o
l'Ospite

Domande alla politica

Questa pandemia non è un castigo mandato da Dio per punire gli uomini, affinché si pentano dei loro peccati e si convertano, ma è, nell’accezione del Concilio, un segno dei tempi. Forse il più forte e drammatico dei tempi moderni, che richiede un profondo discernimento per trarne insegnamenti sulle sue cause profonde e, conseguentemente, sul senso della nostra vita e sull’indirizzo da darle.

Per chi ha fede la creazione è un dono di Dio, un dono che non fa dell’uomo il padrone ma soltanto l’«amministratore delegato» del creato e della natura, un affidatario cioè, che grazie alle sue capacità e conoscenze, dovrebbe essere in grado di vivere grazie ai frutti del capitale naturale a sua disposizione, senza intaccarne l’entità.

Questo è l’autentico significato di «sviluppo sostenibile», termine ormai inflazionato dall’uso ma che secondo la definizione originaria (Brundtland 1987) è «quello che soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri bisogni».

Di eventi critici e drammatici l’umanità ne ha conosciuti tanti. Per limitarci all’ultimo secolo mi vengono in mente le due guerre mondiali, l’11 settembre 2001, le crisi economiche del 1929 e del 2008. Questi tuttavia sono eventi nei quali è chiara la responsabilità diretta degli uomini che li hanno provocati, così come le indicazioni da trarne per evitare il ripetersi di episodi analoghi.

Se penso invece alle catastrofi naturali (terremoti devastanti, inondazioni distruttive, incendi delle foreste...), anche quando sono inevitabili e non causati dall’uomo (come nel caso dei terremoti) è comunque sempre possibile e doverosa un’opera di prevenzione per limitarne, se non impedirne in assoluto, i danni.

Ma poi ci sono le epidemie e le pandemie. Qui siamo di fronte a eventi che si sono ripetuti nel corso della storia umana fin dai tempi antichi (per citarne solo alcune: pestilenze varie, tifo, colera, influenze spagnola ed asiatica, HIV, influenza suina, fino all’attuale pandemia da coronavirus).

Non sono uno scienziato, ma credo di poter affermare che l’origine di queste pandemie, almeno delle più recenti, non è del tutto chiara e inoltre il tempo di ricorrenza di questi eventi si sta a poco a poco abbreviando. Esse poi, a differenza delle altre catastrofi naturali, sono malattie che colpiscono direttamente l’uomo e non sono localizzate ma riguardano, sia pure con effetti diversi, tutto il pianeta.

Ricordano per certi versi altri fenomeni come il riscaldamento globale e i cambiamenti climatici. Quello che li accomuna mi pare l’essere tutti in qualche misura sintomo di un grave malessere e disordine della natura, e di uno squilibrio nei modi e nei tempi della fruizione del creato da parte dell’uomo-amministratore (altro che sviluppo sostenibile!), che sembra preso da una sorta di delirio di onnipotenza.

Ma mentre per il riscaldamento globale e per i cambiamenti climatici siamo di fronte a fenomeni i cui effetti, ancorché già evidenti (se vogliamo leggerli), non hanno ancora assunto dimensioni catastrofiche (tant’è che c’è ancora chi ritiene che si tratti di una normale e fisiologica fase della vita del pianeta), nelle pandemie (segnatamente in quella attuale) le conseguenze sono immediate e drammatiche in termini di perdita di tante vite umane, anche se oggi abbiamo più mezzi per difenderci rispetto al passato.

È come se, di fronte all’insipienza dell’uomo nell’amministrare il patrimonio naturale che gli è stato affidato, proprio la natura stessa s’incaricasse di fare risuonare un campanello di allarme, ripetendolo con sempre maggiore frequenza, nella speranza che l’uomo comprenda e introduca nei suoi comportamenti sostanziali discontinuità rispetto al passato.

Si sente dire: «Dopo questa pandemia niente sarà come prima, dovremo cambiare strada». Temo purtroppo che si tratti di propositi un po’ rituali, forse destinati a non trovare seguito effettivo. Cambiare radicalmente strada dipenderà infatti in parte dalla coerenza dei comportamenti che ciascuno di noi saprà assumere, in parte dalla lungimiranza delle scelte dei decisori politici ai diversi livelli (mondiale, europeo, nazionale, locale).

In entrambi i casi non sono ottimista, perché i radicali cambiamenti richiesti necessiterebbero, come detto all’inizio, di un sapiente discernimento e di coraggiose e talora scomode decisioni che non mi sembrano, purtroppo, alla nostra portata.

Si dovrebbe fare una sorta di Giubileo, come accadeva presso gli ebrei antichi: era una festività che ricorreva ogni cinquantesimo anno, santificata con il riposo della terra (per cui erano vietati semina e raccolto), con la restituzione della terra al primitivo proprietario, quando un ricco se ne fosse impossessato, e con la liberazione degli schiavi. Era insomma una sorta di «punto e a capo» che poneva rimedio all’iper-sfruttamento della terra e alle ingiustizie sociali.

Richieste alla politica

Questa pandemia rappresenta davvero per la storia umana un passaggio, una Pasqua, e come la Pasqua ci insegna, da un male estremo può derivare un bene, da una disavventura può anche derivare un’opportunità se sapremo fare tesoro di quanto ci insegnano le diverse situazioni e condizioni che siamo stati costretti a vivere e a sperimentare in questa inedita circostanza.

Vorrei fare a questo proposito alcuni esempi.

Il blocco delle attività imposto dalla necessità di limitare i contagi ha avuto immediati effetti positivi in termini di risanamento ambientale e di miglioramento della biodiversità. Anche gli animali si sono presi un po’ di spazio nelle nostre città. Il legame tra inquinamento ambientale e diffusione del virus va ulteriormente indagato, ma è scontato che l’inquinamento atmosferico indebolisce il nostro sistema respiratorio e ci espone maggiormente agli effetti del virus. È chiaro che ora si debba dare a un effettivo sviluppo sostenibile e alla green economy l’assoluta priorità.

Aggiungo altri temi, evidenziati in questi giorni, che necessitano di essere affrontati: gli orari della città, il sistema dei trasporti urbani, l’asfissiante burocrazia, il sistema delle competenze istituzionali fra stato e regioni, il rafforzamento della sanità pubblica, l’assistenza agli anziani, il sistema penitenziario, le politiche migratorie, il mondo della scuola e del lavoro (definendo il ruolo di e-learning e smartworking), il ruolo multifunzionale delle nostre case, divenute contemporaneamente ufficio-scuola-chiesa-ristorante-palestra-cinema, le politiche fiscali da adottare per controllare il debito pubblico del paese secondo criteri di equità, progressività e solidarietà sociale.

Ciascuno di questi capitoli (e ne ho certamente trascurati altri) richiederà riflessioni e decisioni lungimiranti e coraggiosa.

E richieste alla Chiesa

Infine, a emergenza superata, s’ imporrà una riflessione da condurre secondo uno stile sinodale, sul significato e sulle conseguenze delle limitazioni imposte dalla pandemia alla vita delle nostre comunità e dei singoli fedeli, e delle misure adottate per farvi fronte: il forzato digiuno dall’eucaristia e dalla partecipazione fisica alle messe, la mancata celebrazione delle esequie e l’impossibilità di dare l’estremo saluto ai propri cari vittime dell’epidemia, la partecipazione per via telematica alle celebrazioni del nostro vescovo o del papa, il recupero della dimensione interiore e spirituale della comunione, il significato della liturgia e il ruolo del presbitero e del popolo ecc.

Può essere un’occasione opportuna per fare discernimento sulla nostra fede e sulla vita della Chiesa.

Per concludere: delle misure che stanno caratterizzando questo periodo di contenimento del contagio, la più insidiosa e carica di valenza simbolica mi sembra quella del «distanziamento sociale»: quando saremo usciti dalla pandemia mi auguro che si riesca presto a cancellare dalla nostra mente e dal nostro cuore quel sentimento di diffidenza, di sospetto e di timore che al distanziamento si accompagna e si possa ritornare a «darsi una mano» e a «farsi prossimo», atteggiamenti che non esprimono soltanto vicinanza fisica ma anche solidarietà, condivisione e dono di sé. Siamo esseri di relazione, non dobbiamo dimenticarlo.

Paolo Natali

Lascia un commento

{{resultMessage}}