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Attualità
Attualità, 22/2019, 15/12/2019, pag. 644

Cina - Hong Kong: la gente ha parlato

Cronaca da una città sospesa dopo le recenti elezioni

Gianni Criveller

Scrivo queste note da Hong Kong. Mi è stato difficile decifrare le mie stesse emozioni all’arrivo in questa città, la mia casa per oltre 25 anni! È l’atmosfera che si respira, lo stato d’animo che mi sembra diverso. La gente sembra intristita e tesa. Iniziata la conversazione, molti mostrano delusione, rabbia, incredulità e paura.

 

Scrivo queste note da Hong Kong. Mi è stato difficile decifrare le mie stesse emozioni all’arrivo in questa città, la mia casa per oltre 25 anni! È l’atmosfera che si respira, lo stato d’animo che mi sembra diverso. La gente sembra intristita e tesa. Iniziata la conversazione, molti mostrano delusione, rabbia, incredulità e paura.

Le elezioni distrettuali di domenica 24 novembre sono state una grande dimostrazione di maturità civica. La gente si è messa in fila per votare: ovunque lunghe file; alcuni hanno dovuto attendere due ore per il loro turno. Non si era mai registrata, nella storia elettorale di Hong Kong, una partecipazione così alta. Hanno votato 3 milioni di cittadini, più del 70% degli aventi diritto (occorre registrarsi per ricevere la tessera elettorale).

I risultati sono stati eloquenti: sconfitta netta dei candidati pro-Cina (che avevano la maggioranza nelle amministrazioni uscenti); vittoria clamorosa di quelli pro-democrazia. I pan-democratici hanno conquistato il 90% dei seggi. Sono stati i giovani elettori a dare una svolta a favore dei partiti d’opposizione. Il segnale è chiaro: si vuole che la politica cambi; e le proteste godono di un notevole sostegno popolare.

Le elezioni hanno portato un po’ di calma, distensione e persino speranza. Anche la polizia, per circa due settimane, ha mostrato un atteggiamento più umano. L’assedio dell’Università Politecnico, dopo due settimane, si è concluso senza la temuta violenza. Ai minori è stato permesso di tornare a casa e ai feriti di essere portati in ospedale.

Ma con il passare dei giorni è risultato chiaro che il governo non è in grado di offrire alcunché. La delusione più grande, davvero sconcertante, è stata la totale incapacità del governo di cogliere la positività del momento per iniziative che andassero incontro alle richieste della gente. In fin dei conti non si può, in una società postmoderna e sofisticata come quella di Hong Kong, governare contro la volontà popolare così pacificamente ed eloquentemente espressa. Ma è inutile insistere ancora su questo punto: è chiaro a tutti che le autorità (e in modo speciale la leader Carrie Lam) sono al di là di ogni speranza: non sanno che cosa fare; o, semplicemente, non possono fare alcunché.

Maranathà!

La Chiesa vive una certa difficoltà. Hong Kong non ha un vescovo con pieni poteri. L’anziano cardinale John Tong, un uomo mite, moderato e prudente, richiamato un anno fa alla guida temporanea della diocesi come amministratore apostolico, fa del suo meglio in una situazione per lui difficile e impensabile. Tong non ha mai amato contrasti e divisioni. Ha invitato le parti alla moderazione, al dialogo e alla pacificazione. Ma le sue parole, per quanto sagge e ben calibrate, non sembrano avere l’impatto desiderato.

Nella lettera in occasione dell’Avvento 2019, rilasciata il 29 novembre scorso, Tong propone una riflessione suggestiva circa i tumulti di Hong Kong. Egli richiama il significato, originariamente sovversivo, dell’invocazione «Maranathà, vieni Signore Gesù».

«I primi cristiani credevano in Cristo come l’unico vero Dio e si rifiutavano di riconoscere Cesare come dio. I romani dunque ritennero i cristiani dei traditori, cittadini sleali nei confronti dello stato; li discriminarono, e li sottoposero a gravi persecuzioni. Questa situazione durò per 300 anni (…) Maranathà è il grido dei cristiani in difficoltà che cercano urgentemente forza e consolazione. È anche la loro preghiera, mentre attendono con fede la venuta del principe della pace».

Tong applica l’invocazione dei primi cristiani alla situazione di Hong Kong: «In questo Avvento noi cattolici di Hong Kong sentiamo sempre più l’urgenza di questa preghiera. Da metà giugno molti cittadini di Hong Kong, a partire da posizioni diverse, si sono radunati per protestare per le strade. Anche se la proposta di legge sull’estradizione è stata ritirata, il sospetto reciproco, il rifiuto e l’ostilità tra persone con opinioni politiche diverse non sono stati risolti. Sono sorti anche conflitti tra familiari, parenti e amici. La Chiesa è un microcosmo della società. Molti cattolici soffrono per le lacerazioni sociali, e sono sottoposti a stress psicologico, ansia e depressione. Molti provano rabbia; persino la loro fede è scossa. Come dovremmo affrontare l’attuale dilemma? Imitiamo i primi cristiani e gridiamo “Vieni, Signore Gesù! Liberaci dalle prove e dalle difficoltà e portaci calma interiore e pace duratura”».

Tong conclude la sua lettera con una nota di speranza. «Invito tutti i fratelli e le sorelle della Chiesa a chiedere ferventemente al Signore di darci consolazione e forza in questa sofferenza (...) Invito a riconoscere il Signore Gesù vivente in mezzo a noi. Egli camminerà con noi attraverso la presente desolazione per riaccendere la nostra speranza, mentre affrontiamo la realtà e viviamo (…) Egli metterà la sua mano nelle ferite dei nostri cuori e dei nostri spiriti, e le trasformerà in sorgenti di gioia e perdono».

È noto che sono molti i cattolici impegnati nel movimento democratico, e più in generale nella sfera pubblica, anche in quella governativa (cf. Regno-att. 16,2019,467). Nonostante il fatto che essi siano solo il 6% (12% i cristiani nel loro insieme), essi hanno un impatto nella vita educativa, sociale e politica assai più grande della loro modesta percentuale. Non pochi dei circa 4.000 adulti che ogni anno chiedono il battesimo, lo fanno sulla scorta della loro positiva esperienza nelle scuole cattoliche.

La ragione profonda dell’elevato numero di cattolici impegnati in ambito sociale e politico sta proprio nell’educazione umana e civile ricevuta nelle scuole e nelle associazioni. Una formazione che ha contribuito a gettare le basi della coscienza civile di oggi e a elevare la reputazione della Chiesa tra la popolazione.

La rivolta di Hong Kong è entrata nelle chiese, nelle celebrazioni e nel dibattito tra i sacerdoti e i vescovi già da molti mesi. La gran parte del popolo cattolico aveva apprezzato le iniziative del vescovo ausiliare, il francescano Joseph Ha. Egli espresse vicinanza ai giovani manifestanti sin dall’indomani degli incidenti del 12 giugno. Passò tutta la notte sulle strade accanto ai giovani, perché «il pastore sta dove sono le pecore». Ebbe una enorme diffusione l’omelia dello scorso 13 giugno pronunciata con grande commozione, nella quale seppe esprimere sentimenti condivisi da tanti giovani e fedeli cattolici.

Alle due del mattino del 18 novembre, nel corso dell’assedio all’Università Politecnico, Ha si è presentato alla polizia, che l’ha respinto, per tentare una mediazione ed evitare una tragedia che sembrava incombere in quel momento di estrema tensione.

Il papa e Hong Kong

Alcuni sacerdoti e loro collaboratori hanno esplicitamente sostenuto le marce pacifiche. Tutti sono per la democrazia e la giustizia, ma non tutti ritengono opportuno che la Chiesa in quanto tale si schieri nello scontro politico. La diocesi ha emanato, lo scorso 16 settembre, una direttiva in cui chiede ai parroci di non trasformare le omelie, le preghiere dei fedeli e il canto in un’esplicita manifestazione di sostegno alla rivolta.

Un grave episodio è successo presso la chiesa della Santa Croce (Sai Wan Ho) l’11 novembre scorso. La polizia anti-sommossa è entrata nelle sale parrocchiali per arrestare, piuttosto brutalmente, alcuni giovani dimostranti che vi si erano rifugiati. Qualche minuto prima due studenti erano stati feriti dalla polizia, uno dei quali era molto grave. L’irruzione della polizia ha provocato una fortissima reazione contro i responsabili della parrocchia, che avrebbero dovuto resistere e fermarla. Altre parrocchie, inclusa la chiesa del Monte Carmelo di Wanchai, hanno invece accolto e soccorso i manifestanti attaccati dalla polizia.

Ne è sorto un dibattito in diocesi se le porte delle chiese e degli edifici parrocchiali debbano essere aperte o meno ai manifestanti che chiedono rifugio, soccorso medico o la possibilità di riposarsi. Il dibattito tra i sacerdoti e i responsabili diocesani non è stato senza tensioni. Alla fine sarà responsabilità di ciascun parroco, considerate le circostanze concrete, di prendere la decisione se aprire o meno cancelli e porte delle chiese durante le manifestazioni.

Non mancano nella comunità cattolica differenze di opinioni e attese. Il vescovo ausiliare Joseph Ha e Peter Choy, uno dei vicari generali, sembrano rappresentare due sensibilità diverse: simpatetico e attivo, il primo; prudente e defilato il secondo. Si ritiene inoltre che proprio loro siano i due candidati principali alla successione del vescovo Michael Yeung. Tale incertezza non può che aumentare i motivi di tensione, anche se bisogna dare atto ai due potenziali candidati di salvaguardare l’unità ecclesiale e un buon rapporto personale.

Il fatto che, dopo quasi un anno, Roma non abbia scelto il nuovo vescovo ha reso più acuta l’assenza di una leadership con pieni poteri a Hong Kong. La rivolta studentesca e sociale ha reso assai più complicata la decisione che la Santa Sede deve prendere, e non è detto che lasciar passare il tempo sia una soluzione migliore.

Numerosi cattolici hanno poi espresso, nei social, delusione per la mancanza di un intervento da parte del papa e del Vaticano. C’è, da parte di alcuni, amarezza per le parole pronunciate da Francesco di ritorno dal Giappone (26 novembre). Il papa ha dichiarato che il messaggio inviato dall’aereo a Carrie Lam, come quelli ad altri leader, era un atto dovuto e di cortesia.

Dopo aver affermato che ci sono varie nazioni in rivolta, e non solo Hong Kong, il papa ha riconosciuto di non essersi ancora fatto un giudizio sulla vicenda. La ritrosia del papa, per alcuni, non si addice al dramma vissuto dalla gente, e al pericolo per la libertà che Hong Kong sta vivendo. Ma c’è anche chi riconosce che è difficile per Roma trovare il modo giusto per intervenire, e che farlo potrebbe persino essere controproducente.

 

Gianni Criveller

Tipo Articolo
Tema Vita internazionale Politica Francesco
Area ASIA
Nazioni

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Ho tenuto con me l’ultima opera poetica di Cinzia Demi, impreziosita da una bella copertina di Maurizio Caruso, dentro la borsa che mi ha accompagnato nei viaggi di questi ultimi mesi. Il libro è piccolo, è dunque agevole da portare con sé, da leggere nelle ore d’attesa degli aeroporti o dentro l’aereo. Mancava la calma di scriverne qualcosa, ma non il tempo di leggerlo e rileggerlo. Alla fine il forzato posticipare di questo scritto ha portato un inatteso beneficio. Rileggendolo, il testo mi diventava sempre più comprensibile, familiare e piacevole. Nello stesso tempo le notizie dal mondo e dall’Europa, purtroppo sempre tragiche, s’incaricavano di dare un segno e un senso sempre più illuminante a quanto leggevo. Come potevo disgiungere la lettura dell’accoglienza delle madri di Cinzia dalle immagini a volte d’accoglienza a volte di rifiuto di donne e bambini in fuga dalla violenza e dalla guerra? Le televisioni nel mondo e gli schermi degli aeroporti, hanno mostrato scene a cui non sappiamo decidere se abituarci o no.