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Attualità
Attualità, 18/2019, 15/10/2019, pag. 575

Il digitale in carcere

Come può ridurre l'isolamento dei prigionieri

Luigi Accattoli

La comunicazione digitale che tutto collega potrebbe domani mitigare la segregazione del mondo carcerario, almeno per gli aspetti più iniqui e meno necessari. Ho percepito qualcosa di questa possibilità nel mio lavoro di giurato del Premio Castelli, un premio «letterario» per detenuti che ha dietro la Società di San Vincenzo de’ Paoli. Provo a raccontare quella percezione.

 

La comunicazione digitale che tutto collega potrebbe domani mitigare la segregazione del mondo carcerario, almeno per gli aspetti più iniqui e meno necessari. Ho percepito qualcosa di questa possibilità nel mio lavoro di giurato del Premio Castelli, un premio «letterario» per detenuti che ha dietro la Società di San Vincenzo de’ Paoli. Provo a raccontare quella percezione.

Carlo Castelli (1924-1998), vincenziano operoso, è stato un pioniere del volontariato carcerario. Dalla mia partecipazione al premio che gli è intestato ho ricavato una minima conoscenza delle carceri e qualcosa ne ho riferito in questa rubrica nei mesi di ottobre degli ultimi anni (cf. Regno-att. 18,2018,575ss).

Negli occhi del compagno
la tua stessa solitudine

La premiazione è sempre ottobrina e avviene ogni anno in un carcere diverso: quest’anno andiamo a Matera. Le 11 precedenti edizioni ci avevano portato a Palermo, Poggioreale, Cagliari, Reggio Calabria, Forlì, Mantova, Bari, Bollate, Augusta, Padova, Nisida (Napoli). Ma la mia vera esperienza del carcere è nella lettura delle centinaia di «lavori» che i detenuti inviano alla giuria e che ultimamente mi ha provocato a indagare sul rapporto tra il carcere e il digitale.

«Riconoscere l’umanità in sé e negli altri per una nuova convivenza» era il tema di quest’anno. Molti tra i lavori che abbiamo ricevuto attestano che il riconoscimento d’umanità talora sorprende, affiorando nelle situazioni anche meno propizie, come potrebbe sembrare quella del carcere; e può capitare che sia proprio la prova del carcere a favorire quel riconoscimento.

Il testo che ha vinto il secondo premio argomenta così la riscoperta dei «rapporti di buon vicinato» da parte dei reclusi: «La condizione obbligata del carcere fa fare passi molto veloci sulla via della reciproca conoscenza. Star sulla stessa barca diventa molto più che un modo di dire e la condivisione cresce esponenzialmente».

Vari tra i testi che sono entrati nei 10 «segnalati» indicano l’aiuto al recupero d’umanità che è venuto ai loro autori dall’esempio dei volontari: cioè da un’umanità che «si avvicina a quanti hanno sbagliato dandogli un’altra possibilità». E in tale avvicinamento c’è spesso il seme di una futura fratellanza, «perché l’umanità è qualcosa che ognuno riconosce, senza dubbi, quando la scopre negli occhi dell’altro e ne rimane contaminato», conclude un lavoro intitolato «Eroi».

Il riferimento allo sguardo come specchio d’umanità lo troviamo anche in un altro dei 10 testi segnalati: «Pian piano, troviamo negli occhi del compagno la nostra stessa solitudine e dai meandri della mente riaffiora la misericordia».

Ci ha sorpresi, nei lavori di questa edizione, l’insistita segnalazione dei rischi che possono venire dai social e – più in generale – dalla comunicazione digitale. Sono 13 i concorrenti che svolgono questo richiamo mai prima riscontrato nelle annate del premio.

Uno di essi propone un sottile paragone tra le identità fittizie indotte dai social e quelle favorite dalla reclusione. Osserva che in carcere spesso «l’umanità che ciascuno porta in sé si occulta dietro cliché comportamentali» e argomenta che «proprio questo specifico aspetto ha significative somiglianze con il “fuori”: in carcere non c’è Internet per nascondere la propria identità fino al punto da crearne una fittizia, ma lo si fa ugualmente, generando formalismi vuoti».

L’urgenza di svegliare
chi si perde nella Rete

Il testo «Il regalo di un sorriso», che è tra i segnalati, vede nei social il volano del livellamento universale delle individualità: «Oggi ogni aspetto della vita sociale è gestito da connessioni alla Rete. Le parole sono sostituite da messaggi e foto e tutti sanno tutto di tutti».

Il lamento dei nostri concorrenti verso il digitale è spesso generico, somigliante a quello che capita d’ascoltare tra i passeggeri di un treno. C’è chi attribuisce al «bombardamento di messaggi» la «spinta a non prestare ascolto agli altri». Un altro afferma che l’uso dei social produce un «calo» delle relazioni. Un terzo osserva che «la tecnologia della comunicazione allontana». Un quarto azzarda che «le reti sociali controllano la nostra vita».

Com’è generica la denuncia, generico è il rimedio. Un concorrente invita a diffidare dei social che «dovrebbero accorciare le distanze ma in realtà ci rendono più distanti». Un altro segnala l’urgenza di «richiamare chi si isola nella Rete» e di «ricordargli che i veri rapporti sono quelli che nascono tra i viventi e non dietro una tastiera». Un terzo dà ai giovani il rassegnato consiglio di lasciare il cellulare e di «andare di persona a trovare colui a cui si vuole dire qualcosa, mettendoci la faccia».

Ma abbiamo letto, nei lavori in concorso, anche osservazioni cavate dal vissuto. Uno dei concorrenti indica tra le cause della propria devianza «le relazioni telematiche che non si svolgevano quasi mai a quattr’occhi». Un altro è tentato di dare tutte le colpe allo smartphone e giura che mai più «sprecherà un solo istante a far divorare le sue sensazioni da quel diabolico congegno». Un terzo osserva che «on-line e sui social appare più evidente il fenomeno, che c’è sempre stato, di chi prende spavaldità (sarebbe spavalderia) a insultare quand’è sicuro di non essere visto».

Le paranoie
di non avere il cellulare

Un concorrente dettaglia l’improbabilità che le «amicizie» della Rete incidano sulla vita: «La quasi totalità delle persone utilizzano un like per condividere una richiesta di aiuto, mentre solo una sparuta minoranza ha l’umiltà di trasformare quel like in un gesto di solidarietà».

Colpisce questa attenzione al digitale da parte dell’umanità delle carceri, che è impedita dall’usarlo. In qualche caso si avverte, dietro ai fuggevoli accenni, un’esperienza maturata fuori da chi è in carcere da poco: un concorrente racconta come gli sia stato necessario «oltre un mese dall’arresto per levarmi le paranoie di non avere il cellulare». Ma più frequente è l’impressione di un apprendimento indiretto di questa realtà, dai contatti con i familiari, in occasione di permessi, attraverso la lettura e l’ascolto della televisione.

Il fatto che tanta attenzione al digitale nei lavori in concorso si sia manifestata quest’anno e non fosse comparsa prima, induce a ipotizzare che stia lievitando nella società una percezione collettiva dei fenomeni digitali, veicolata principalmente – si può immaginare – dalla cronaca su vicende di plagio, di dipendenza, di violenza, di vendetta, di suicidio a seguito di fissazioni e irretimenti legati all’abuso dei social. Quella percezione è ormai pervasiva e non trova più un reale ostacolo neanche nelle mura delle carceri.

«Possibilità d’accesso a Internet da parte dei detenuti» è intestata una circolare del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria che, nel 2015, autorizzava la creazione di postazioni Internet in locali comuni come biblioteche, aule d’insegnamento, sale lettura – per finalità di studio, formazione, aggiornamento, lavoro – con accesso autorizzato e sorvegliato per evitare che i detenuti possano comunicare con l’esterno.

In collegamento Skype
e col «Mai dire mail»

Un carcerato può anche essere autorizzato a tenere un portatile in cella, disattivata la connessione a Internet. In alcuni istituti è oggi possibile sostituire la telefonata ai familiari con un collegamento Skype, in postazioni controllate e con esclusione dei detenuti nei circuiti di alta e massima sicurezza. Pur nella breve esperienza maturata a oggi, la letteratura carceraria attesta che il collegamento audio-video risulta prezioso per mitigare la solitudine di detenuti che vengono a trovarsi senza contatti con i familiari, quando questi sono lontani o impediti a viaggiare.

In altre carceri è possibile comunicare via e-mail tramite un servizio assicurato da volontari che si chiama «Mai dire mail»: il detenuto scrive il messaggio su un foglio indicando l’indirizzo e-mail del destinatario, al quale il testo viene inoltrato da una postazione esterna al carcere. Chi lo riceve può rispondere allo stesso indirizzo, specificando l’identità del detenuto, al quale il messaggio arriverà stampato.

Il vantaggio di questa mail per interposto volontario – e con il controllo dei contenuti da parte degli organi di vigilanza, come avviene per la posta ordinaria – è nella velocità della comunicazione dall’oggi al domani che può essere provvidenziale per detenuti che vivono malattie, lutti, decisioni riguardanti la coppia e i figli.

In Francia – leggo sul quotidiano Le Parisien – la sperimentazione del computer in cella pare sia più avanzata che da noi, anche se limitata a circuiti Intranet, cioè scollegati dalla Rete globale, che però forniscono agli utenti tutti i vantaggi che derivano dall’essere interconnessi tra loro.

A Padova i detenuti
gestiscono un Call center

Il settimanale Vita dell’11 novembre 2016 informava che Vodafone aveva firmato un’intesa con il Ministero della giustizia per la fornitura gratuita di 130 PC in 10 carceri italiane. «Vogliamo dare un contributo alla formazione digitale dei detenuti» aveva dichiarato Maria Cristina Ferradini, sustainability manager di Vodafone.

Quando visitammo come Premio Castelli il carcere Due Palazzi di Padova, ci mostrarono un Call center per ospedali e per varie aziende; e aule per attività informatiche varie, dal trattamento delle «firme digitali» alla digitalizzazione di documenti cartacei.

Un volontario che accompagna i detenuti autorizzati a uscire «in permesso» mi racconta del loro stupore nel vedere ragazzi e adulti, in ogni ambiente, chini sui loro smartphone: credo sia questo sbalordimento nelle uscite o davanti ai televisori che ha attivato le considerazioni lette quest’anno nei lavori del Premio Castelli.

 

www.luigiaccattoli.it

Tipo "Io non mi vergogno del Vangelo"
Tema Cultura e società
Area EUROPA
Nazioni

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