A
Attualità
Attualità, 6/2020, 15/03/2020, pag. 187

Maestri e discepoli

Il coraggio di versare vino nuovo

Piero Stefani

Paolo: «Secondo te è il maestro ad andare alla ricerca dei discepoli o sono i discepoli che vanno a cercare i propri maestri?».

Maria: «Sono una donna di scuola e se guardo alla mia esperienza so di avere un bel da fare con genitori che vogliono mettere i figli in quella sezione perché c’è quella determinata insegnante (uso il femminile anche per ragioni statistiche) mentre desiderano, per motivi rovesciati, evitarne un’altra. Di contro, i docenti di solito si trovano davanti un gruppo di studenti da loro non scelti. Dunque in base a questa constatazione direi che, in linea di massima, sono i discepoli a cercare i maestri. Quando però s’instaura la relazione, il discorso diventa più articolato: un docente ha legami più intensi con alcuni suoi allievi e più sfilacciati con altri. Fare preferenze è un’accusa a volte motivata e a volte no, prendere atto che c’è più sintonia con alcuni rispetto ad altri è invece una pura constatazione».

Paolo: «Direi proprio che hai colto nel segno, laddove c’è un’istituzione preposta a educare, a istruire, a trasmettere il sapere, è il discepolo che va dal maestro. Ciò vale anche per le guide spirituali, i guru e via dicendo; di contro, per Gesù le cose stettero diversamente».

Maria: «In che senso?».

Paolo: «Nel senso che, stando ai Vangeli, fu lui a chiamare i suoi discepoli e non questi ad andare da lui; in ciò si distinse non solo dagli scribi e dai farisei ma anche da Giovanni Battista. Il suo fu un comportamento del tutto originale. Gesù camminò lungo il mare di Galilea e senza alcun preavviso chiamò alcuni pescatori, Simone, Andrea, Giacomo e Giovanni per renderli suoi discepoli».

Maria: «E farli pescatori di uomini».

Paolo: «Esatto. Domandò loro di uscire dalla loro condizione sia lavorativa sia familiare al fine di seguirlo; fu una pretesa altissima. Quei pescatori si trovavano in una situazione normale ma, da quando diedero ascolto a una voce che li chiamava, per loro tutto mutò. Qui non c’è nulla di istituzionale; proprio per questo motivo i ruoli non subirono mai delle modificazioni, il maestro restò uno solo e i discepoli non diventarono mai a propria volta maestri. Ciò vale anche quando il movimento è più articolato, come avviene per esempio in alcuni passi del Vangelo di Giovanni. Il Battista aveva indicato Gesù come agnello di Dio; due suoi discepoli, sentendo queste parole, cominciarono a seguire Gesù e quest’ultimo, vedendoli, disse loro: “Chi cercate?”. Gli risposero: “Rabbì – che, tradotto, significa maestro – dove abiti?” (Gv 1,38)».

Maestro dove abiti?

Maria: «Non so bene quale sia il senso corretto della frase evangelica; ma qui sembra esserci solo una risposta a una chiamata. Invece di seguirlo lungo la via qui si cerca una casa. “Maestro dove abiti?” resta comunque una gran bella domanda, anche quando non ci si rivolge a Gesù. Nella società d’oggi trovare un simile alloggio è tutt’altro che facile».

Paolo: «Ma qui sorge un’ulteriore domanda: chi è titolato a farsi chiamare maestro? Nel Vangelo si legge questo ammonimento: “Ma voi non fatevi chiamare ‘rabbì’, perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli” (Mt 23,8)».

Maria: «Un ammonimento, mi pare, in gran parte disatteso nella storia della Chiesa dove la struttura dei maestri e dei discepoli, della gerarchia e dei fedeli è rimasta salda fino a oggi».

Paolo: «In realtà qui non vedo che ci sia una particolare incoerenza; si tratta soltanto di prender atto del fatto che ormai, anche in relazione alla Chiesa, ci si muove all’interno di un’istituzione; a meno di non sostenere, come più volte in effetti è avvenuto, che sia l’esistenza stessa dell’istituzione ecclesiastica a essere incoerente rispetto all’Evangelo. Sta di fatto che in ogni istituzione, religiosa o laica, preposta alla trasmissione del sapere bisogna trovare qualche forma di continuità».

Maria: «E per soddisfare questa istanza occorre che alcuni discepoli siano destinati a diventare a propria volta maestri, al fine di trasmettere il sapere alle generazioni successive».

Paolo: «È proprio così. Viste in questa prospettiva, la Chiesa e l’università, due istituzioni entrambe plurisecolari, sono sorrette dalla medesima logica».

Maria: «Per tanto tempo fu così anche per gli artigiani: il garzone era a poco a poco formato perché infine subentrasse al mastro».

Paolo: «Ben detto. Ma ora fammi concludere il cenno su Gesù. Per logica interna allo stesso messaggio di fede, è fuori discussione che non ci sia alcuno in grado di prendere il posto di Gesù: egli non ha successori».

Maria: «Ma il papa non è vicario di Cristo?».

Paolo: «Certo, il canone n. 331 del Codice di diritto canonico al riguardo non dà adito a dubbi: “Il vescovo della Chiesa di Roma, in cui permane l’ufficio concesso dal Signore singolarmente a Pietro, primo degli apostoli, e che deve essere trasmesso ai suoi successori, è capo del collegio dei vescovi, vicario di Cristo e pastore qui in terra della Chiesa universale”. Resta comunque il fatto che nessun papa, neppure il più teocratico, ha mai potuto sostenere di aver preso il posto di Gesù Cristo. Come è definita la cattedra del papa?».

Maria: «La cattedra di San Pietro».

Paolo: «Appunto! Pietro è ritenuto il primo vescovo di Roma e, in quanto tale, destinato ad avere successori. È la logica...».

Maria: «Ho capito, è la logica secondo la quale morto un papa se ne fa un altro».

Paolo: «Attualmente si potrebbe in effetti integrare il detto aggiungendo: dimessosi un papa (per essere precisi “rinunciato”) se ne fa un altro; operazione, per stare alla cronaca, che sembra suscitare qualche problema o imbarazzo di troppo».

Maria: «Mentre Gesù Cristo non muore, né si dimette; egli non diverrà mai un emerito».

Paolo: «Hai compreso molto bene. Per i cristiani egli è il solo, unico Maestro; tuttavia anche la Chiesa ha bisogno di conformarsi alla logica della continuità e qui torna ad aver il suo ruolo la “componente artigianale”».

Musiche nuove con strumenti antichi

Maria: «In che senso?».

Paolo: «Nel senso del garzone destinato a diventare a propria volta mastro affinché l’impresa possa continuare anche quando il mastro va in pensione o, più brutalmente, tira le cuoia».

Maria: «“The show must go on”. Lo spettacolo deve continuare. Anche se a volte a essere messo in discussione dovrebbe essere proprio quel “must”».

Paolo: «Ma altre volte no. Ci sono imprese utili, anzi indispensabili che vanno prolungate nel tempo, anche se c’è il rimpianto per chi ci ha lasciati. Il problema è che oggi la “logica artigianale” sembra reggere sempre meno e non solo nel campo della produzione. Le grandi innovazioni tecnologiche hanno rivoluzionato e rivoluzionano i modi di produrre, di commerciare, di investire, di comunicare e via dicendo. Adesso pure i maestri sono costretti a imparare fino alla fine dei loro giorni; in questi frangenti, spesse volte restano spiazzati e confusi; sulle loro competenze è come se fosse caduto uno strato di polvere. Tuttavia alcune capacità e alcune nozioni vanno tuttora trasmesse e apprese. Senza questo passaggio non ci sarebbe cultura; qui rientriamo a tutti gli effetti nell’ambito del “must”. Pensa per esempio a cosa avviene quando si deve imparare a suonare uno strumento. Occorre rivolgersi a un maestro…».

Maria: «E in questo campo non vale il famigerato (ma in realtà troppe volte veritiero) detto “chi sa fa e chi non sa insegna”».

Paolo: «Torniamo al nostro caso. Un allievo o un’allieva di violino possono uguagliare il maestro, forse con il tempo suoneranno persino meglio di lui o di lei, ma ciò non toglie che anche il maestro deve sapere a sua volta suonare e, ammesso che sia superato, ciò avverrà anche grazie a lui e se è un buon maestro ne sarà felice. È così da secoli; qui le innovazioni tecnologiche non hanno un gran ruolo da svolgere».

Maria: «Non a caso, a prescindere dalle corde in budello e dintorni, quale violinista non vorrebbe suonare uno Stradivari, un Guarnieri del Gesù, un Amati o un Guadagnini?».

Paolo: «Sì, lo hai capito. Ma era solo un’analogia. Nel Vangelo si dice che “ogni scriba divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche” (Mt 13,52). Bisogna apprendere a suonare musiche nuove con strumenti antichi senza rinunciare alle une né agli altri. Per questo oggi è così difficile essere maestri».

Maria: «E anche discepoli e discepole. E, visto che mi dai credito, mi arrogo la parola conclusiva. Citerò il Vangelo, ne so qualcosa anch’io, sai. “Non si versa vino nuovo in otri vecchi, altrimenti si spaccano gli otri e il vino si spande e gli otri vanno perduti. Ma si versa il vino nuovo in otri nuovi, e così l’uno e gli altri si conservano” (Mt 9,17). Così il Vangelo, tuttavia a me pare che, per stare tranquilli, nella Chiesa troppo spesso si sia optato per un’altra e più comoda soluzione: continuare a versare vino vecchio in otri vecchi».

Tipo Parole delle religioni
Tema Teologia
Area
Nazioni

Leggi anche

Attualità, 2020-10

Liturgia - Dopo il COVID-19: etsi Deus non daretur

Cristianesimo e fine della cristianità

Piero Stefani

In questi ultimi mesi la Rete è divenuta egemone. È diventata, in se stessa, la forma di comunicazione più ricca anche per coloro che, un tempo, la guardavano sospettosi. Lasciando da parte la questione che ciò avviene grazie all’apporto di risorse tecniche rese accessibili da grandi gruppi monopolistici, c’è da valutare la presenza di una componente antropologica.

 

Attualità, 2020-10

Tre volte pazienza

E il tempo della promessa

Piero Stefani
Prendiamola in considerazione nella sua espressione più radicale. Per giungervi il lettore dovrà avere, a propria volta, un po’ di pazienza. Si legge nel Corano (7,180): «Dio (Allah) possiede i nomi più belli e voi invocatelo con quei nomi».1 Questo versetto costituisce il cardine su cui ruota la recita musulmana dei novantanove più bei nomi di Allah (effettuata...
Attualità, 2020-8

Una Pasqua diversa

Cosa può dirci la tradizione ebraica

Piero Stefani
In questa «Pasqua diversa», in cui si è restati chiusi nelle proprie abitazioni, da parte cristiana si è guardato all’ebraismo e alla dimensione domestica del séder (cena pasquale) come a un modello da cui attingere ispirazione. Per chi osserva il fenomeno in modo sociologico, si tratta di una prospettiva assai più ideale che reale. All’interno del...