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Attualità
Attualità, 10/2020, 15/05/2020, pag. 268

Dibattito - Scuola: declinare la prossimità

Intervista a Mariapia Veladiano

Sarah Numico

Coronavirus in Italia, Fase due. Il ritorno a una presunta normalità, che tale non è, ricade ancora più pesantemente su 8 milioni di studenti e sulle loro famiglie. La task force nominata dal governo è al lavoro, quando si troverà una soluzione? La didattica a distanza, pur con tutta la buona volontà degli insegnanti, rivela tutti i suoi limiti, soprattutto in termini di disuguaglianze. «Bisogna pensare qualcosa di assolutamente nuovo. È un problema sociale, non della scuola e basta» – afferma Mariapia Veladiano –.

 

Coronavirus in Italia, Fase due. Il ritorno a una presunta normalità, che tale non è, ricade ancora più pesantemente su 8 milioni di studenti e sulle loro famiglie. La task force nominata dal governo è al lavoro, quando si troverà una soluzione? La didattica a distanza, pur con tutta la buona volontà degli insegnanti, rivela tutti i suoi limiti, soprattutto in termini di disuguaglianze. «Bisogna pensare qualcosa di assolutamente nuovo. È un problema sociale, non della scuola e basta» – afferma Mariapia Veladiano –.1

– Le risposte emergenziali della scuola italiana ai tempi della pandemia: cosa ha funzionato e che cosa no?

«Credo che mediamente ci sia stata una straordinaria capacità, da parte delle scuole, di mettere in campo in tempi rapidi degli strumenti capaci di non lasciar cadere il rapporto educativo con i ragazzi. La chiamo scuola di prossimità. Il primo e fondamentale compito della scuola è non lasciar cadere i bambini e i ragazzi, restare prossima ai luoghi in cui loro si trovano, sempre. La scuola di prossimità ha sempre forme diverse. Quella dei maestri di strada a Napoli si disseminava nei quartieri, fisicamente. Quella del tempo del coronavirus raggiunge a casa gli studenti con ogni strumento possibile.

Naturalmente sia le scuole sia le famiglie erano diversamente preparate. Secondo un’indagine che il MIUR ha fatto interrogando le scuole a tre settimane dalla loro chiusura, la didattica a distanza (DaD) aveva raggiunto il 94% degli studenti. Un dato messo in dubbio da molti altri studi, ma anche accogliendolo vuol dire che mezzo milione di bambini e ragazzi non è raggiunto dalla DaD.

E qui c’è uno dei problemi: in questa prima fase sono aumentate le disuguaglianze. Un altro problema è che la DaD non ha ancora una letteratura come didattica esclusiva né la formazione dei docenti in questo ambito è stata curata nel passato. Per cui è capitato che alcuni si siano dedicati alla DaD in modo smisurato: alcune scuole sono partite con tutto l’orario completo. Un assurdo, anche per i ragazzi grandi: vuol dire 27-30 ore davanti al computer più i compiti assegnati più l’eventuale utilizzo del computer per motivi sociali o ludici. Poi c’è stato un aggiustamento.

Differenziare per dare uguaglianza

Un altro problema è stato l’impegno richiesto ai genitori, già presi spesso nel lavoro da casa, a gestire emotivamente una situazione eccezionale per loro e per i figli. Tutto tranne che facile. Bisogna assolutamente che la scuola trovi la strada. Certamente, se questa situazione d’emergenza dovesse interessare anche la prima parte del prossimo anno scolastico, bisogna pensare qualcosa di assolutamente nuovo. È un problema sociale, non della scuola e basta».

– Lei che cosa immagina?

«Se sarà permesso di lavorare in piccoli gruppi si può mobilitare il servizio civile. Attualmente sono in attesa di risposta 80.000 domande di servizio civile: un tesoro di risorse giovani e piene d’entusiasmo che si potrebbe mandare nei quartieri a raggruppare quei bambini che non possono essere seguiti con la DaD.

Inoltre, se nella fase dell’emergenza la Protezione civile ha portato le ricette e i tablet, potrà portare anche in futuro materiali didattici, strumenti di lavoro, fare da messaggero fra la scuola e le famiglie più disagiate, insieme ai ragazzi del servizio civile, con competenze adeguate per seguirli.

Si tratta di avere idee e di differenziare gli interventi a seconda delle situazioni: le classi prime (elementare, media e superiore) del prossimo anno avranno bisogno di essere a scuola in presenza per alcune settimane e fare il passaggio, diventare classe. Quindi pensare alle prime come classi con esigenze differenti rispetto alle altre.

Se per tornare a scuola si dovrà avere classi meno numerose, si deve pensare a come poterlo fare. L’ipotesi che viene fatta in queste ore, di lasciare tutto come sta e semplicemente dividere la classe, con metà ragazzi che segue da scuola e metà da casa e poi alternarli vuol dire non conoscere adeguatamente i fatti, ovvero che la DaD è altra cosa dalla didattica in presenza, richiede l’uso di strumenti peculiari, non si tratta solo di far assistere a una lezione. Quello lo si può fare con un semplice collegamento Skype. Senza contare che non risolve il problema per le famiglie di seguire i bambini piccoli, sia pure a settimane alterne».

– Quindi nella Fase 2 i decisori politici non dovrebbero dimenticarsi che hanno a che fare con 8 milioni di persone (e secondo alcune stime 11 milioni di genitori)…

«Per ora le indicazioni sono di continuare la DaD come se stesse andando bene per tutti, il che non è vero evidentemente. Che cosa si potrebbe fare, già ora, di meglio? Innanzi tutto pensare la scuola come un interesse di tutti e non delle singole famiglie che si devono arrangiare a trovare una soluzione. Congedi alternati per i genitori che devono seguire i bambini, è stato detto. Studiare possibilità di rientro differenziato come è stato fatto in Danimarca, ad esempio.

I piccoli in piccole classi con accorgimenti opportuni: qui devono essere gli esperti a dire fin dove si può andare. Torno a pensare a piccoli gruppi seguiti, anche nella scuola a distanza, da ragazzi che si mettono a disposizione, forse ancora il servizio civile. Esplorare le possibilità. Se si fa finta di niente tutto ricadrà sulle famiglie, e in particolare sulle donne. La crisi del 2008 ha riportato moltissime donne a casa, senza lavoro e senza reddito. Un arretramento terribile».

– I giovani e i piccoli si stanno mostrando i più pazienti e resilienti o i più senza voce?

«Dipende dalle situazioni. Ci sono famiglie che hanno risorse personali, spazi fisici, appartamenti grandi, terrazzi, computer a sufficienza, inventiva, capacità di governare la tensione: per questi bambini i mesi che stanno vivendo possono essere mesi di stress ma anche di grande crescita personale ed emotiva. Poi ci sono famiglie che già erano fragili prima e per queste la situazione attuale è davvero rischiosa se non vengono accompagnate dai servizi. Che ci sono e non ci sono. C’è anche chi non sa chiedere aiuto. Ecco perché siamo un po’ tutti chiamati a essere attenti oggi e a esercitare una responsabilità diffusa.

Poi ci sono gli adolescenti, che il virus ha riportato in famiglia proprio nell’età in cui la vita è soprattutto altrove. Viaggiano sul filo di una situazione che si impone come limite e il limite può essere anche educativo o può fare esplodere situazioni depressive o conflittuali. Credo che sia una grande prova per le famiglie, ma se non sono lasciate sole può essere vissuta con consapevolezza».

Il rischio accettabile

– C’è chi invoca la riapertura della scuola al più presto, come spazio di socialità, ma anche insegnanti che vorrebbero tornare sul luogo di lavoro, pur continuando con la DaD: che ne pensa?

«Penso che la scuola in presenza sia la sua dimensione indispensabile. Si tratta però di trovare un punto d’equilibrio fra la sicurezza totale, che è il lasciare a casa tutti gli studenti, e il rischio tollerabile. Sempre c’è una percentuale di rischio nel vivere. L’azzeramento del rischio è l’immobilità, la morte anticipata. Qual è in questa situazione il rischio accettabile? È un problema anche culturale.

Ad esempio nei paesi del Nord Europa i bambini si muovono con maggiore autonomia. Noi abbiamo l’obbligo di non lasciar mai solo il minore, per cui passa dai genitori, ai collaboratori scolastici, ai docenti e viceversa. Nella mia esperienza di preside ho visto genitori, davvero molti genitori, che avrebbero portato i figli in auto fin dentro le aule… La domanda è: quale percentuale di rischio accetta la nostra cultura?

Inoltre siamo partiti già da una situazione di crisi: classi troppo numerose, aule troppo piccole, scuole non a norma e senza ambienti in cui poter lavorare per gruppi. In altri paesi le scuole possono ripartire perché gli spazi sono ben diversi rispetto ai nostri».

– Quali azioni si possono mettere in campo perché la scuola del futuro si rinnovi alla luce di questa esperienza?

«Abbiamo imparato qualcosa che sapevamo ma che avevamo lasciato sullo sfondo della nostra consapevolezza. Che la normalità che conosciamo è fragilissima. Vale per molti aspetti della nostra civiltà; ma, restando nel campo della scuola, abbiamo visto che le situazioni di crisi accentuano la disuguaglianza se si parte già diseguali. Per cui certo occorre più omogeneità nell’accesso alla connessione e nell’accesso agli strumenti informatici, per permettere almeno quella scuola di prossimità di cui si parlava.

Poi classi molto meno numerose. In certe condizioni forse saremmo già tornati a scuola, almeno i piccoli, se le nostre classi non fossero così compresse in spazi inadeguati.

Poi qualcosa che riguarda il lavoro. I contratti devono prevedere forme di flessibilità non penalizzante. Penso ad esempio a una banca del tempo lavorativo personale. Nel lavoro accumulo ore e giorni da poter chiedere al bisogno, per figli, genitori, eventi eccezionali. Come modalità ordinaria, in modo che situazioni di questo tipo o altre emergenze non portino al licenziamento, che spesso è della donna.

Oppure prevedere l’anno sabbatico. Dopo un certo numero di anni di lavoro si può chiedere un anno sabbatico o un mese o due mesi, a stipendio pieno che viene recuperato poi sugli stipendi successivi una volta tornati al lavoro.

Questo non è a costo zero per il lavoratore, ma sarebbe una opportunità. Ci sono già questi strumenti, bisogna avere il futuro come prospettiva dell’agire politico, non solo l’orizzonte elettorale. Sarebbe un bel dimostrare ai bambini che sappiamo imparare dalle circostanze e che loro, i bambini, ci stanno così a cuore che tutta la società un poco cambia per assicurare loro l’istruzione e una vita buona».

 

a cura di
Sarah Numico

 

1 L’intervista a Mariapia Veladiano è stata pubblicata parzialmente il 4.5.2020 dall’agenzia SIR, https://bit.ly/2z8VGK4.

Tipo Articolo
Tema Scuola Cultura e società
Area EUROPA
Nazioni

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