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Attualità
Attualità, 16/2019, 15/09/2019, pag. 467

Cina: Hong Kong nel cuore

Una crisi senza apparenti vie d’uscita, l’esasperazione dei giovani

Gianni Criveller

Dopo 14 fine settimana di proteste, manifestazioni pacifiche, di caos e violenza, ai quali ha risposto la polizia, occasionalmente con brutalità, la peggiore crisi sociale e politica degli ultimi decenni non si è ancora risolta.

 

Dopo 14 fine settimana di proteste, manifestazioni pacifiche, di caos e violenza, ai quali ha risposto la polizia, occasionalmente con brutalità, la peggiore crisi sociale e politica degli ultimi decenni non si è ancora risolta.

Il capo esecutivo di Hong Kong Carrie Lam lo scorso 4 settembre ha fatto un grande passo indietro (o avanti), cedendo alla prima richiesta dei manifestanti: il ritiro completo della legge di estradizione che ha innescato la crisi. La sua concessione, che all’inizio della crisi avrebbe risolto la vicenda, ora non accontenta nessuno: «Troppo poco, troppo tardi». Qualche giorno prima, in un audio non autorizzato pubblicato da Reuters, Carrie Lam manifestava la sua frustrazione e la volontà di dimettersi, se solo le fosse stato permesso. Carrie Lam viene dal mondo cattolico, e fino alla disastrosa gestione della crisi, godeva della stima dei leader cattolici e di molti fedeli.

Nel frattempo è aumentato il vandalismo dei giovani radicali che colpiscono le stazioni della metropolitana, creando un grave danno ai cittadini che dipendono da questo fondamentale trasporto pubblico. Ci si interroga su chi ci sia dietro ai giovani radicali di Hong Kong, i quali si appellano a improbabili sostenitori, tra i quali Donald Trump. Ma forse le spiegazioni più semplici sono quelle più vicine alla realtà: dietro ai giovani più esasperati c’è solo la loro disperazione e impreparazione politica. Dietro la grande maggioranza di giovani studenti e cittadini che protestano pacificamente c’è invece una coscienza sociale e civile che merita sostegno e risposte positive (cf. anche Regno-att. 7,2015,480).

Le radici della protesta

Da tre mesi la vicenda di Hong Kong occupa il cuore di milioni di persone in tutto il mondo che amano la città. Ogni giorno succede qualcosa di grave; ogni domenica una dimostrazione con centinaia di migliaia di persone. Nessuno sa come andrà a finire. La sensazione è che la situazione sia sfuggita di mano a tutti. Non c’è nessuno in grado di controllare gli eventi e gli incidenti, che aumentano di numero e d’intensità per forza propria.

Impossibile raccontare tutti i fatti, difficile proporre analisi esaustive. Gli effetti sono già drammatici: violenza come non si è mai vista; intervento di bande mafiose che picchiano impudentemente per conto terzi; infiltrati che esasperano gli animi; prevalenza dei violenti nelle situazioni critiche (che pure sono in netta minoranza nel movimento); stanchezza da parte della grande maggioranza – ragionevole e pacifica – ma inascoltata. La gente si divide con amarezza e animosità: si litiga nelle famiglie e si rompono le amicizie.

Finora, fortunatamente, nessuno è morto. I feriti però sono numerosi, alcuni gravi. Alcune frange della polizia sono violente, come mai si era visto a Hong Kong. Almeno cinque giovani si sono suicidati, apparentemente in relazione alla protesta. Aumenta il disagio psichico, in una città dove esso è già un’emergenza sociale. L’impiego di gas tossici crea un significativo danno alla salute dei cittadini coinvolti.

Ci sono tre questioni di fondo su cui occorre, per quanto brevemente, riflettere. La prima è politica. Uno degli slogan più in voga è «liberare Hong Kong è la rivoluzione del nostro tempo». La richiesta, sacrosanta, per il suffragio universale è sul tavolo da molti anni. È sempre stata respinta con arroganza, anzi togliendo libertà già consolidate. Ma proprio questa ottusità può decretare la fine dell’autonomia speciale di Hong Kong e dare spazio alle spinte indipendentiste, per quanto siano senza speranza.

Se non si concede proprio nulla, è inevitabile che la parola passi a chi non ha nulla da perdere. Più le proteste continuano, più si alza l’asticella delle richieste e l’esasperazione reciproca. Lo stallo mostra la distanza abissale tra i governi di Hong Kong e della Cina dal sentimento genuino della popolazione.

La seconda questione riguarda la situazione sociale. È fallita l’economia di mercato liberista e senza alcuna correzione sociale. A Hong Kong i ricchi diventano ancora più ricchi, oltre ogni immaginabile limite. Sono sempre di più gli affaristi che vengono dalla Cina e che a Hong Kong moltiplicano la loro fortuna. In una delle città più densamente popolate e costose al mondo, sono i più deboli e i giovani a pagare prezzi altissimi. La casa è un sogno. Negli ultimi dieci anni, i prezzi delle abitazioni sono saliti del 242%; da ben nove anni è il mercato immobiliare più costoso al mondo.

Se lo stipendio mensile medio è di poco meno di 2.200 euro per gli uomini e di 1.600 per le donne, l’affitto mensile medio per un modesto appartamento in città è di 1.900 euro. I prezzi medi delle abitazioni sono 21 volte il reddito medio annuo lordo delle famiglie. Si dice spesso, e lo scrive recentemente anche il South China Morning Post, che per un minuscolo appartamento in un grattacielo di Hong Kong devi spendere tanto quanto per comprare un castello in Francia. Lo stesso vale per gli spazi edilizi affittati a piccoli imprenditori. Gli affitti stratosferici rendono impossibili gli utili, e tutto finisce in mano alle nuove e voraci compagnie cinesi.

Sperequazione sociale

Anche il governo di Hong Kong è molto ricco: ha una riserva finanziaria in valuta straniera di 425 miliardi di dollari americani. Nessun altro governo al mondo può vantare tanta ricchezza. Eppure non ci sono investimenti per una politica sociale che elevi il miserabile salario minimo, che migliori il sistema pensionistico, scolastico e sanitario. In particolare occorre correggere la speculazione immobiliare. Osservatori fanno notare che a Singapore (una città stato comparabile a Hong Kong) il governo sostiene l’edilizia sociale in un modo più efficace.

La terza questione riguarda proprio i giovani, i grandi protagonisti della rivolta. La stragrande maggioranza di loro sa che non avrà mai una casa, che non potrà mai avere una propria azienda, e che ogni loro fatica servirà ad arricchire i ricchi. Sentono la scadenza del 2047 (quando, secondo l’opinione comune, finirà l’autonomia di Hong Kong) come già anticipata; e che irromperà nella loro vita e nella vita dei loro figli. Hanno attese, pensieri, rabbie e speranze che i governi di Hong Kong e della Cina non solo non ascoltano, ma non sanno nemmeno che esistono. Lo ripeto: ciò che colpisce di più in questa drammatica vicenda è la distanza abissale tra il sentimento dei giovani e le autorità.

La retorica, così frequente nelle narrazioni delle vicende di Hong Kong da parte dei commentatori circa la «pazienza dei leader di Pechino» verso i ragazzi indisciplinati di Hong Kong, mi sembra del tutto fuori luogo. «Per quanto tempo Pechino porterà pazienza?». Che modo irresponsabile e inadeguato di descrivere quanto avviene a Hong Kong. È pure irresponsabile evocare la possibilità di un intervento armato di Pechino, come se questo fosse un esito possibile o inevitabile. Evocare soluzioni militari è funzionale alla politica repressiva di un regime che è e rimane violento e illiberale.

La situazione è difficile, anzi drammatica. Ma non è la prima volta che Hong Kong sembra sull’orlo della fine, e poi si riprende: nel 2003 ha superato la crisi della SARS (cf. Regno-att. 10,2003,340) e della proposta di legge sulla sicurezza nazionale; nel 1967 ha superato la crisi – gravissima – dei riots della Rivoluzione culturale; nel 1945 è risorta dopo la tragica occupazione giapponese che aveva portato fame, morte e distruzione.

Il vescovo ausiliare, il francescano Joseph Ha, ha espresso vicinanza sin dall’indomani degli incidenti del 12 giugno. Ha passato tutta la notte sulle strade con i giovani, affermando che «il pastore sta dove sono le pecore». Ha avuto un’enorme diffusione l’omelia pronunciata con grande partecipazione emotiva lo scorso 13 giugno. In essa ha espresso i sentimenti di tanti giovani e di cattolici.

Nella crisi di Hong Kong le Chiese cristiane hanno un ruolo importante, di sostegno e moderazione allo stesso tempo. «Sing halleluiah to the Lord», l’inno religioso cantato sia nelle chiese protestanti sia in quelle cattoliche, è divenuto di fatto l’inno delle grandi manifestazioni. Un ecumenismo di strada molto significativo.

I vescovi e i fedeli sono impegnati a pregare, a offrire rifugio a quanti sono in pericolo, ad assistere quanti sono colpiti dagli effetti dei disordini. E noi, nonostante tutto, continuiamo a nutrire sentimenti di speranza per la meravigliosa Hong Kong.

 

Gianni Criveller*

 

* Il testo che qui pubblichiamo è una versione rivista e aggiornata dell’articolo pubblicato sul sito di Mondo e missione il 16.8.2019.

Tipo Articolo
Tema Politica Vita internazionale
Area ASIA
Nazioni

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