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Attualità
Attualità, 20/2016, 15/11/2016, pag. 639

Più politica e rinnovamento

A colloquio con il generale dei gesuiti

Luigi Accattoli

Ho avuto un fortunato incontro con il nuovo generale dei gesuiti, padre Arturo Sosa Abascal: ne è venuta un’intervista di tre pagine per La Lettura del 27 novembre (il supplemento domenicale del Corriere della sera) e ne ho ricavato un paio di impressioni personali che qui racconto.

Ho avuto un fortunato incontro con il nuovo generale dei gesuiti, padre Arturo Sosa Abascal: ne è venuta un’intervista di tre pagine per La Lettura del 27 novembre (il supplemento domenicale del Corriere della sera) e ne ho ricavato un paio di impressioni personali che qui racconto.

La prima è che padre Arturo somiglia come un gemello a padre Jorge Mario, il quale – ci ha informati padre Spadaro – l’aveva soprannominato «potrillo», cioè il puledro, quando l’aveva conosciuto giovanissimo durante la Congregazione generale del 1983 che elesse padre Kolvenbach. Gli somiglia nella generosità della parola mirata a farsi capire e non frenata da scrupoli di lingua ricevuta. Nella scelta per la giustizia, che è affermata senza paure. Nell’idea di andare al nuovo.

Quella somiglianza mi suggerisce che l’ora dell’America Latina ci porterà più lontano di quanto già non sapessimo al quarto anno del pontificato bergogliano.

La novità ora mi appare più continentale che personale. Saremo incoraggiati a dare meno attenzione alle parole e più alla vita. O qualcosa del genere.

In uscita da ogni codice linguistico

Già questo è uno scossone: Chiesa in uscita da ogni codice linguistico. C’erano una volta la scolastica e la teologia romana. Troppo complicate. La nuova costellazione parla come mangia, o quasi.

E fa politica. Cioè Politica con la maiuscola. Questa è una seconda scossa che ci terremota più dell’altra. A noi, qui in Italia e già nei decenni Settanta e Ottanta, sembrava troppo politico padre Bartolomeo Sorge, attrezzatissimo a distinguere. Ora calano le distinzioni e si parla di lotta per la giustizia e di bisogno di più politica, come se il microfono fosse passato dalle mani di padre Sorge a quelle di don Ciotti o di don Rigoldi.

Ascoltando padre Arturo capiamo meglio la passione con la quale papa Bergoglio si mette dalla parte dei movimenti popolari. Di quella passione molti di noi hanno timore. Dove ci porterà. Forse Francesco deve stare più attento. Ed ecco il nuovo generale dei gesuiti che parla la stessa lingua e allora ci rendiamo conto che siamo appena all’alba.

La libertà di parola, la decisione a parlare, innanzitutto. Vedi di ottenere un’intervista al nuovo superiore dei gesuiti, mi avevano detto al Corriere, e vedi di farla prima degli altri giornali italiani. Digli che gli diamo tre pagine, potrà spiegare.

Io ero scettico. Sapevo quanto i generali dei gesuiti fossero guardinghi nel dichiarare. Ho fatto la richiesta senza tante speranze e invece la risposta è stata «venga martedì». Gli ho fatto una ventina di domande, anche scomode, e mai ne ha rifiutata una. «Le mando il testo quando l’ho sistemato», ho detto salutando e lui mi ha risposto che non c’era bisogno. Come il papa con Scalfari. Più o meno.

Non solo. Nella conversazione venivano fuori rimandi a testi di sant’Ignazio e io chiedevo l’indicazione precisa della fonte, o tornavo su una parola per essere sicuro che fosse quella da scrivere. Ma il preposito non dava importanza a questi scrupoli. «Aggiusti lei. L’importante è che ci siamo capiti».

Un eccesso di teologie complicate

Ultimamente ho sentito Francesco citare così un predecessore: «(…) Questa frase che ripeto tante volte, e sempre mi confondo, non so se è di Paolo VI o di Pio XII: la politica è una delle forme più alte della carità». Così si è espresso il papa delle periferie parlando il 5 novembre ai movimenti popolari. Questo è il punto: la nuova costellazione comporta meno citazioni esatte e maggiore vicinanza al linguaggio dei movimenti popolari. A quell’assemblea dei movimenti popolari partecipava don Ciotti, che citavo poco fa.

In occasione dell’ultima messa crismale abbiamo ascoltato Francesco che metteva in guardia i sacerdoti dall’accecamento che può venire da un «eccesso di teologie complicate». Ecco il punto: ora si semplifica e padre Arturo mi è parso pronto per la potatura.

Gli ho chiesto come interpretava il saluto «sii coraggioso» che aveva avuto dal papa il giorno stesso della sua elezione, il 14 ottobre: «L’ho capito nel solco della chiamata all’uscita che rivolge a tutta la Chiesa: riformatevi e uscite. Abbiate il coraggio di incontrare l’umanità di oggi con i suoi problemi. La reale umanità e l’intera umanità, senza selezionare quella che vorremmo e senza fermarci a quella che già conosciamo. Il coraggio di pensare liberamente e anche di pensare qualcosa che ancora non è stato pensato. Il coraggio di non avere paura di scomodare il mondo e la Chiesa, ma innanzitutto noi stessi. Sono scelte esigenti. Per compierle fino in fondo la Compagnia non deve fermarsi a difendere se stessa e non deve conformarsi a quello che c’è e neppure a quello che la Chiesa è».

Sempre uno cercava o fingeva di conformarsi alla Chiesa che chiama e che manda. Qui il cambiamento è netto: per seguire il comando di portare il Vangelo all’intera umanità, padre Arturo argomenta che magari può essere necessario riformare la Chiesa, anzi sarà necessario. «Riforma della Chiesa in uscita missionaria», dice la Evangelii gaudium al paragrafo 17. E padre Sosa Abascal dice conseguentemente: «Riformatevi e uscite».

Fuori sincrono o fuori emisfero

Gli ho girato l’obiezione della «troppa politica» che il tradizionalismo cattolico muove sia alla Compagnia di Gesù sia al papa gesuita e m’aspettavo uno sforzo interpretativo, un qualche aggiustamento diplomatico. Mi ha invece risposto con tono tranciante: «Secondo me facciamo poca politica: dobbiamo farne di più. Intendo la politica alta, non quella delle fazioni. Per intendere questo mio favore alla Politica con l’iniziale maiuscola tenga anche conto del fatto che il mio campo di studi è quello delle scienze politiche. Sono convinto che senza politica non è possibile una vera vita umana e neanche la lotta per la giustizia (…). Il cristiano non può estraniarsi dalla politica che ha a che fare con la dimensione sociale del Vangelo. Il mio impegno – quand’ero in Venezuela e anche ora – è quello di pormi a questo livello dell’impegno politico. La differenza tra destra e sinistra mi appare ogni giorno più inutile, una faccenda di etichetta. La sostanza è che la nostra fede cristiana ci porta alla lotta per la giustizia. Il credente non può rassegnarsi a un mondo che è pieno di ingiustizie».

L’esemplificazione delle ingiustizie, che gli ho chiesto, mi è suonata come latinoamericana, ovvero come proveniente dal Sud del mondo: «Penso al potere economico che domina il pianeta, al narcotraffico, al commercio delle armi, alla tratta delle persone. Penso al crescente e antievangelico divario tra ricchi e poveri: negli ultimi dieci anni questo divario è cresciuto. Nella liturgia invochiamo l’avvento di un “regno di giustizia, di amore e di pace” e dunque il cristiano non potrà approvare questo andamento».

Si direbbe che ora nella Chiesa si ragioni per emisferi. Il caro collega Aldo Maria Valli – che forse sta tornando alle simpatie liberali della stagione giovanile – opina che il linguaggio di Francesco sia fuori sincrono: io direi che è fuori emisfero.

Il Vangelo ci toglie il pavimento

Anche la risposta di padre Arturo alla domanda su che direbbe alle persone di destra che si scandalizzano della «presunta tendenza a sinistra» dei gesuiti suona a noi come proveniente da un altro mondo e così forse capiamo qualcosa dell’astuzia dello Spirito che ha voluto un papa lontano dai palinsesti semantici ed emozionali della cristianità europea: «Non voglio polemizzare con chi è a destra. Il mio ragionamento va verso chi si oppone a ogni cambiamento e nemici del nuovo possono esservi anche a sinistra. Penso che questi oppositori siano persone ideologicamente rigide e intimamente insicure, che hanno bisogno di tenere ferme le cose per trovare sicurezza nel già noto. Hanno bisogno di un terreno sicuro sul quale poggiare i piedi mentre il Vangelo ci toglie il pavimento e ci lascia a mezz’aria: sono venuto a portare il fuoco, faccio nuove tutte le cose».

Padre Arturo polemizza con chi si oppone al cambiamento proprio come fa Francesco nelle interviste e anche nelle omelie di Santa Marta. L’ho interrogato sulle contestazioni a Francesco che vengono dall’interno della Chiesa: «Le critiche che vengono fatte al papa, oggi con più libertà rispetto a ieri, io le vedo come un frutto del clima che egli stesso ha creato invitando a un dibattito aperto e a dire con schiettezza il proprio convincimento. Più volte ha invitato alla “parresia” che appunto vuol dire parola schietta. Francesco è capace di ascoltare opinioni diverse dalla sua. Questo ascolto è utile a tutti i livelli della Chiesa. Il nostro tempo chiede decisioni nuove e per andare al nuovo è necessario un vasto confronto».

I quattro sono sinceri ma troppo complicati

Ho accennato alla lettera dei quattro cardinali contenente cinque «dubia» sull’esortazione Amoris laetitia e gli ho chiesto se fosse preoccupato di questo sviluppo del dibattito: «Non sono preoccupato. Quei quattro si sono presi la libertà di parola alla quale il papa aveva invitato. Mi piace che questo avvenga. Nel linguaggio nostro di gesuiti si dice che è necessario conoscere l’opinione di tutti per fare un vero discernimento comunitario.

Naturalmente il gioco dev’essere leale: se uno chiede un chiarimento perché non ha capito, siamo nella lealtà. Diverso sarebbe il caso di chi critica strumentalmente per un calcolo di convenienza, o pone domande per mettere in difficoltà».

Uscito dall’incontro con padre Arturo mi andavo chiedendo, per via dei Penitenzieri, quale potesse essere la valutazione sua della sincerità o strumentalità dei cinque «dubia» e la risposta mi è parsa facile: sono sinceri ma troppo complicati. Come la teologia che li ha partoriti.

 

www.luigiaccattoli.it

Tipo "Io non mi vergogno del Vangelo"
Tema Ministeri - Vita religiosa
Area
Nazioni

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