A
Attualità
Attualità, 16/2019, 15/09/2019, pag. 508

Chiesa e Israele. La "doppia nascita" di Roger Etchegaray

1922-2019

Piero Stefani

Nato a Espelette, villaggio dei Paesi Baschi francesi, Roger Etchegaray rimase sempre molto legato alla sua terra; un piccolo simbolo ne è il caratteristico copricapo da lui indossato in tante occasioni. Ancor più qualificante in tal senso fu però la decisione di tornarvi per concludere là la propria lunga avventura terrena. Non fu però alle falde dei Pirenei che nacque il suo amore per il popolo ebraico.

 

 

Era il Sinodo dei vescovi del 1983, il lungo pontificato di Giovanni Paolo II si trovava ancora nella sua fase iniziale. All’Assemblea dei vescovi era stato affidato un tema rilevante. Nella sua formulazione latina il titolo del Sinodo suonava così: «De reconciliatione et paenitentia in missione Ecclesiae». Gli interventi toccarono molti punti, ma fu solo l’allora arcivescovo di Marsiglia, il cardinal Roger Etchegaray, a porre al centro del suo discorso il rapporto tra la Chiesa e il popolo ebraico. Anche in questo caso, per aspirare alla riconciliazione si doveva prima chiedere perdono.

Non si era di fronte a un argomento collaterale: la perennità del popolo ebraico, affermava infatti il cardinale, per la Chiesa non rappresenta soltanto una questione di relazioni esterne da migliorare, ma un problema interno che tocca la sua stessa definizione.

Il 4 ottobre 1983, in presenza del papa, l’arcivescovo di Marsiglia iniziò il suo intervento con queste parole: «Nel corso di questo Sinodo, il mio pensiero si volge in modo particolare verso il popolo ebraico; infatti proprio questo fra tutti i popoli deve essere il primo beneficiario della doppia missione di riconciliazione e penitenza della Chiesa nel suo cammino propriamente religioso, per il legame originario che unisce ebraismo e cristianesimo». Proseguì affermando: «Dopo aver definito fin dove dovrebbe spingersi la nostra missione di riconciliazione con il popolo ebraico, dobbiamo prendere altrettanto sul serio la nostra missione di penitenza e di pentimento per il nostro secolare atteggiamento nei suoi riguardi».

Il grande giubileo del 2000 (del cui Comitato centrale Etchegaray sarebbe stato presidente) era ancora lontano, tuttavia alcuni temi portanti di quell’evento trovarono qui la loro anticipazione. Certo, come suggerito dallo stesso Etchegaray (cf. Regno-att. 10,2011,345), fin dall’inizio del suo pontificato era molto chiaro nel pensiero di papa Wojtyla che il rapporto con il popolo ebraico si poneva su un piano diverso dalle relazioni che si intrattenevano con le altre religioni.

Giovanni Paolo II a Magonza nel 1980, davanti a uno scelto gruppo di ebrei, aveva dichiarato: «Le nostre due comunità religiose sono legate al livello stesso della loro identità». Tuttavia, nell’ottobre del 1983 mancavano ancora due anni e mezzo alla storica visita del papa alla sinagoga di Roma. In quella occasione Giovanni Paolo II avrebbe detto queste parole: «La religione ebraica non ci è “estrinseca”, ma in un certo senso è “intrinseca” alla nostra religione. Abbiamo quindi verso di essa dei rapporti che non abbiamo con nessun’altra religione».

Senza dubbio, commentò anni dopo Etchegaray (cf. Regno-att. 10,2011,345), con quella visita il papa volle comunicare, assieme a molti altri messaggi, anche l’esistenza di questo legame speciale. Fu davvero un evento storico. Il chilometro percorso da Giovanni Paolo II quel giorno è stato il più lungo di tutti i suoi viaggi, perché ha attraversato 2000 anni di storia.

La tonaca cucita dal sarto ebreo

Nato a Espelette, villaggio dei Paesi Baschi francesi, Roger Etchegaray rimase sempre molto legato alla sua terra; un piccolo simbolo ne è il caratteristico copricapo da lui indossato in tante occasioni. Ancor più qualificante in tal senso fu però la decisione di tornarvi per concludere là la propria lunga avventura terrena. Non fu però alle falde dei Pirenei che nacque il suo amore per il popolo ebraico.

Da bambino, ha avuto occasione di scrivere,1 non v’incontrò neanche il leggendario «ebreo errante». Etchegaray ricorda che, quando andavano dal sarto a Bayonne, sua madre gli sussurrava all’orecchio che era un ebreo. Allora si sorprendeva nel constatare che era un uomo come tutti gli altri. Più tardi, in seminario, rammenta che nei confronti dei «giudei» non era presente alcun «insegnamento del disprezzo», dominava l’insignificanza: era come se gli ebrei non esistessero. Sta di fatto, però, che la sua prima tonaca fu cucita proprio da quel sarto ebreo. A tanti anni di distanza, gli apparve quasi un segno premonitore.

In età matura Etchegaray dichiarò di avere due terre natali: oltre che nei Paesi Baschi, nacque anche a Gerusalemme all’ombra di Sion. Come dice il Salmo 87, tutti là siamo nati. Senza la fede di Abramo e dei suoi discendenti non ci sarebbe neppure quella cristiana.

Non per nulla la dichiarazione conciliare Nostra aetate, al n. 4, inizia ricordando il vincolo con cui il popolo del Nuovo Testamento è spiritualmente legato alla stirpe di Abramo. Ma in fondo, suggeriva il cardinale, lo aveva già detto san Paolo. Nella Lettera ai Romani, egli ammonisce i credenti di origine pagana di non menar vanto e di ricordarsi che «non sei tu che porti la radice, ma è la radice che porta te» (Rm 11,18). «È dunque l’ebreo che mi porta», aggiungeva.

In seguito, Etchegaray ebbe occasione di incontrare molti ebrei, specie in qualità di arcivescovo di Marsiglia dove gli ebrei erano varie migliaia: la città contava 21 sinagoghe. Il cardinale ebbe occasione, nel 1972, d’accogliere nella casa arcivescovile la seconda riunione del Comitato internazionale di collegamento fra la Chiesa cattolica e le organizzazioni mondiali ebraiche.

Vi erano grandi nomi del rabbinato americano come Henry Siegman e Marc Tannenbaum, e il professor Tzvi Werblowsky dell’Università ebraica di Gerusalemme. Questi contatti gli fecero toccare con mano l’importanza, ma anche le difficoltà, del dialogo. Conosciamo, diceva, troppo poco il mondo ebraico e restiamo spesso spiazzati dalla varietà degli orientamenti in esso presenti.

C’erano ebrei ortodossi che osservavano con rigore tutti i precetti e ce n’erano altri di orientamento più liberal e dall’osservanza più elastica; ma tutti, senza problemi, si riconoscevano reciprocamente ebrei. Soprattutto l’arcivescovo andava scoprendo un aspetto, almeno sulle prime, non semplice da comprendere, vale a dire l’impossibilità d’evitare alcune connessioni politiche soggiacenti a temi religiosi come quello riguardante il legame, vitale per la fede ebraica, fra un popolo e la sua terra, la Terra della promessa.

Chiesa e sinagoga

Quando papa Giovanni Paolo II lo chiamò in curia, come presidente dell’organismo denominato dal 1988 Pontificio Consiglio Justitia et Pax, ebbe molti incontri e contatti. Nel 1985 fu invitato dall’Università Ben Gurion di Be’er Sheva per ricevervi un premio. Orbene, un cardinale di Roma non era mai andato ancora – tranne che a titolo personale – in Israele, uno stato che, allora, non intratteneva rapporti diplomatici con il Vaticano.

Quando lo informò dell’invito, il cardinal Casaroli, segretario di Stato, era dubbioso. Gli disse: «Vada dal papa», il quale non esitò un istante a dargli il permesso. L’anno dopo Giovanni Paolo II avrebbe compiuto la sua storica visita alla sinagoga di Roma. Sotto il suo pontificato sarebbe anche avvenuto il riconoscimento reciproco tra Israele e Santa Sede (1993). A metà degli anni Ottanta, il papa guardava già in quella direzione.

Il viaggio del 1985 permise al cardinale di andare, a nome del papa, a Yad Vashem, il memoriale dedicato alle vittime della Shoah. Quindici anni dopo vi sarebbe giunto di persona Giovanni Paolo II. Pensando a questo luogo, scrisse Etchegaray, si giunge alla svolta cruciale che pone un problema ancor più vero di quello delle radici. Ciò che colpisce è vedere la persistenza del popolo ebraico, malgrado tutti i pogrom, guardare alla sua sopravvivenza dopo i forni crematori: «Non c’è qui forse la testimonianza inoppugnabile di una vocazione permanente, di un significato attuale per il mondo, ma soprattutto all’interno stesso della Chiesa?».

La grande, inevitabile domanda posta alla Chiesa è quella della vocazione permanente del popolo ebraico, del suo significato per gli stessi cristiani. Sulla scorta di Karl Barth, Etchegaray affermava: «La questione decisiva non è “Che cosa può essere la sinagoga senza Gesù Cristo?”, bensì “Che cos’è la Chiesa finché ha innanzi a sé un Israele che le è estraneo?”». Fino a quando l’ebraismo rimarrà esterno alla nostra salvezza, rimarcava, saremo alla mercé di riflessi antisemiti.

Verso la fine della sua vita, Etchegaray continuò ad affermare che la misteriosa differenza e l’incredibile parentela fra ebrei e cristiani devono portarci insieme sulla medesima via del pentimento, della teshuvah, che è alla base dell’insegnamento biblico. Abbiamo attraversato la storia, sosteneva, nell’opposizione chiesa/sinagoga, provocata dall’indurimento degli uni e degli altri, in quanto ciascuno è legato all’indurimento degli altri.

Su questa via della penitenza, Giovanni Paolo II resterà, aggiungeva, il nostro instancabile capocordata. Papa Wojtyla ha parlato molto spesso del perdono richiesto al popolo ebraico ferito a morte dalla Shoah.

Ma a Gerusalemme, dopo la visita a Yad Vashem, accompagnò la parola con il gesto più inatteso per un papa, ma più familiare a ogni ebreo pellegrino, quando, appoggiandosi al suo bastone da anziano, infilò in una fessura del Muro occidentale (popolarmente conosciuto come Muro del pianto) queste parole: «Dio dei nostri padri, tu hai scelto Abramo e i suoi discendenti per portare il tuo nome alle genti. Siamo profondamente rattristati del comportamento di coloro che, nel corso della storia, hanno fatto soffrire i tuoi figli, e ti chiediamo perdono. Desideriamo impegnarci in una fraternità autentica con il popolo dell’alleanza» (cf. Regno-doc. 7,2000,223ss; Regno-att. 6,2000, 145ss).

 

1 R. Etchegaray, «Prefazione» a N. Ben Horin, Nuovi orizzonti tra ebrei e cristiani, Edizioni Messaggero, Padova 2011, 5-9. Quasi tutti i riferimenti successivi, comprese le citazioni, derivano da questo testo.

Tipo Parole delle religioni
Tema Ebrei Teologia
Area EUROPA
Nazioni

Leggi anche

Attualità, 2020-6

Ebraismo - Donne: rabbine

Non fanno crollare il mondo, lo rendono più bello

Piero Stefani

La domanda odierna di rabbinato femminile fa riferimento all’idea, relativamente nuova nella storia del pensiero umano, che ognuno debba mettere al centro la propria autorealizzazione e la propria autonomia. Il femminismo, a detta del rabbino, nasce dall’idea che ogni persona abbia diritto all’autorealizzazione, la cosa peggiore che possa capitarle è non vivere al massimo delle sue potenzialità.

 

Attualità, 2020-6

Maestri e discepoli

Il coraggio di versare vino nuovo

Piero Stefani
Paolo: «Secondo te è il maestro ad andare alla ricerca dei discepoli o sono i discepoli che vanno a cercare i propri maestri?». Maria: «Sono una donna di scuola e se guardo alla mia esperienza so di avere un bel da fare con genitori che vogliono mettere i figli in quella sezione perché c’è quella determinata insegnante (uso il femminile anche per ragioni...
Attualità, 2020-4

Maria Vingiani (1921-2020) - Lasciarsi convertire

All’ecumenismo, al dialogo, al Concilio, all’Europa

Piero Stefani

La lunga vita terrena di Maria Vingiani, nata nel 1921, si è conclusa il 17 gennaio 2020, giornata dedicata all’approfondimento e allo sviluppo del dialogo ebraico-cristiano e vigilia della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. Quasi tutti i ricordi apparsi sulla stampa o giunti in forma di partecipazione scritta hanno rimarcato questo particolare.