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Attualità
Attualità, 12/2020, 15/06/2020, pag. 357

D. Palano, Bubble democracy

La fine del pubblico e la nuova polarizzazione

Luca Miele

Damiano Palano individua quel capovolgimento «ambientale» che ha portato a una marginalizzazione del discorso della verità. È cambiato l’ambiente, la sfera sociale e comunicativa, nella quale agiamo e pensiamo. «Il rapporto con la “verità” – scrive – viene sostanzialmente ridimensionato, perché l’attenzione si rivolge piuttosto alla trasformazione nelle relazioni tra cittadini e informazione. La proliferazione delle notizie false viene così ricondotta soprattutto alla modificazione strutturale dell’ambiente in cui gli individui si formano la loro percezione della realtà» 

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Leggi anche

Attualità, 2020-8

D. Paolin, Anatomia di un profeta

Luca Miele

L’originalità del testo di Paolin sta qui, nell’intreccio tra narrazione autobiografica e riscrittura del Libro del profeta. Un’operazione illecita? No, se prendiamo per valida l’indicazione di Sergio Quinzio, noto ruminante della Scrittura: «L’autore sacro – scriveva il teologo nel suo monumentale Un commento alla Bibbia – non concepisce la parola divina come una rigida formula, da interpretare letteralmente o allegoricamente, ma come un organismo vivente, dilatabile, incrementabile» (Un commento alla Bibbia, Adelphi, Milano, 1995, 29).

 

Attualità, 2020-6

Italia - Cinema: ancora Fellini

Sulla parabola del regista e dell’Italia a 100 anni dalla nascita

Luca Miele

Il centenario della nascita del regista, nato a Rimini il 20 gennaio del 1920, è stato accompagnato da una grande messe di studi, lavori critici, riflessioni, approfondimenti. Qui tentiamo un viaggio nel Fellini di carta, quello che è affidato (e si affida) alle parole: le parole di chi lo ha raccontato, mappandone l’arte e l’alfabeto. Ma, anche, le parole pronunciate dello stesso regista, maestro indiscusso nell’arte affabulatoria come in quella cinematografica.

 

Attualità, 2020-4

V. Teti, Il vampiro e la melanconia

Miti, storie, immaginazioni

Luca Miele

Se, come ci ha insegnato Freud, ogni ritorno (fantasmagorico) è il sintomo di una rimozione (reale), la traccia di qualcosa che è stato scacciato, esorcizzato, espulso, il ritorno affidato al vampiro ci spinge in un territorio scabroso: quello della morte e del nostro rapporto con la morte. L’antropologo Vito Teti, con grande finezza interpretativa, sosta su questo crinale scivoloso, catturando la resistenza alla scomparsa, la tenacia alla sopravvivenza del vampiro. Tramontate le epidemie che flagellarono la fine del Seicento e il Settecento, questa figura mercuriale, ambigua, da sempre presente nella tradizione popolare, si trasferisce, in pieno Ottocento, nella produzione letteraria e artistica. Diventa personaggio. Da allora, non ha mai smesso di abitare le nostre inquietudini.