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Attualità
Attualità, 20/2019, 15/11/2019, pag. 612

Diario di un avvistatore

Mariapia Veladiano

Al telefono. Una signora chiede del dottore. Il dottore è Alberto Schön, psicoanalista finissimo. La signora vuole un appuntamento, anche sabato o domenica. Anche di notte. Lo psicoanalista chiede di che cosa si tratti. La signora risponde: «Non è per me, è per il mio bambino». In senso stretto Alberto Schön non tratta bambini, anche se si occupa del perenne bambino che è in ciascuno di noi adulti così spesso cresciuti ma non abbastanza, e così spesso in crisi con quei bambini veri che sono i nostri figli. Ma forse può indicare un collega che tratta i bambini e allora lo psicoanalista chiede: «Quanti anni ha il bambino, suo figlio?». «Ventisette», risponde la signora (Alberto Schön, Vuol dire. Diario di uno psicoanalista, Boringhieri 1977, 80).

La mamma che chiama bambino un figlio di 27 anni era patologica quarant’anni fa, tanto da finire in un libro. Oggi chissà. Abbiamo mamme (e padri) che contestano un cinque perché «Ieri sera abbiamo studiato insieme tutta la sera fino a mezzanotte», o un sette perché «Il compito lo ha visto un mio amico professore universitario e dice che il voto è scandaloso». Genitori mai visti alle riunioni che arrivano all’appuntamento, urgentissimamente richiesto, con lo smartphone acceso, lo appoggiano sulla scrivania, registrano la conversazione, minacciano, il loro io confuso con quello dei figli e a ripensare alle conversazioni non si sa se una cosa l’ha detta il padre o il figlio adolescente.

Ma non parla di scuola, questo libretto folgorante, riletto a un’età molto più adulta e apprezzato in modo più consapevole. Parla di sofferenza e di ascolto. Alberto Schön racconta, con grazia, empatia e molta ironia. Si tratta di brevissime storie di umani incontri. Le storie sono durate molto, in realtà. Quasi sempre. Sappiamo quanto sia lunga un’analisi o una psicoterapia. Ma qui Schön fissa quel momento irripetibile, fondamentale, prodigioso, pieno di promesse, che è il primo incontro.

Quando il paziente arriva, guarda troppo o non guarda il medico, lo studio, la scrivania. Non parla per niente oppure parla di tutto, tranne che della sua sofferenza. Mi vedrà il dottore? Oppure no, esattamente come tutti gli altri non mi hanno visto, in tutta la mia vita? Sarà affettuoso o il suono della sua voce sarà distante come quello di mia madre, mio padre, il mondo intorno?

Incipit: «L’ambulatorio è il luogo dell’avvistamento». Splendida definizione: «Quando ciascuno avvista l’altro, può esservi il primo incontro con le persone» (15). Altrimenti c’è il laboratorio, l’osservazione al microscopio, scrive Schön. Esatto. Anche l’aula è il luogo dell’avvistamento. Ci si vede come persone, ci si riconosce come persone, s’interagisce come persone. Genitori permettendo appunto. Poveri genitori. Ce ne sono tanti nel libro. Le famiglie non stanno male da oggi. Ma qualsiasi luogo è luogo d’avvistamento. L’ascensore, la strada, l’ufficio.

Il libro è pieno di tratti di umana poetica sofferenza che riconosciamo dolorosamente attuale. In ambulatorio arriva un giorno «uno stelo di ragazzina» che lancia una carica di energia «come una nuvola temporalesca», «occhiata voltaica» contro la madre, «una donnetta che le stava dietro». Non tutte le storie sono a lieto fine, come purtroppo si può immaginare. Questa sì, perché dopo anni di lavoro analitico un giorno lo stelo di ragazzina diventata adulta, entra in ambulatorio, lo stesso ambulatorio, senza appuntamento, per presentare a Schön il suo bambino «che la guardava con aria beata» (19).

Possiamo non replicare gli errori. Le esistenze possono essere riparate, questo Schön ci racconta.
E anche se non si riesce sempre, perché «l’evoluzione della sofferenza ha una sua catastrofica, inesorabile malignità» (114), ciascuno ha il diritto d’essere accompagnato nella propria sofferenza.

Schön racconta anche il dolore di non avere saputo aiutare. La tentazione e la consapevolezza di non essere Dio. La tentazione di esserlo stato anche quando le cose sono andate male, ma proprio male, come se la morte per malattia o per suicidio potesse essere ricondotta all’analisi fallita e basta. Ma sempre c’è un sottotesto prezioso e sincero: tutti siamo un poco responsabili di tutto. Non troppo, ma un poco sì e soprattutto sempre, anche nell’incontro occasionale, anche con chi non ci è assegnato per lavoro o per missione istituzionale.

C’è una pagina molto bella su questo, dove l’esercizio professionale dell’ascolto si allarga all’incontro di un momento, un piccolo tratto di strada (letteralmente) fatto lungo l’argine con un ragazzo con ogni evidenza disturbato, in cui  nulla di strettamente professionale accade, solo un fare strada insieme, non sottrarsi all’incontro, «quieta fecondità accogliente di un campo lasciato a maggese... disposto a contenere e favorire il germogliare di semi diversi, il buon frumento e anche le erbe matte»
(115 e 75).

Non è un libro di scuola ma farebbe bene a qualsiasi insegnante, genitore, professionista della cura, essere umano interessato a capire un pezzetto di umanità, senza giudicare, solo capire e aiutare o almeno non sbagliare. Troppo, non sbagliare troppo.

Tipo Riletture
Tema Cultura e società
Area
Nazioni

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