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Attualità
Attualità, 12/2020, 15/06/2020, pag. 325

Italia - Politica: i movimenti di Conte

La difficile ripresa tra crisi economica e blocco della politica

Gianfranco Brunelli

Stiamo attraversando la più grande crisi economica della storia recente. Siamo stati a un passo dal crollo del sistema sanitario nazionale. E per non fare saltare il sistema sanitario nelle aree più colpite del paese abbiamo probabilmente «sacrificato» vite umane. Ora l’emergenza è economica e sociale. Tre milioni di disoccupati in più a settembre, un 30% degli esercizi commerciali a rischio chiusura, un PIL tra il -9 e il -13%. Se va bene, il doppio rispetto alla crisi del 2009 (cf. Regno-att. 8,2020,247).

 

Stiamo attraversando la più grande crisi economica della storia recente. Siamo stati a un passo dal crollo del sistema sanitario nazionale. E per non fare saltare il sistema sanitario nelle aree più colpite del paese abbiamo probabilmente «sacrificato» vite umane. Ora l’emergenza è economica e sociale. Tre milioni di disoccupati in più a settembre, un 30% degli esercizi commerciali a rischio chiusura, un PIL tra il -9 e il -13%. Se va bene, il doppio rispetto alla crisi del 2009 (cf. Regno-att. 8,2020,247).

L’intero tessuto produttivo è messo a rischio. Il recupero dei consumi e della domanda avverrà lentamente. Tutto il comparto delle esportazioni è al momento bloccato. Le misure di sostegno sin qui elargite dal governo sono state necessarie, ancorché tardive, ma come il distanziamento sociale abbassa la curva dei contagi e non elimina il virus, così quelle misure, se rimangono isolate, senza un progetto generale di rilancio dell’economia, diluiscono nel tempo la crisi, ma non ne eliminano le cause e le conseguenze.

Ha detto il governatore della Banca d’Italia, Visco, nelle sue Considerazioni finali del 29 maggio scorso: «Finita la pandemia avremo livelli di debito pubblico e privato molto più alti e un aumento delle disuguaglianze, non solo di natura economica (…) Serve un nuovo rapporto tra governo, imprese dell’economia reale e della finanza, istituzioni e società civile» (https://bit.ly/2UJnufY). Insomma, un nuovo patto sociale. Quello che il governatore evoca è un progetto di ricostruzione del paese, come nel Dopoguerra. E per questo chiama in causa il sistema politico e le culture politiche che oggi vi sono rappresentate.

Credo che si debba guardare alla situazione politica prendendo in considerazione il quadro d’insieme. Qui occorre privilegiare la dimensione sistemica che ha a che fare con lo spazio politico, oggi quello europeo e quello italiano, e la loro inevitabile connessione. Lo spazio politico è distinto dai soggetti che lo occupano, ed è per i loro comportamenti allo stesso tempo un vincolo e una risorsa: un conto è definirsi sovranisti; un altro europeisti, social-liberali o post-comunisti.

Il secondo governo Conte, nato dal capovolgimento di una maggioranza di nuova destra populista (Lega – 5 Stelle) in una populista più le sinistre (5 Stelle – PD- LEU), per il modo e i tempi con cui si è formato, ha ulteriormente modificato lo spazio politico precedente. Se il passaggio della Lega dal governo all’opposizione ha ridefinito la possibilità, non ancora la forma, di un suo ritorno nel centro-destra, la permanenza al potere dei 5 Stelle nell’uno e nell’altro governo, senza né un patto programmatico, né un accordo politico con il PD, ha lasciato il campo del centro-sinistra privo di un disegno di coalizione, così come l’accordo precedente con la Lega aveva dissolto il centro-destra.

Il PD, passato dall’opposizione al potere, espunto Renzi e definitosi sempre più come partito conservatore (ideologicamente erede del PCI e politicamente del vecchio sistema proporzionale), ha puntato tutto sul logoramento del Movimento 5 Stelle: principale forza in Parlamento e sempre più minoritaria nel paese.

Una strategia da «Prima repubblica» che cominciava a dare i suoi frutti alla vigilia della pandemia. Il calo progressivamente sempre più marcato nei sondaggi dei 5 Stelle e la fuga di Di Maio dalla segreteria, dopo l’ennesima sconfitta elettorale alle regionali; un presidente del Consiglio considerato nella nuova geometria delle forze quasi un proprio terminale nelle decisioni più impegnative; infine la vittoria nelle regionali dell’Emilia Romagna. Poi il COVID-19 ha cambiato tutto e la grave emergenza si è trasformata in un inevitabile collante del governo.

Non ci sono alternative

Renzi, che a metà febbraio immaginava la crisi di governo, avendo compreso che la permanenza di Conte avrebbe significato la sua sconfitta e quella del suo nuovo partito (Italia viva), si è dovuto piegare a una scomoda fedeltà, a una dialettica di governo fatta di schermaglie nel sottobosco, finendo nei sondaggi sotto il 3%, meno del partito di Calenda. L’esperimento Renzi può dirsi concluso.

Come molti altri leader europei, l’esercizio dell’emergenza ha rafforzato Conte come figura e ruolo. Il suo rafforzamento non equivale a un rafforzamento del suo esecutivo. Il suo è un governo debole, inadeguato ad affrontare la sfida della ricostruzione, tentato, al fine di durare, da politiche corporative e parassitarie.

Dalla sua ha una mancanza d’alternativa. Questo soprattutto a motivo di un’opposizione di centro-destra (Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia) fortemente diversificata al proprio interno, sul piano della cultura politica, dei riferimenti internazionali e dei comportamenti politici. Antieuropei, statalisti e nazionalisti nostalgici i primi; antieuropei e nazional-populisti i secondi; liberal-europeisti i terzi.

Difficile immaginare che questa opposizione possa dare vita a un’alternativa di governo. In questo il migliore alleato di Conte si conferma Salvini. Egli ha avuto il merito di cavalcare l’onda della reazione populista prima della pandemia, portando la Lega dall’11% al 34%. Poi ha dimostrato tutta la sua inadeguatezza.

Poteva fare della Lega il Partito popolare europeo, sezione italiana, ereditare Berlusconi e governare a lungo. Ha viceversa continuato a perseguire sentieri contraddittori, senza alcuna capacità di definire una linea politica. Nessuno dei soggetti in campo è in grado di pensarsi e porsi progettualmente nei confronti del sistema Italia e dell’Europa.

Dobbiamo dire più compiutamente che il nostro sistema politico, ormai del tutto proporzionalizzato nelle regole e prima ancora nei comportamenti, cioè sempre più lontano da un modello di democrazia competitiva e governante, è divenuto un sistema bloccato. Non un sistema democratico sospeso, anche se la messa in quarantena del Parlamento durante i giorni della pandemia ha rappresentato un vulnus, bensì propriamente un sistema bloccato. Non è un caso che in questi mesi l’unica forma di dialettica politica che si è espressa sia stata quella tra stato e regioni, e in modo quasi del tutto scollegata dalle appartenenze politiche.

L’impossibilità (o l’idea dell’impossibilità) di scegliere e di avere un’alternativa ostacola la formazione di progetti politici alternativi, riducendo la spinta della società e degli stessi soggetti politici a pensare a un’alternativa all’esistente. La sfiducia in un nuovo assetto possibile retroagisce negativamente sull’esistente. Se non c’è alternativa alla realtà attuale, allora essa finisce con l’essere considerata la migliore possibile. È così che il reale diventa ideale.

Di fronte all’emergenza paese, sarebbe invece questo il tempo per ripensare il modello istituzionale; sarebbe questo il tempo di una nuova costituente (che sancirebbe l’unità morale del sistema politico e del paese) e di una ripresa conseguente delle riforme istituzionali per ridare autorevolezza alla politica e alle istituzioni, rimettendo in essere la capacità e la possibilità di decidere.

Ma credo che nessun soggetto politico voglia modificare lo status quo e rinunciare a quel che ha in termini di rappresentanza, poco o tanto che sia. Meglio accontentarsi che rischiare di rimettersi in gioco. Così facendo le forze politiche perdono ulteriormente legittimazione.

Movimento senza cambiamento

La sortita di Conte con gli Stati generali dell’economia, convocati autonomamente, anche rispetto alle stesse forze di governo, divenuti ben presto Stati generali della politica, rimette in movimento la politica, ma non cambia al momento il quadro di riferimento.

Conte entra direttamente in politica. Gli Stati generali sono un nulla di fatto sul tema dichiarato, ma sono la prova della sua ambizione (velleità?) politica. Non sappiamo ancora se farà un suo partito o si porrà alla guida del Movimento 5 Stelle. La scelta non è qualsiasi. Né per lui, né per l’ex movimento di Grillo. Se andrà da solo otterrà sia il superamento del PD, sia dei 5 Stelle. In questo caso il PD andrà sotto il 20%, 3o o 4o partito, ricondotto senza significativa forza politica al suo ridotto ideologico. Fine dell’esperimento.

Ma note dolenti vi saranno anche per i 5 Stelle che si divideranno (e non solo elettoralmente). Se Conte accetterà di guidarli, la strategia del PD sarà comunque fallita ed egli contribuirà – ma con minore leadership personale – alla loro ripresa elettorale.

Le conseguenze non sono solo interne, ma anche europee e internazionali. Il nostro immobilismo politico ci indebolisce sul piano della credibilità e della possibilità anche nei confronti dell’Europa. L’Unione Europea non è sin qui uscita sconfessata dalla vicenda del coronavirus. Anzi. Ha saputo fare passi che negli ultimi anni non erano immaginabili. L’emergenza economico-finanziaria non è solo il dato oggettivo di una nuova, grave, inattesa crisi, dopo quella del 2009. La dimensione economica è la connotazione politica sorgiva dell’UE. E rimane il dato decisivo, trainante della sua costruzione.

Per questo i passi compiuti sono significativi sul piano della sua architettura. In questo drammatico frangente, l’Unione Europea ha saputo mostrare un aspetto di solidarietà nuovo. Il passo avanti dell’Europa consiste nel farsi carico, almeno parzialmente, del debito altrui e di una condivisione complessiva, gestita attraverso gli strumenti finanziari, della situazione comune.

Ma c’è anche il rischio di un passo indietro, se si consente, senza nuove regole generali, ai singoli stati d’intervenire come tali nel sistema produttivo privato interno. La necessità degli interventi interni, che per un tempo determinato sarà inevitabile, va temperata e limitata attraverso regole comuni, altrimenti domani alcuni (i più forti) saranno ancora più forti, altri (i più indebitati) ancora più dipendenti.

 

Gianfranco Brunelli

Tipo Articolo
Tema Politica Vita internazionale
Area EUROPA
Nazioni

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