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Attualità
Attualità, 4/2017, 15/02/2017, pag. 122

La statua della libertà

Il diritto alla fraternità

Piero Stefani

Un dialogo immaginario tra lo scultore francese Frédéric Auguste Bartholdi e la sua opera, la Statua della Libertà, il Colosso di New York che tiene in mano la fiaccola della libertà chiamata a illuminare il mondo intero.

Bartholdi: «Ciao, sono io, Frédéric Auguste Bartholdi, sono proprio contento di essere tornato a New York per rivederti ancora una volta. Come stai?»

Statua: «O caro padre, sto abbastanza bene: sono qui da 131 anni e tutto sommato non mi lamento. Ne ho viste tante in questi anni; ma devo dire che molti, molti di più sono quelli che hanno visto me».

B: «Te lo confesso, sono fiero di averti fatto. Sì, sei lì da così lungo tempo a rappresentare la luce della libertà che io, garibaldino, repubblicano e massone ho tanto amato. Mi sono sempre battuto per la libertà vera, quella che dissipa le tenebre dell’oscurantismo. Sono così orgoglioso di essere stato scelto dalla Francia per edificarti in ricordo dell’Indipendenza americana. Non a caso, oltre alla fiaccola, hai anche un libro, con una data: 4 luglio 1776».

S: «Lo confermo, la mia torcia è sempre accesa. Liberty Enlightening the World. La liberté éclairant le monde».

B: «Sì, via tutti gli oscurantismi, viva la libertà che illumina il mondo! Ricordi le memorabili parole pronunciate nella Dichiarazione d’indipendenza? Il libro che porti in mano ha solo la data, ma è come se ci fosse incisa anche questa frase: “Noi riteniamo che le seguenti verità siano di per sé stesse evidenti; che tutti gli uomini sono stati creati uguali, che essi sono dotati dal loro Creatore di alcuni diritti inalienabili, che fra questi sono la vita, la libertà e la ricerca della felicità”».

S: «Sì, tutti nascono uguali e hanno il diritto alla vita, alla libertà e alla ricerca della felicità; o quanto meno dovrebbero avere il diritto alla ricerca di una vita sicura, se non proprio gioiosa».

B: «Avverto un accento triste nella tua voce; che ti succede figlia mia? Per te è passato da un pezzo il tempo delle malinconie giovanili e non devi lasciarti vincere dal peso degli anni; hai ancora tanta luce da spandere, tanta luce attorno a te».

S: «Hai ragione, ho ancora molti compiti da assolvere, specie oggi da quando il nuovo presidente cerca di sbarrare le porte a tante persone che vengono qui per esercitare il loro diritto alla ricerca di una vita sicura, se non proprio gioiosa. In questi giorni, caro padre, te lo dico apertamente, tengo più a quanto sta scritto sotto i miei piedi che alla fiaccola che innalzo con la mia destra».

B: «Che cosa c’è ai tuoi piedi? Non ne so niente, non l’ho fatto io. Chi l’ha aggiunto? Guardandoti da lontano non vedo proprio nulla».

S: «Lo so; se si tenesse conto soltanto delle dimensioni sarebbe una piccola cosa. È lì solo dal 1903, dunque un bel po’ dopo l’inaugurazione. È il testo di una poesia scritta vent’anni prima di quella data. La si deve a una giovane poetessa americana. Si chiamava Emma Lazarus, discendeva da una ricca famiglia ebrea portoghese. Morì nel 1887, quattro anni dopo averla scritta, quando aveva appena 38 anni».

B: «Me ne dispiace; solo i pessimisti amano dire che muor giovane chi agli dèi è caro. E, come sai, io sono invece ottimista e ho fiducia nell’umanità. Ma cosa ha fatto di così importante questa Lazarus?».

S: «Te l’ho detto, mi ha dedicato una poesia».

B: «Figlia mia, non ti pare strano che una poesia in tuo onore scritta da una poetessa nota in pratica solo grazie a te, ti sia più cara della fiaccola della libertà chiamata a illuminare il mondo intero?».

S: «No, non mi pare strano! Anche se scritta in un linguaggio ottocentesco, la poesia parla di me, il nuovo Colosso, in termini molto attuali».

B: «Colosso di New York, non di Rodi; beh! Un bel riconoscimento. Sono soddisfatto. Anche noi moderni siamo capaci di “grandi opere”».

S: «Aspetta di conoscere il testo. Emma scrisse i suoi versi avendo nel cuore un quartiere degradato della città dove alloggiavano ebrei poverissimi fuggiti dai pogrom della Russia zarista. Mutatis mutandis, nella poesia c’è tanto che riguarda anche il nostro oggi. Lascio la parola a Emma.

“Non come il gigante di bronzo di greca fama, / che a cavalcioni da sponda a sponda stende i suoi arti conquistatori: / qui, dove si infrangono le onde del nostro mare / si ergerà una donna potente con la torcia in mano, / la cui fiamma è un fulmine imprigionato, / e avrà come nome Madre degli esuli. / Il faro nella sua mano darà il benvenuto al mondo, / i suoi occhi miti scruteranno quel mare che giace fra due città.

Antiche terre, – ella dirà con labbra mute – / a voi la gran pompa! A me date i vostri stanchi, i vostri poveri, / le vostre masse infreddolite desiderose di respirare libere, / i rifiuti miserabili delle vostre spiagge affollate.

Mandatemi loro, i senzatetto, gli scossi dalle tempeste, / e io solleverò la mia fiaccola accanto alla porta dorata”».

B: «Lo ammetto: resto impressionato, specie dalle ultime parole. In molte parti del mondo, con le varianti del caso, esse sono davvero di stretta attualità. Un dato sconfortante per chi, come me, ha sinceramente creduto nella luce del progresso umano».

S: «Adesso capisci perché ti dicevo che ci tengo molto a quanto è scritto ai miei piedi? Trovo che la luce da tener accesa oggi sia più quella che sta in basso che quella posta in alto».

B: «Mi hai detto che Emma Lazarus era ebrea».

S: «Te lo confermo».

B: «Sai, in Francia ho avuto vari amici ebrei, alcuni erano miei fratelli massoni. Uno di loro mi lesse una preghiera che parlava dell’amore per gli sventurati e gli stranieri, era toccante, ma purtroppo la ricordo solo vagamente».

S: «Forse ti posso essere d’aiuto; ero ancora molto giovane quando un ebreo italiano depose ai miei piedi una preghiera. La conservo da allora; so che l’originale era francese. Purtroppo devo aggiungere che una volta, quando il mare era molto grosso, un’onda mi cancellò la parte finale della preghiera; se non ricordo male in essa si parla della benevolenza da riservare persino ai nemici. Ti leggo comunque la parte che ho conservato.

“Dio di bontà! Fa’ che in ogni giorno, in ogni ora e in ogni istante io abbia presente che la carità è la legge israelitica per eccellenza, stampandomi bene addentro del cuore i sublimi e toccanti precetti coi quali tu ci comandi l’amore per gl’infelici: quell’amore che abbraccia gli uomini tutti senza differenza di credenza o di opinione. Fa’ che io non dimentichi giammai che, secondo la tua divina morale, lo straniero è eguale all’Israelita in faccia al Signore (Numeri 15,15), né mi scordi che la nostra religione non ha fatto della salute eterna un privilegio esclusivo di quelli che la professano; poiché essa riguarda serbati alla suprema beatitudine tutti quelli che credono in Dio ed esercitano la virtù, a qualunque confessione essi appartengano, siccome c’insegnano i nostri savi: ‘I giusti di tutte le nazioni hanno parte all’eterna salute’, poiché ‘tutti gli uomini sono fratelli nell’Eterno, tutti abbiamo un solo padre, un solo Dio ci ha creati’ (Malachia 2,10)”».1

B: «Sì è proprio quella. Ora mi tornano alla mente le battute finali: “Vieni dunque in mio soccorso, o mio Dio, aiutami, perché io giunga a riconciliarmi con tutti gli uomini, ad amarli di fraterno amore”. Le ricordo perché, se da un lato avverto lontano il tono della supplica, dall’altro condivido appieno l’istanza espressa dal riferimento all’amore fraterno. Non solo liberté ed egalité, ma anche e forse soprattutto fraternité».

S: «Visto che siamo da questa parte dell’Atlantico, perché non evocare anche Philadelphia? William Penn, quando la fondò nel 1682, scelse un nome che significa proprio “amore fraterno”. E non fu forse lì che si elaborò la Dichiarazione di indipendenza?».

B: «Sì, “essi sono dotati dal loro Creatore di alcuni diritti inalienabili, che fra questi sono la vita, la libertà e la ricerca della felicità”».

Voce fuori campo: «Altri tempi, altri tempi!».

 

 

1 Da Preghiere d’un cuore israelita. Raccolta di preghiere e di meditazioni per tutte le circostanze della vita, approvata dal gran rabbino del Concistoro centrale di Francia, Parigi 1848; trad. dal francese di Marco Tedeschi, rabbino maggiore, Tipografia del Lloyd austriaco, Trieste 1864.

Tipo Parole delle religioni
Tema Cultura e società
Area
Nazioni

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