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Attualità
Attualità, 18/2020, 15/10/2020, pag. 532

Santa Sede - Card. Becciu: oltre il singolo caso

Gianfranco Brunelli

Quello del card. Becciu è un pasticcio. Un pasticcio causato da atteggiamenti che potremmo definire superficiali e familistici. Esso ci racconta in termini più generali come vi sia un serio e perdurante problema nel governo della Chiesa. Non conosciamo le operazioni incriminate compiute dal cardinale, il quale era già ai vertici della Chiesa sin dal pontificato precedente. Qui il tema va posto a un livello più ampio e generale. Oltre il singolo caso.

 

Quello del card. Becciu è un pasticcio. Un pasticcio causato da atteggiamenti che potremmo definire superficiali e familistici. Esso ci racconta in termini più generali come vi sia un serio e perdurante problema nel governo della Chiesa. Non conosciamo le operazioni incriminate compiute dal cardinale, il quale era già ai vertici della Chiesa sin dal pontificato precedente. Qui il tema va posto a un livello più ampio e generale. Oltre il singolo caso.

Il tema attiene alla crisi nel governo della Chiesa, il che riguarda una parte significativa dell’esercizio della sua autorità. Tale crisi non parte dal pontificato di papa Francesco. Potremmo dire che si è manifestata in tutta la sua profondità dopo il pontificato di Paolo VI. Già con Giovanni Paolo II e poi con Benedetto XVI, essa ha riguardato, nelle nomine episcopali e del personale di curia, il rapporto tra dimensione ecclesiale e dimensione ecclesiastica. Il processo di formazione e di scelta della «classe dirigente» della Chiesa non sempre ha corrisposto a una dimensione di equilibrio tra le due dimensioni.

Mandare nunzio, ad esempio, una persona che non ha avuto un minimo di esperienza ecclesiale, ne fa facilmente un candidato non all’altezza del proprio compito. Analogamente, la sola esperienza di vita comunitaria, senza un’adeguata e sperimentata formazione istituzionale, può generare figure che, seppur mosse dalle migliori intenzioni, alla prova dei fatti falliscono la loro responsabilità rispetto alle esigenze di governo della Chiesa.

Con le dimissioni di Benedetto XVI il problema era esploso con ogni evidenza e nel cuore stesso del papato, al centro dell’istituzione Chiesa: quelle dimissioni proprio nella loro grandezza segnalavano una profonda crisi d’autorità, come scrivemmo allora, che aveva certo bisogno di una risposta riformatrice, in senso persino radicale dal punto di vista ecclesiale, ma nella ricerca di un nuovo equilibrio anche istituzionale.

L’azione di papa Francesco, così determinata e positiva, non è riuscita sin qui a trovare quel nuovo equilibrio. Papa Francesco si è trovato spesso a disporre di un personale ecclesiastico che in alcuni casi (al netto dei pochi casi gravissimi che rispondono a un vissuto patologico) si è dimostrato variamente inadeguato. Francesco ha svolto e sta svolgendo un’importante azione di trasparenza e pulizia nella Chiesa. Ma anche quest’azione così essenziale va condotta con la necessaria misura. Alcune delle sue stesse scelte in merito sono apparse improntate a un giudizio talora impressionistico. E la sua stessa, successiva, reazione di delusione si è manifestata durissima.

Vi è infine la questione metodologica relativa ai rapporti coi media. Decisioni forti, magari necessarie, possono o non possono essere espresse sotto la pressione dei media o di qualunque altro soggetto, istituzionale e non, esterno alla Chiesa. Seguire i media, innesca un meccanismo di rincorsa che nuoce all’autorevolezza e alla ponderatezza della decisione.

Tra istituzione e profezia

La riforma della curia era e rimane uno degli appuntamenti centrali su cui era atteso il pontificato di Francesco. Questa riforma era stata chiesta dai cardinali durante le Congregazioni generali, alla vigilia del conclave che lo ha eletto papa. Invocata, per così dire, sia da destra, sia da sinistra. Da destra, per mettere ordine a una crisi d’autorità della Chiesa, una mozione d’ordine; da sinistra, per un auspicato ritorno al concilio Vaticano II, come risposta pastorale alla crisi della Chiesa e delle sue istituzioni.

Papa Francesco diede vita da subito a un nuovo organismo, il Consiglio dei cardinali che oltre ad aiutarlo nelle principali decisioni circa il governo della Chiesa, doveva istruire un’ipotesi di riforma della curia. Sin qui il lavoro svolto non ha sortito a una decisione finale. Il troppo tempo trascorso non ha aiutato, anzi ha aggravato, la crisi di governo e ha consentito che si formassero correnti e cordate interne-esterne alla curia, che si sviluppasse quel principio frammisto di resistenza passiva e di opportunismo che ha isolato il papa, non consentendo a coloro che svolgono seriamente il loro lavoro al suo servizio d’avere il potere necessario, la legittimazione oltre la legittimità.

La sola riforma della curia non può di per sé risolvere il problema, ma certo consentirebbe un riavvio ordinato dell’istituzione centrale.

Il problema rimane: non si può chiudere la Chiesa, per un supposto principio difensivo, nel recinto di scelte che rispondono a profili di tipo puramente ecclesiastico (o clericale), perché l’ecclesialità è essa stessa una dimensione fondamentale dell’istituzione ecclesiastica, oltre che della comunione della Chiesa; ma non si può neppure ignorare l’esigenza di una comprovata e sperimentata competenza istituzionale. Chi non possiede le due dimensioni può solo fare danni più o meno gravi, a seconda del potere che esercita.

Molti hanno scritto (ed in parte è vero) che Francesco non è un papa dell’istituzione, propenso all’azione di governo della Chiesa, mentre egli è piuttosto un pastore e la riforma da lui auspicata è soprattutto di natura spirituale. È vero solo in parte. Da un lato infatti, come papa, egli non può sfuggire al processo d’istituzionalizzazione; dall’altro, quel processo rinnovatore su un piano propriamente istituzionale altro non è che la necessaria conseguenza dell’impostazione ecclesiologica del Concilio e dello stesso papa Francesco.

Su questo punto Francesco accoglie e prosegue l’opera del concilio Vaticano II che ha introdotto il principio di pastoralità nel cuore stesso della dottrina. Il che conduce da allora, pur con tutte le resistenze, sia il magistero, sia la teologia a esplicitare la struttura propriamente ermeneutica della tradizione evangelica o kerigmatica.

Come aveva già indicato alla teologia del Novecento la riflessione di Rahner: una teologia della grazia implica necessariamente un’antropologia della libertà. Se la grazia è l’offerta che Dio fa liberamente di sé nel figlio, solo la libertà di ognuno può essere la traccia ultima di questo dono divino.

La svolta meta-dottrinale di papa Francesco impone un riorientamento complessivo della Chiesa attraverso il riorientamento della sua pastorale. Ma questa svolta comprende l’istituzione. Essa non può avvenire per opposizione o per distruzione della medesima.

Istituzione e profezia debbono cercare sempre il loro inconcluso equilibrio. Non l’una senza l’altra.

 

Gianfranco Brunelli *

 

* Il testo è una rielaborazione di quanto anticipato sul nostro www.re-blog.it il 25.9.2020, https://bit.ly/3lzATSQ.

 

Tipo Articolo - Inserto
Tema Santa Sede
Area
Nazioni

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