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Attualità
Attualità, 8/2019, 15/04/2019, pag. 230

Saba e i Versi militari

Mariapia Veladiano

Non essere più solo, «appartenere a qualcosa e a qualcuno». L’espressione è di Umberto Saba e la si trova in Storia e cronistoria del Canzoniere, un testo bizzarro, a scuola i ragazzi lo trovano un testo bizzarro, scritto nel 1948 come esegesi del suo percorso poetico, appassionatamente di parte, perché Saba difende la sua poesia e si difende dai critici.

 

Non essere più solo, «appartenere a qualcosa e a qualcuno». L’espressione è di Umberto Saba e la si trova in Storia e cronistoria del Canzoniere, un testo bizzarro, a scuola i ragazzi lo trovano un testo bizzarro, scritto nel 1948 come esegesi del suo percorso poetico, appassionatamente di parte, perché Saba difende la sua poesia e si difende dai critici.

Ma un testo splendido per noi lettori innamorati dei suoi versi, perché la grazia di un autore che ci parla della sua poesia è qualcosa che non capita proprio quasi mai, si tratti di modestia o di timidezza o di superba certezza che lo sforzo tocca sempre e tutto a chi legge e non a chi offre il dono. Saba qui racconta anche del tempo in cui sono nati i Versi militari, 1908, una delle prime raccolte del Canzoniere (Einaudi, Milano 1984).

L’anno prima Saba era stato soldato e per la prima volta si era sentito non più orfano, nei molti modi in cui Saba si sentiva orfano: di padre, perché non c’era mai stato accanto a lui, di madre, perché la madre degli affetti, la balia Peppa Sabaz, gli era stata sottratta, e la madre della carne, Felicita Rachele Cohen, era oltremisura a sua volta irrimediabilmente ferita e non poteva compensarla.

Orfano anche di nazione, perché Trieste era troppo sul confine per potergli offrire appartenenza, e poi era ebreo e gli ebrei non appartenevano se non a sé stessi, di necessità, la storia li aveva destinati a far parte a sé stessi in qualsiasi luogo del mondo. E invece l’esercito lo fa sentire per la prima volta parte di qualcosa e di qualcuno. I Versi militari sono un vero punto di partenza poetico.

Non si può scrivere se non si sente di esistere, e si esiste se si è parte di qualcosa o di qualcuno, se il vuoto che tutti, assolutamente tutti, circonda, può essere accolto non da soli, non nella condizione solitaria di un minacciato piccolo frammento di universo indifferente.

Appartenenza purchessia? La prima poesia di Versi militari: «Poi che il soldato che non va alla guerra / invecchia come donna senz’amore, / questo vorremmo: certezza in cuore / di vincere, ed andare di terra in terra. / Qui andiamo sì. Ma a tanta nostra guerra / manca il nemico che ci miri al cuore, / manca la morte che il fuggiasco atterra, / manca la gloria per cui ben si muore. / Son brutte facce intorno a me, e sudori. / Guardo il compagno: mezza lingua fuori / gli pende, come a macello bue. / O canta, Carmen, le bellezze tue, / le lodi in coro della tua persona. / Il cielo, senza mai piovere, tuona».

Il soldato-poeta Saba scrive che al suo marciare insieme manca quel che dà senso all’essere militare, cioè la guerra. Il compagno soldato che marcia ha il volto deformato come quello di chi muore al fronte, ma la «bocca digrignata» del soldato di Veglia di Ungaretti, qui è «mezza lingua fuori, come a macello bue». Non c’è plenilunio, sia pure indifferente e lontano, a cui volgersi.

È un sacrificio, inutile appartenere senza che lo scopo di questa militare appartenenza dispieghi tutta la sua potenza. Di morte. Potenza di morte, nella guerra. Ma i Versi militari non hanno niente di militarista. La poesia Bersaglio è tremenda nella sua verità: «Con una repressa ansia il grilletto / premo. Va la terribile frustata / e una sagoma cade. Immaginata / non ho in essa una più bella che buona, / non una testa che porti corona, / non il nemico che più mai non viene. / Se qui l’occhio non falla e il colpo è certo, / egli è che nel bersaglio ognor figuro / l’orrore che i miei occhi hanno sofferto. / Tutto che di deforme hanno veduto, / di troppo ebraico, di troppo panciuto; / di troppo lamentosamente impuro».

Non c’è un nemico esterno da temere, nemmeno nell’esercitazione Saba riesce a figurarselo. Il nemico è quello che da dentro ammala la propria vita: ebraico, panciuto, impuro. È un crescendo di aggettivi che va letto a rovescio. Si deve partire dall’impuro in cui l’ebreo del tempo si pensa, sguardo del mondo che si fa parassita dentro, il giudizio malevolo viene assimilato e il suo essere ebreo diventa cosa impura e sbagliata e non c’è pace possibile. Salvo che arrivi un’appartenenza, appunto.

I Versi militari dicono insieme la sorpresa per una piccola felicità possibile che è questo senso di appartenenza e dicono anche il rifiuto, poetico e cangiante, del bersaglio esterno, della guerra al nemico là fuori che ci fa sentire al caldo del nostro essere uno. Il momento della scoperta coincide con la consapevolezza di una storia con cui fare i conti, sempre.

Il Canzoniere la racconta questa storia che vive di ossimori, della compresenza degli opposti. «Io vivo... eppure sono un morto, sono / dentro un abisso» (De Profundis). Si appartiene e si è soli, la Serena disperazione è una condizione. Non ci salva il nemico immaginato né quello reale e nemmeno quello fabbricato ad arte, per dissipazione del bene comune, egoismo dissennato di chi gioca a palla col mondo.

Saba sposa l’intima comune ricerca della felicità possibile, e come potrebbe essere diversamente, ma con gli occhi aperti su una storia che ci porta: «Esistere da tanti anni mi sembra, / che forse con Abramo ho trasmigrato. / Forse fui Faust, e Margherita ho amato. / Qui coi coscritti oggi stancai le membra. / Ma non vissi con altri uomini e dei? / Non videro ogni tempo gli occhi miei?» (Dopo il silenzio).

Tipo Riletture
Tema Cultura e società
Area
Nazioni

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