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Il Regno delle Donne

Chiesa missionaria/1 – C’è una “questione maschile” da portare alla luce

Quanto ha pesato e quanto ancora pesa, sulle forme e sui contenuti dell’annuncio del Vangelo, la “scomparsa delle donne”? Possiamo ancora permettercelo?

Si è appena concluso il mese missionario straordinario indetto da Francesco per celebrare il centenario della Maximum illud, la lettera apostolica con la quale Benedetto XV intese riportare l’attività missionaria della Chiesa al suo senso originario staccandola dai fini coloniali delle nazioni europee. Sono state varie le iniziative delle diocesi per rispondere all’invito del Vescovo di Roma, e a una di queste sono stata invitata anch’io. Si è trattato di un convegno aperto da due interventi di taglio storico molto interessanti ancorché, per certi versi, sconcertanti. Mi ha colpito molto infatti che, in due secoli di “missio ad gentes” (XIX e XX) le uniche parole e le uniche azioni ad essere raccontate siano state quelle di uomini: papi, vescovi, missionari, teologi... Delle donne in missione quasi nessuna traccia. Molto strano, visto che i documenti distribuiti dagli stessi organizzatori del convegno emergeva che all’inizio del Novecento partirono per la missione 100.000 donne contro 50.000 uomini.

Dove sono finite le discepole?

In realtà non è poi così strano, perché la strada per uscire da una cultura nella quale il mondo è descritto da uomini che parlano di sé stessi è ancora molto lunga.

A volte anche gli evangelisti rivelano lo stesso limite. L’invito di Gesù: «Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo...» (Matteo 27,19) è raccontato come rivolto agli “Undici”, come se le discepole e le apostole del Risorto fossero improvvisamente sparite.  

Nonostante Gesù e nonostante il comune Battesimo, nella Chiesa gli uomini si sono ben presto considerati i veri e unici soggetti. Si sono riservati ministeri, sacramenti, autorità, parola. Hanno creato un’istituzione patriarcale inspiegabile sul piano della ragione e infondata sul piano biblico.

Poiché, come ricorda Francesco, la missione della Chiesa non è proselitismo ma testimonianza, appare necessario che questa struttura patriarcale sia superata e nella Chiesa si affronti con decisione la “questione maschile”. Solo se gli uomini di Chiesa rifletteranno su sé stessi e sul modo in cui pensano il proprio essere maschi potrà nascere una Chiesa più fedele a quel Vangelo che vuole annunciare.

Esiste un’antichissima e consolidata tradizione di pensiero che lega indissolubilmente l’identità maschile al “potere di dominare” e quindi alle strutture gerarchiche, alla sacralizzazione di ruoli, alla riduzione del molteplice all’uno.

Il dominio sulle donne è solo un aspetto, pur paradigmatico, di questa cultura del maschile che in qualche modo ha cercato anche di “dominare Dio stesso” attraverso formule, dottrine, norme, attraverso la pretesa di definire la volontà e il pensiero di Dio, la Verità, in modo addirittura immutabile.

È questa cultura che va messa in discussione! E non solo perché ha danneggiato le donne quanto perché ha immiserito gli uomini e allontanato la Chiesa dal Vangelo!

Eppure le cose sarebbero potute andare diversamente

Un Dio trinitario e quindi relazione dinamica e “mai conclusa” di Persone amanti, un Dio uno ma molteplice che si fa carne e si rivela nel limite e nella debolezza, un Gesù, maschio, che scardina il binomio maschile-dominio, testi sacri che sono narrativi e non dogmatici.... avrebbero dovuto condurre su strade diverse, ma così non è stato. Così, uomini di Chiesa hanno impedito che fosse.

Insomma, se vogliamo smontare il patriarcalismo nella Chiesa, non basta riconoscere la piena dignità delle donne, è necessario decostruire e superare la tradizionale cultura del maschile.

La quale, tra l’altro, contribuisce a produrre risultati paradossali quando per esempio spinge alcuni che sono “vicini” a diventare “lontani”. Mi riferisco alle persone reduci da un fallimento matrimoniale, profondamente credenti, che si sono ricostruite una vita con un’altra persona e che, in certe comunità, nonostante la fede sincera e il travaglio spirituale e umano vissuto, vengono di fatto respinte. Parlo delle persone omosessuali profondamente credenti che a volte sono ancora costrette a scegliere tra il nascondimento della loro identità e l’emarginazione dalla comunità.

Persone vicine. Che, a forza, facciamo diventare “lontane”. 

Una Chiesa missionaria, gioiosa testimone del Vangelo, sa di dovere continuamente convertirsi riformando sé stessa. Le donne si sono impegnate molto per liberarsi di una cultura del femminile lontana dall’insegnamento di Gesù. È ora che gli uomini di Chiesa facciano la loro parte.  

Commenti

  • 13/11/2019 Elisabetta Manfredi

    Dopo due brevi soggiorni in una missione diocesana in un paese di cui parlo perfettamente la lingua, ho offerto qualche anno per starci in modo continuativo. Essendo io "donna e neanche suora" (testuale) tutto era un problema: l'alloggio e soprattutto che farmi fare. Ma ancora pochi mesi fa il prete fidei donum rientrato brevemente in Italia ripeteva il mantra che tutti i preti dicono su questo paese: "non si va per fare ma per stare". Io donna e neanche suora quindi non posso neanche "stare"....

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