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Moralia Blog

Imitare o ammirare? La prima e l’ultima domanda dell’etica

Che differenza c’è quindi fra un «ammiratore» e un «imitatore»? Un imitatore è oppure aspira a essere ciò che egli ammira; un ammiratore invece rimane personalmente fuori: in modo conscio o inconscio egli non riesce a vedere che quell’oggetto contiene nei suoi riguardi l’esigenza di essere o almeno di aspirare a essere ciò che egli ammira.[1]

Quasi alla fine di un esercizio, che il filosofo esistenzialista danese S. Kierkegaard ci guida a eseguire – quello di farci contemporanei del galileo Gesù –, ecco stagliarsi con veemente esigenza la domanda: tu ammiri o imiti? Quando agisci, imiti chi? È una questione di imitazione?

E ammesso che lo sia, chi invece non ha intenzione di imitare nessuno, ma di ammirare semplicemente qualcuno perché riconosce la ragionevolezza delle sue affermazioni e delle sue scelte di vita, può da sé riuscire a cavarsela nel ginepraio aggrovigliato, folto e fosco delle vicende e delle relative scelte che queste obbligano a prendere?

Le false alternative

Una cosa va precisata, altrimenti non capiamo: questa alternativa tra «imitare» e «ammirare» è viziata da un’assunzione impari dei significati dei due sostantivi: l’ammiratore è colui che ammira un qualsiasi personaggio della storia, e questo personaggio non è detto che abbia la verità in tasca; l’imitatore, invece, è colui che imita un personaggio della storia, convinto che questo personaggio sia colui che ha la verità, anzi sia la verità. La differenza è grande, anche se non si nota subito!

Potremmo anche riformulare la questione in un altro modo: non ci sono dubbi che la sacra Scrittura sia, insieme alla Tradizione, la fonte primaria del fare teologia morale, ragion per cui la teologia morale si traduce – nei suoi fondamentali – nell’«esigenza morale riflessa» vissuta ed esplicitata gestis verbisque da Cristo che è l’Imitato, perché è la verità.

La filosofia morale d’altro canto è il tentativo di farcela da soli, a partire dalla percezione dell’«esigenza morale riflessa» (non è detto che venga percepita, ma qui siamo in quei pochi ma preoccupanti tentativi di necrotizzare la morale con la filosofia) vissuta ed esplicitata gestis verbisque da uno o più filosofi, che non sono di certo la verità, né l’hanno mai preteso, e sono gli ammirati.

La conclusione è inevitabile: il confronto tra la teologia morale e la filosofia morale si traduce nel confronto tra l’etica cristiana vera e l’etica filosofica intesa in senso solo storico-genetico. Potremmo dire che non c’è partita! Sì, non c’è storia! L’etica cristiana vincerà sempre.

L’alternativa, se è capita, non è falsa

E non a torto se pensiamo che, a seconda dei momenti difficili della storia dell’umanità o del singolo individuo, la concretezza della sequela Christi è stata un antidoto potente alla violenza ideologica: in questa direzione fa sempre bene mettersi in mano e godersi le intense pagine dell’Etica di Dietrich Bonhoeffer.

Tuttavia proviamo a immaginare se il confronto avvenisse tra le due etiche, cristiana e filosofica, ma stavolta assunte entrambe in senso storico-genetico: qualcuna partirebbe avvantaggiata e finirebbe per essere vincitrice? Ecco che inizia la partita, ora sì che si gioca ad armi pari!

In altri termini: e se la sacra Scrittura venisse assunta come Bibbia e da fonte «ispirata» divenisse una fonte «ispirante»? Proviamo a metterci, stavolta, tra le mani il testo di J. Barton L’etica nell’Israele antico per renderci conto che, come le idee morali veterotestamentarie sono fonti alla stregua di quelle della cultura greca, così il confronto tra etica cristiana e filosofia morale può e deve esserci a partire dallo stesso punto di vista gnoseologico: l’esigenza morale vissuta ed esplicitata da Cristo non va surrettiziamente posta su un piano superiore, o comunque diverso, dall’esigenza morale che si presenta come verità di ragione. Ci basta capirlo per non compromettere il tutto.

L’identità differente della morale e la differenza identitaria della fede

Perché questa manfrina sull’aut aut? Per essere gratuitamente cavillosi? Non di certo. Solo perché crediamo che, fintantoché non si sosterà a lungo sull’articolata, complessa e mai del tutto chiarificata interpretazione del rapporto tra fede e morale, prima o poi i nodi verranno al pettine.

Un solo esempio: senza la parola del Vangelo c’è modo di esibire la ragionevolezza dell’indicazione ad astenersi dalle relazioni sessuali in una nuova unione rispetto a una precedentemente naufragata? Se non c’è modo, questa norma di che natura è?

           

 

[1] S. Kierkegaard, Esercizio di cristianesimo, Piemme, Casale Monferrato 2000, 341.

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