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Attualità
Attualità, 10/2019, 15/05/2019, pag. 319

Un consiglio ai vescovi

Prendete 12 esploratori dell’uscita

Luigi Accattoli

Stavolta do un consiglio ai vescovi: scegliere dodici persone e farne un collegio di esploratori della Chiesa in uscita. Magari chiamandole a vivere con sé nei monumentali episcopi o nei seminari vuoti.

Consiglio di scegliere uomini e donne, giovani e vecchi. Anche giovanissimi e vecchissimi. Laici. Sia coppie, sia singoli. Selezionati con il criterio dell’audacia nell’esplorazione verso direzioni cardinali: i giovani, i poveri, gli irregolari, i non credenti.

Il mio è un consiglio non richiesto e che nessuno seguirà. La scommessa di formularlo per iscritto mi aiuta a dirlo meglio e a cercare risonanze. A voce ne parlo da più di un anno in giro per l’Italia e qualche risonanza la riporto più avanti.

Uomini e donne fuori dalle righe

L’idea della Chiesa in uscita tarda ad attecchire. Io provo a dire quello che i vescovi potrebbero azzardare. Ci provo deformando e sviluppando un consiglio dato in morte dal cardinale Martini.

Non ti vergogni a deformarlo? No, perché solo così posso svilupparlo, portandolo alla mia misura.

Queste le parole di Martini: «Io consiglio al papa e ai vescovi di cercare dodici persone fuori dalle righe per i posti direzionali. Uomini che siano vicini ai più poveri e che siano circondati da giovani e che sperimentino cose nuove. Abbiamo bisogno del confronto con uomini che ardono in modo che lo Spirito possa diffondersi ovunque».

Lascio fuori il papa e miro ai vescovi. Intendo formulare una provocazione laicale non per i posti direzionali, ai quali mirava Martini, ma per l’esplorazione. Poi – chissà – in un secondo momento qualcuno degli esploratori potrà passare ai posti direzionali. «Amico, vieni più avanti!» (Lc 14,10).

Che competenza ti riconosci? Per i posti direzionali, nessuna. Ma per tastare il terreno, per sondaggi su dove piantare una tenda, per qualche scintilla da trasmettere ad altri a me somiglianti: in questo sì, potrei essere utile. Almeno ci provo.

Esploro innanzitutto il contesto delle parole del cardinale. Esse sono nell’ultima «conversazione» pub-
blicata dal Corsera il 1° settembre 2012 – cioè all’indomani della morte – con il titolo «Chiesa indietro di 200 anni».

Arrivato alla domanda «chi può aiutare la Chiesa oggi», così parla Carlo Maria flebile e ardimentoso: «Io vedo nella Chiesa di oggi così tanta cenere sopra la brace che spesso mi assale un senso di impotenza. Come si può liberare la brace dalla cenere in modo da far rinvigorire la fiamma dell’amore? Per prima cosa dobbiamo ricercare questa brace. Dove sono le singole persone piene di generosità come il buon samaritano? Che hanno fede come il centurione romano? Che sono entusiaste come Giovanni Battista? Che osano il nuovo come Paolo? Che sono fedeli come Maria di Magdala?».

Persone così abitano ogni comunità. I generosi, i fiduciosi, gli entusiasti, gli audaci li generano la Parola, i sacramenti, la carità. Ovunque si celebri l’eucaristia ci sono i santi. Vanno valorizzate senza troppe cautele.

Alleggerire i vincoli per liberare lo Spirito

Credi nella risurrezione di Gesù? Ne aspetti il ritorno? Vieni e seguimi. Così il vescovo del mio sogno condurrebbe la scelta. «Ma io non ho nessuno neanche per i servizi più semplici», mi ha detto un vescovo mentre l’accompagnavo la sera a chiudere la cattedrale. Ma hai provato a fare la chiamata? Se Gesù non avesse chiamato i dodici, mai li avrebbe avuti.

Per capire in ogni risvolto la proposta di Martini, ho interrogato una ventina di persone: suoi accompagnatori nell’ultima stagione, cristiani vicini a quel suo sentire che è simile a quello proposto oggi da papa Bergoglio con la chiamata all’uscita. Mi pare d’aver colto qualcosa di ciò che proponeva.

Mons. Michele Pennisi (arcivescovo di Monreale) mi segnala che, oltre agli esempi presi dalla Scrittura, Martini – in quella conversazione – citava «il vescovo Romero e i martiri gesuiti di El Salvador». Aggiungeva l’esortazione a cercare uomini «liberi» e avvertiva che «per nessuna ragione dobbiamo limitarli con i vincoli dell’istituzione».

Il danno dei troppi vincoli. Paragonabile a quello delle troppe verità. Un tragico gioco di specchi che complica e allontana il Vangelo. Pennisi ha l’impressione che con questa provocazione in articulo mortis Martini ci abbia invitati a far «emergere» la profezia tra le vocazioni della comunità. Perché resta pur sempre il rischio di dare nomi nuovi a ciò che si è fatto sempre, senza sperimentare nessuna reale novità. Ottenendo il risultato paradossale che anche i nuovi organismi di partecipazione – poniamo – «aumentino la cenere invece di far divampare il fuoco».

Sulla necessità di alleggerire i vincoli per liberare lo Spirito c’è un paragrafo, il 230, dell’esortazione Christus vivit che andrebbe posto a regola della quotidianità ecclesiale: invita a una «pastorale giovanile popolare» che abbia «un altro stile, altri tempi, un altro ritmo, un’altra metodologia» rispetto alle strade battute fino a oggi: «Una pastorale più ampia e flessibile che stimoli, nei diversi luoghi in cui si muovono concretamente i giovani, quelle guide naturali e quei carismi che lo Spirito Santo ha già seminato tra loro. Si tratta prima di tutto di non porre tanti ostacoli, norme, controlli e inquadramenti obbligatori a quei giovani credenti che sono leader naturali nei quartieri e nei diversi ambienti. Dobbiamo limitarci ad accompagnarli e stimolarli, confidando un po’ di più nella fantasia dello Spirito Santo che agisce come vuole» (cf. Regno-doc. 9,2019,288).

Sulle tracce di Dio che sceglie le pietre scartate

È ciò che intendo quando provo a dire ai vescovi: valorizzate le persone vive che già avete nelle comunità a voi affidate. È un vero cristiano? Non vi serve altro: buttatevi.

C’è un infermiere capace e stimato che non si vergogna del Vangelo nell’ospedale dove lavora? Una maestra che gli somigli per l’ambiente della scuola, un’impiegata dell’anagrafe, un taxista, una volontaria delle carceri? Sono questi gli esploratori della Chiesa in uscita dei quali avete bisogno. Chi sa coinvolgere, chi non ha difficoltà a includere nel suo giro amicale i più poveri, deboli, limitati, feriti. Chi non si spaventa incontrando persone piagate e crocifisse. Parole simili a queste le trovi nel paragrafo 231 della stessa esortazione.

Un altro arcivescovo da me interpellato, mons. Giuseppe Satriano (Rossano), insiste sul valore aggiunto rappresentato dalle persone che conoscono la vita e ne hanno una veduta «prospettica» dal basso: «Non è la competenza cognitiva ma lo sperimentare fragilità e impotenza che ti aiuta a capire come Dio costruisce sulle pietre scartate».

Noi vescovi – dice Satriano – dovremmo comprendere che «c’è un futuro di Dio che non coincide con le nostre proiezioni e che i poveri ne sono la lente interpretativa». Ci si dovrebbe dunque affidare, come voleva Martini, a persone capaci di leggere in quella lente: «Oggi la gente sempre meno sa interpretare i segni del culto ma sulla coerenza tra quanto viene proclamato e vissuto ha molto fiuto».

Per intendere meglio la fecondità della provocazione di Martini potremmo pensare a sue decisioni «fuori dalle righe»: la cattedra dei non credenti, i contatti con i terroristi e con il mondo del carcere, l’invito a «novità coraggiose» che rivolse ai sinodali, l’apertura della vita consacrata ai disabili.

Anche un sordo puoi mandarlo a esplorare

Ecco un’altra sintonia tra Martini che apre ai disabili e Francesco che invita ad affidare ai sordi ruoli attivi nella catechesi: «La presenza di persone sorde tra gli operatori pastorali (…) può realmente rappresentare una risorsa», ha detto il papa il 25 aprile alla Federazione italiana associazioni sordi (FIAS). Non arde il nostro cuore sentendo gli apostoli Carlo Maria e Jorge Mario che esortano a prendere dalla strada gli evangelizzatori della strada? Il mio cuore un poco borbotta.

Ma non è eccessivo dare tanta importanza a qualche parola di un arcivescovo? Don Damiano Modena, che alla fine viveva notte e giorno con il cardinale Martini, mi incoraggia a ruminare ogni passaggio di quell’ultima conversazione narrandomi «la fatica» con cui parlava quel giorno: «Puoi stare certo che non ha usato parole a caso ma avendo poco fiato ha tentato di esprimere idee profonde concentrandole in poche frasi».

Don Angelo Ciccarese, di Ostuni, richiama la mia attenzione sulle resistenze che incontrerebbe nel clero un vescovo che davvero volesse fare quello che sto proponendo: «C’è una resistenza ferrea, non so quanto consapevole, che ostacola le libertà creative di Martini e che di fatto sta impedendo a Francesco di portare a pienezza la pedagogia dell’uscita. Il clericalismo non vuole uscire».

«Figurati poi se questo gruppo lo chiamo collegio», mi dice un vescovo che lo spazio per acquartierarlo l’avrebbe. E tu chiamalo squadra, dico io. E lui: «Le sale qui abbondano ma non saprei come riscaldarle». Tu prima fai la chiamata e poi chiedi ai chiamati di portare il fuoco.

È nella casa del vescovo che si prepara l’uscita

Prendere dodici persone a somiglianza dei dodici scelti da Gesù. Non per farli diaconi e suore, ma per mandarli tra le pieghe e le piaghe della comunità circostante come reclutatori dell’ospedale da campo.

Mandarli ma anche tenerli con sé, in modo da prepararli. Rientrando la sera ti raccontano la giornata e tutto discutono con te e così li formi per l’uscita del giorno dopo. Non c’è bisogno che facciano studi di teologia, basta che leggano con te il Vangelo e da te imparino – sul campo – a guidare una preghiera nella casa di un suicida o al letto di un malato.

Così, intorno ai vescovi, sono nati nei secoli cenacoli monastici, capitoli di cattedrali, seminari. Così può nascere oggi l’avanguardia della Chiesa in uscita.

 

Tipo "Io non mi vergogno del Vangelo"
Tema Pastorale - Liturgia - Catechesi
Area EUROPA
Nazioni

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