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Attualità
Attualità, 20/2019, 15/11/2019, pag. 637

Mamre e la Frigia

Abramo, Filemone e l’ospitalità

Piero Stefani

In anni recenti alcuni confronti tra il mondo biblico e quello classico sono stati proposti tanto di sovente da perdere progressivamente la loro pregnanza. Uno di questi è, senza dubbio, la contrapposizione tra Abramo, il patriarca che esce dalla sua terra per andare verso un paese sconosciuto, e Ulisse, l’uomo che, dopo tanto girovagare, torna alla sua Itaca.1 Proposta originale, all’inizio, che però, a forza di tornare sui suoi giri, si sbilancia, sia pur involontariamente, più dalla parte dell’eroe greco che da quella del padre dei credenti. La reiterazione del confronto è diventato il suo destino. Ormai, per essere fedeli allo spirito biblico, bisogna seguire tracce meno battute. Ci sono altri accostamenti da tentare.

La prima parte del capitolo diciottesimo della Genesi celebra l’ospitalità di Abramo alle querce di Mamre. Nell’ora più calda del giorno l’ombra degli alberi dà ristoro a tre viandanti. Il patriarca si preoccupa di dar loro acqua per lavarsi i piedi, invita la moglie Sara a impastare e cuocere focacce, corre di persona dal servo per fargli ammazzare e preparare un tenero vitello da offrire ai suoi ospiti assieme a latte acido e fresco.

Abramo e Sara erano vecchi e non avevano figli. Vi è uno scambio di battute con gli ospiti ma, a un certo punto, il soggetto cambia: invece di tre uomini, parla il Signore. Da quella bocca divina esce una promessa: entro un anno Sara, anziana e sterile, sarà madre. La donna, incredula, ride; da quella reazione deriverà il nome del figlio Isacco. Il frutto della visita e dell’ospitalità sarà dunque una nascita (cf. Gen 18,1-15). In questo episodio vi è sete di avvenire. Quando tutto appariva chiuso, all’improvviso la coppia avrà una discendenza in modo diretto e non surrogato come avvenne nel caso di Ismaele (cf. Gen 16).

Successivamente la Genesi parla dell’offerta di Isacco sul monte (cf. Gen 22,1-19) e, subito dopo, della morte (a 127 anni) di Sara e delle lunghe trattative tra Abramo e gli hittiti per comprare la caverna di Macpela «di fronte a Mamre, cioè Ebron» per seppellirvi la propria sposa. Davanti al luogo in cui fu annunciato il futuro vi è ora una tomba (cf. Gen 23).

La brama di discendenza del vecchissimo patriarca però non si estingue: Abramo prese un’altra moglie, di nome Keturà, che gli generò altri 6 figli (cf. Gen 25,1-4). Infine, all’età di 175 anni morì anche Abramo e pure lui fu sepolto nella caverna di Macpela accanto a Sara. Ma quanto spazio di vita, di rapporti sessuali, di figli e di altro vi fu tra l’una e l’altra morte!

Il desiderio e la grazia

Lasciamo Mamre e spostiamoci in Frigia. Giove e Mercurio in sembianze umane cercano ospitalità presso mille porte che restano tutte chiuse. Se ne apre una soltanto. È una capannuccia dal tetto di paglia e di canne. Vi vivono due vecchietti, Filemone e Bauci. Sono soli e poveri, non ci sono figli, servi o armenti, possiedono un’unica oca. Stanno insieme dalla giovinezza. Si danno entrambi da fare per rendere il più accogliente possibile la piccola dimora.

Raccolgono e cuociono verdure, staccano un po’ di carne dalla spalla di porco che conservano appesa. Nel frattempo offrono ai due sconosciuti acqua per ristorare i piedi e li trattengono con discorsi. Sulla tavola ci sono olive, corniole, salsa e latte cagliato, uova cotte nella cenere, frutta secca e fresca, vino giovane. Si beve, ma il cratere non vi svuota.

I vecchi coniugi capiscono di essere davanti a un prodigio. Si vergognano del loro povero desco e cercano vanamente d’inseguire l’oca per offrirla in pasto ai loro ospiti. A differenza che alle querce di Mamre, non avviene però alcuna uccisione, gli dèi lo vietano. Giove e Mercurio preannunciano la punizione degli empi vicini. Pure qui vi è una somiglianza: subito dopo l’annuncio della nascita di Isacco, Abramo non riuscì a evitare la distruzione di Sodoma i cui abitanti avevano violato le leggi dell’ospitalità (cf. Gen 18,16-33).

Saliti a fatica sulla cima di un monte, Filemone e Bauci assistono, commossi, all’annegamento dei loro vicini e osservano, stupefatti, la trasformazione della loro capanna in tempio. Giove chiede con voce benigna cosa desiderino. Si consultano rapidamente; domandano di diventare custodi del tempio «e poiché siamo vissuti d’accordo tanti anni, / ci porti via la stessa ora: non voglio vedere / la tomba di mia moglie e neanche essere / sepolto da lei...». È esperienza comune che, con il passare del tempo, si faccia palpabile il rischio, intrinseco alle nozze, della vedovanza.

I due desideri furono esauditi. Finché ebbero vita, gli anziani sposi furono guardiani del tempio. Quando giunse la loro ora, Bauci vide Filemone coprirsi di fronde e viceversa. Mentre si trasformavano dissero l’un l’altro le medesime parole: «Vale o coniunx». Furono mutati, rispettivamente, in una quercia e in un tiglio: «Ancor oggi i bitini mostrano / due tronchi vicini che derivano dal doppio corpo» (Ovidio, Metamorfosi, VIII, 618-724).

In Filemone e Bauci non c’è sete di futuro, in loro prevale il desiderio di suggellare, insieme, il proprio lungo passato. Quando da giovani ci si sposa, si sa di assumersi delle responsabilità e di correre dei rischi che riguardano l’avvenire e non si sa con precisione quali siano; tra essi ci sono sicuramente le gioie e le preoccupazioni connesse alla nascita di eventuali figli. Quando ci si sposa, di solito non si pensa a un’eventualità che diventa palese con il passare del tempo. Salvo situazioni eccezionali, uno dei due si congederà dalla vita terrena prima dell’altro. Tanto più stretto fu il legame, tanto più grave sarà la perdita.

Quando il matrimonio diviene «felice», vale a dire allorché ogni giorno si può confermare – qualunque cosa succeda – che ha avuto e ha senso vivere assieme, si capisce che nel diventare coniunx è insito il rischio d’assistere alla morte dell’altro. Vi è un’altissima probabilità che uno dei due (non si sa quale) sopravviva, per lungo o poco tempo, alla scomparsa del proprio coniuge. Qui è in gioco non il futuro, bensì la custodia di un passato condiviso.

La quercia e il tiglio

Essere trasformati in quercia e tiglio non è la risposta che ci si può attendere dalla Bibbia. Tuttavia, per molti versi, la pietas di Filemone e Bauci ci appare insostituibile e, ancora oggi, umanamente più autentica dell’ostinato bisogno di discendenza dell’ultracentenario Abramo. In pagine bibliche comprensibilmente consegnate a un semi-oblio, il patriarca, lungi dall’affidare la propria posteriorità all’unico figlio avuto da Sara, sposa Keturà.

La Genesi afferma che Abramo diede tutti i suoi beni a Isacco, mentre agli ultimi suoi 6 figli si limitò a fare doni per poi licenziarli e mandarli verso una regione orientale lontano da Isacco (cf. Gen 25,5-6). Attraverso la prole avuta da Agar (Ismaele), da Sara e da Keturà, Abramo divenne capostipite di vari popoli. In tal modo egli realizza, in maniera carnale e parziale, la promessa del Signore in base alla quale sarà capostipite di una progenie numerosa come le stelle del cielo (cf. Gen 15,5).

La vita di Abramo vedovo risposato sarà in pratica accantonata nei successivi sviluppi biblici e post-biblici, i quali privilegiano la discendenza del solo Isacco (estesa a Ismaele, in fin dei conti, soltanto all’interno del dialogo islamo-cristiano) o allargano l’orizzonte a figli resi tali a motivo della fede e non già della discendenza carnale (cf. Gal 3,29).

Arduo proporre una sintesi tra Mamre e la Frigia. Eppure un’indicazione in tal senso la si trova in un racconto ambientato in una capanna di uno shtetl. In quel paesetto dell’Europa orientale viveva una coppia di ebrei. Lui sarto mite, devoto e pasticcione, lei donna abile, prestante e altrettanto devota. Si amavano teneramente; tuttavia il loro matrimonio non era stato ancora coronato (probabilmente per un difetto di lui) dalla nascita di figli.

A nessuno dei due però passò mai per la mente di divorziare. Per loro, il giorno più bello era il sabato, in particolare nella stagione invernale, quando la sera che dà inizio al settimo giorno giunge presto. Godevano insieme dei cibi preparati con tanta cura da lei. Studiavano, pregavano e si riconciliavano con Dio e con la vita.

Fu così anche quella notte. Lui andò nel letto di lei e la conobbe, forse in quelle ore benedette lei avrebbe potuto restare incinta. La moglie si schernì, era ormai troppo in là con gli anni. Lui evocò Sara. Si amarono. Il marito non ebbe la forza di tornare nel proprio letto. Fu preso dal torpore, avvenne così anche a lei. Entrambi sognarono il proprio funerale; nel corso della cerimonia né l’uno né l’altra avvertirono i lamenti del coniuge. Si ridestarono, gli arti di entrambi si stavano paralizzando. Per la troppa neve il camino si era intasato, stavano soffocando. Se ne accorsero ma non erano più nelle condizioni di porvi rimedio. Vissero, lucidamente, la loro comune morte per essere poi accolti assieme in Paradiso.2

 

1 Per limitarci a due esempi volutamente non recenti, cf. F. Gentiloni, Abramo contro Ulisse, Claudiana, Torino 1984; P. Boitani, «Due erranti», in Sulle orme di Ulisse, Il Mulino, Bologna 1998. Ovviamente il punto di partenza più autorevole di questo tipo di considerazioni si trova nel pensiero di Lévinas: «Al mito di Ulisse che ritorna a Itaca vorremmo contrapporre la storia di Abramo che lascia per sempre la sua patria per una terra ancora sconosciuta» (E. Lévinas, La traccia dell’Altro, Pironti, Napoli 1979, 30).

2 I.B. Singer, «Breve venerdì», in Gimpel l’idiota, Longanesi, Milano 1979, 279-286.

Tipo Parole delle religioni
Tema Ebrei Teologia
Area
Nazioni

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