è l’inizio della loro opera, e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile»: nella nuova Babele che stiamo tirando su è l’uomo che afferma questo potere illimitato sul cosmo e su di sé, mentre nel mito biblico era la voce sanzionatrice del Cielo che segnalava l’analogo delirio di potenza.

Facciamo parte tutti, oggi, di un’umanità che si vede padrona della vita e del cromosoma. Che tutto osa, non riconoscendo limiti alla propria progettualità, fino a proporsi di modificare se stessa. Accettando persino il rischio dell’autodistruzione.

«Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro». La pandemia ha preso il ruolo che nel mito era impersonato dal Signore dei cieli e ha ingenerato confusione laddove la scienza avanzava orgogliosa, mattone su mattone. Una confusione forse momentanea, ma anche forse ritornante.

Un nemico invisibile è venuto tra noi a paralizzare e disgregare: semina avversione, obbliga a chiudere i confini, a cercare rifugio nel distanziamento, nel timore delle relazioni. Oggi abbiamo paura di ciò che più ci è caro: l’incontro con l’altro.

Abbiamo sperimentato – anche noi che ci credevamo ricchi – la povertà estrema di chi muore solo e di chi non può accompagnarlo in quel giorno. Chi lavora negli ospedali racconta lo spiazzamento provocato da visiere, maschere e guanti che quasi annullano il contatto con il paziente.

Il confinamento ci fa più diseguali

«Il Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città». Conquiste globali che fino a ieri apparivano indistruttibili si sono mostrate fragili in poche settimane sull’intero pianeta. Il domani è tornato incerto come da sua indole antica. «Solo il Padre conosce il giorno e l’ora».

Mi correggo: non è il futuro che si è fatto incerto. Siamo noi che ora stiamo tornando a percepirne l’incertezza che poco prima avevamo appreso a occultare.

Di sicuro il domani andrà costruito con nuovi criteri che al momento ignoriamo. Non manca chi ha perso la speranza del futuro. Tutti lo guardiamo con tremore, come con timore teniamo d’occhio chi ci avvicina.

«Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra». Da Babele veniamo e a Babele oggi stiamo tornando. La pandemia si profila come un incidente di percorso sulla via del ritorno. Come un «sinistro»: così lo chiamerebbero le società assicuratrici che dettano in buona parte la grammatica dell’epoca.

Un sinistro planetario che ci ricorda come di nuovo e sempre dobbiamo tornare a imparare che l’uomo è una creatura e non è il Creatore. Che è giusta la ricerca di un linguaggio comune e di una scienza condivisa, purché intesi a realizzare un’unica famiglia sulla terra senza proporsi di toccare il cielo.

La dispersione dell’antica Babele è ancora grande sulla terra. Gli analisti osservano che la pandemia ha fatto crescere differenze e diseguaglianze. Abbiamo avuto notizia di interi popoli dell’Africa che non credono al virus, proprio come i nostri negazionisti; e di altri che lo ritengono un malanno dei bianchi. Raccontano missionari e volontari che invano offrono guanti e mascherine. Come inutilmente invitano a lavare le mani chi non ha né acqua né sapone.

Farsi prossimi nel distanziamento

Sorge la domanda se la pandemia sia contro la globalizzazione o non piuttosto la favorisca. Ma certo chiama l’umanità a una scelta. Possiamo andare a una globalizzazione velocizzata dal digitale e da ogni tecnologia, calpestante chi non tiene il passo, immemore della fragilità. O possiamo proporci la meta che la scienza cooperante alla ricerca del vaccino lascia intravedere: quella di una famiglia globale che non scarta e non esclude, che cura anche l’anziano, che mette i fragili al primo posto.

Si riuscirà a ottenere questo risultato di un vaccino «patrimonio dell’umanità, senza brevetto, disponibile a tutti» come l’ONU, il papa, tanti scienziati e tanti paesi (compreso il nostro) chiedono a una voce? Questa sarebbe una prima verifica della speranza che la pandemia possa aiutare al recupero dell’unica famiglia umana, vincendo la tentazione dell’accaparramento dei beni salvavita.

Anche sui cristiani incombe una verifica, che si presenta nella forma del paradosso inedito che si trovano a sbrogliare: farsi prossimi nel distanziamento.

 

www.luigiaccattoli.it

Tipo "Io non mi vergogno del Vangelo"
Tema Cultura e società
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