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Attualità
Attualità, 4/2017, 15/02/2017, pag. 67

Italia - Perché ha perso il «sì»: effetto polarizzazione

Analisi dei flussi del voto referendario del 4 dicembre

Paolo Segatti

A tre mesi di distanza dal 4 dicembre, del referendum si parla ormai poco. Quando se ne parla, lo si fa sulla base di interpretazioni generali, secondo le quali la vittoria del «no» sarebbe un’altra manifestazione del fenomeno populista. L’obiettivo di questo articolo è illustrare la natura dinamica del voto referendario, ricostruendo anzitutto il maturare delle scelte per il «sì» e per il «no» dal giugno al dicembre 2016, e poi mettendo a fuoco, con un esercizio d’analisi retrospettiva, i vincoli politici di medio termine che presumibilmente hanno finito per condizionare l’esito del referendum sulla riforma costituzionale. La tesi è che la vittoria del «no» era molto probabile, ma forse non nelle proporzioni che ha avuto.

 

A tre mesi di distanza dal 4 dicembre, del referendum si parla ormai poco. Quando se ne parla, lo si fa sulla base di interpretazioni generali, secondo le quali la vittoria del «no» sarebbe un’altra manifestazione del fenomeno populista.

«The world has become obsessed with elites» titola un articolo dell’Economist del 17 dicembre 2017 che collega l’esito del referendum costituzionale alla Brexit e alla vittoria di Trump. All’origine della ossessione populista ci sarebbe la combinazione di sfiducia radicale verso la politica tradizionale e un altrettanto profondo scontento per la sua incapacità a far fronte alle conseguenze sociali della crisi e della globalizzazione.

Alle vecchie linee di divisione si sarebbe aggiunta una nuova faglia sociale e culturale che oppone chi può permettersi di pensare a un futuro migliore per sé e per i propri figli a chi non riesce a immaginare nemmeno di avere un futuro. È una tesi che certamente coglie alcuni profondi mutamenti della società e della politica in atto da tempo. Tuttavia è anche una tesi inutile se il problema è capire non i processi lenti d’allineamento politico ma le specificità di un evento come l’esito del referendum sulla riforma costituzionale.

Per esempio, alcuni studi sul voto referendario hanno mostrato che il «no» è prevalso nelle aree periferiche delle grandi città. Ma questo era già accaduto in occasione delle scorse amministrative o alle europee. Altri osservatori hanno sottolineato come il «no» sia largamente maggioritario tra i giovani e giovanissimi, come anche tra le categorie svantaggiate.

A dire il vero, all’indomani delle elezioni del 2013, e anche in quelle precedenti, molti studi avevano rilevato che in queste fasce sociali il consenso andava alle forze politiche di destra, di centro-destra e populiste, le stesse che poi si sono trovate a sostenere le ragioni del «no». Insomma non è a queste determinanti del voto che dobbiamo guardare. Esse non riescono a spiegare perché il «no» ha vinto (cf. Regno-att. 20,2016,577).

Era inevitabile che il «no» vincesse? E se lo era, era inevitabile che vincesse con un divario di quasi 20 punti? Per trovare risposte a queste domande dobbiamo guardare alla politica e alle scelte degli attori. Che ovviamente non erano prive di vincoli, ma non erano nemmeno sovradeterminate da fratture tra blocchi sociali contrapposti.

L’obiettivo di questo articolo è illustrare la natura dinamica del voto referendario, ricostruendo anzitutto il maturare delle scelte per il «sì» e per il «no» dal giugno al dicembre 2016, e poi mettendo a fuoco, con un esercizio d’analisi retrospettiva, i vincoli politici di medio termine che presumibilmente hanno finito per condizionare l’esito del referendum sulla riforma costituzionale. La tesi è che la vittoria del «no» era molto probabile, ma forse non nelle proporzioni che ha avuto.

 

Una forte indecisione non equidistribuita

I dati che qui presento vengono da una serie di indagini basate su interviste on-line, ripetute dal 2013 in poi alle stesse persone. In questo modo è possibile analizzare come sono evoluti nel breve periodo gli orientamenti a favore del «no» e del «sì», e poi esaminarne la relazione con gli atteggiamenti verso il Partito democratico (PD) e il suo leader che gli stessi intervistati hanno espresso non solo nel dicembre scorso ma anche all’indomani delle elezioni parlamentari del 2013 e di quelle per il Parlamento Europeo nel 2014.

La tabella 1 mostra la distribuzione delle intenzioni di voto al referendum rilevate nel giugno e nell’ottobre 2016 e poi quella del ricordo di voto al referendum raccolto pochi giorni dopo. Come si vede, a giugno e a ottobre una parte significativa di elettori si dichiarava incerta tra il «sì» e il «no». Se ipotizziamo che gli indecisi risolvessero la loro incertezza dividendosi tra loro in parti eguali a favore del «sì» e del «no», allora nel giugno del 2016 il divario tra «sì» e «no» non sarebbe stato di 20 punti circa ma di 4.

Impossibile dire se questa fosse una stima attendibile del risultato finale. Di certo sappiamo che non è andata così. Infatti gli indecisi di giugno e dicembre non si sono divisi a metà tra le due opzioni. Come vedremo, hanno preferito orientarsi soprattutto verso il «no». Prima però è utile osservare che il cambiamento di opinioni sul referendum ha coinvolto una quota enorme di italiani. Il che testimonia, se non altro, una situazione dinamica, non rigidamente predeterminata da opinioni immodificabili.

Tra giugno e ottobre ben il 37% degli intervistati ha cambiato idea, transitando tra l’area dell’indecisione e le due opzioni oppure dall’una all’altra. Tra ottobre e dicembre, non considerando coloro che si sono orientati verso l’astensione, la quota di elettori mobili è ulteriormente cresciuta di qualche punto percentuale, raggiungendo il 40%. Come si è risolta alla fine questa enorme mobilità?

La tabella 2 mostra la composizione del fronte del «sì» e del «no» a seconda dell’evoluzione delle preferenze tra giugno e dicembre del 2016.

Tra gli elettori che sono rimasti stabili nelle loro opinioni in tema di riforma costituzionale il «sì» è in netta minoranza (25% contro 35%). È anche in minoranza nel segmento di elettori che a giugno e a ottobre hanno detto almeno una volta che avrebbero votato per il «no» finendo però per votare «sì» (10%) a fronte di coloro che hanno seguito il percorso opposto (quasi il 19%).

I passaggi dall’area dell’indecisione al «sì» o al «no», invece, grosso modo si equivalgono. Quindi questo segmento non ha certamente contribuito a squilibrare il risultato finale. Il divario è dipeso da due fattori. Anzitutto, gli elettori orientati a votare «no» erano più numerosi fin dall’inizio e anche più stabili nelle loro opinioni. Inoltre il «no» è riuscito a guadagnare negli ultimi mesi marginalmente più consensi dal fronte del «sì». Il saldo attivo a suo favore ammonta a circa 9 punti.

 

Propensione e preclusione a votare un partito

Se queste sono state le dinamiche che hanno portato ai risultati che conosciamo, è dunque inevitabile che i divario fosse di 20 punti? È difficile pensare che fosse possibile far cambiare opinione a quelli che erano rimasti stabili. I dati qui esaminati mostrano quello che ogni studio sulle campagne elettorali mostra. Gli stabili sono più interessati alla politica, parlano un po’ più di politica. Paiono sapere di più dei temi della riforma. Per di più gli elettori con opinioni stabilmente a favore per il «sì» paiono anche essere inseriti in contesti familiari dove a stragrande maggioranza prevaleva il «sì», all’opposto di quanto accadeva per gli stabili del «no».

Il che fa pensare che il tema del referendum abbia diviso anche socialmente lo strato dell’elettorato italiano che segue più da vicino la politica. È dunque ai mobili che occorre guardare, chiedendosi in particolare perché tanti elettori sono passati dal «sì» al «no».

Gli studi sulle campagne elettorali suggeriscono che gli effetti maggiori sono quelli d’attivazione e rinforzo delle predisposizioni politiche latenti. Quali sono ed erano in passato gli orientamenti politici dei mobili, ma anche degli altri tipi di elettori individuati sulla base della dinamica delle loro opinioni tra giugno e dicembre 2016?

Per identificare gli orientamenti politici, di solito si guarda alla propensione a votare per un certo partito. Ma altrettanto importante è la preclusione a votarlo. La convinzione cioè che mai si voterebbe per quel partito. Preclusioni e disponibilità al voto per un partito possiamo intenderli come due aspetti di uno stesso fenomeno, e cioè il livello di competitività di quel partito rispetto ad altri partiti.

Sia le disponibilità che le preclusioni possono essere valutate chiedendo all’intervistato con quale probabilità è propenso a votare un certo partito in un futuro prossimo. È stato osservato più volte che coloro che indicano valori inferiori a 0,3 su una scala da 0 a 1 tendono a non votare mai per quel partito.

In questa sede, ci concentriamo sugli atteggiamenti di preclusione al voto per il PD. Lo facciamo per ragioni di spazio, e poi perché nel contesto politico italiano il PD è rimasto di fatto la forza che più di altre è in grado d’influenzare in positivo e in negativo la competitività dell’intero mercato elettorale.

Abbiamo dunque esaminato il livello di preclusione al voto per il PD all’interno dei 6 tipi di elettori (stabili e in movimento) indicati nella tabella 2 non solo nel dicembre 2016, dopo il referendum, ma anche all’indomani delle elezioni del 2013 (segretario Bersani) e dopo le elezioni europee del 2014. In questo modo è forse possibile valutare quali sono stati i vincoli politici che hanno impedito un risultato referendario anche solo parzialmente diverso da quello che è stato.

La figura 1 mostra che la stragrande maggioranza di coloro che sono rimasti stabilmente a favore del «no» non erano disposti a votare il PD quando furono intervistati all’indomani delle elezioni del 2013. Continuarono a non esserlo quando furono intervistati dopo le elezioni europee. Una tendenza simile, anche se meno marcata, è presente anche tra coloro che hanno votato per il «no», a prescindere dal percorso seguito per arrivarci.

 

Non solo un «no» a Renzi

Viceversa tra coloro che hanno votato «sì», le preclusioni a votare questo partito sono meno nette. Ne possiamo dedurre che le condizioni politiche perché il «sì» potesse vincere erano veramente precarie. Curioso come la leadership del PD le abbia sistematicamente sottovalutate, mettendosi anche in rotta di collisione con l’unica forza che sembrava disponibile a sostenerle (cioè Forza Italia).

Ma c’è di più. Nel passaggio tra il 2013 al 2016 il livello di preclusione verso il PD sale in quasi tutti i gruppi di elettori. Per esempio, tra gli intervistati che tra giugno e dicembre 2016 hanno sempre detto che avrebbero votato «no» al referendum, nel 2013 il 63% di loro si era dichiarato indisponibile a votare il PD (traducendo in percentuali le proporzioni).

Re-intervistati nel 2016, gli indisponibili erano saliti a oltre l’84%. La preclusione a votare PD sale rispetto al 2013 e al 2014 anche tra coloro che sono transitati dal «sì» al «no». Qualcosa dunque non ha funzionato nella battaglia per convincere gli italiani a votare «sì», se anche diversi di coloro che si sono espressi per il «sì» alla fine hanno votato per il no. Va detto però che la preclusione cresce rispetto al 2014 anche tra chi ha seguito il percorso dal «no» al «sì». Scende nel 2016 solo tra chi è rimasto stabile nel sostegno al «sì» alla riforma costituzionale.

Occorre però tener conto anche di un vincolo importante che non è del tutto nelle mani degli attori politici. Governare logora. Infatti, come di frequente accade nei cicli elettorali, il livello di popolarità di Renzi e del suo governo è crollato nel 2016 rispetto a quello del 2014 in quasi tutti i tipi di elettori la cui marcia di avvicinamento al voto referendario abbiamo riscostruito. L’eccezione è rappresentata dagli elettori che si sono sempre espressi a favore del «sì».

Tre sono i punti che questa analisi suggerisce. Anzitutto, nei mesi immediatamente precedenti il referendum, le opinioni degli elettori erano molto fluide. Alla fine esse si sono allineate con le predisposizioni politiche presenti nell’elettorato: hanno seguito le indicazioni del partito di appartenenza. Un esito per certi versi scontato, anche concedendo che i blocchi politici siano oggi più permeabili di quanto lo fossero ieri. Ma non era scontato che l’esito si realizzasse nelle proporzioni conosciute vista la fluidità delle opinioni.

Tuttavia la crescita delle preclusioni a votare per il PD, anche rispetto al 2014, segnala che le iniziative messe in campo per sostenere le ragioni del «sì» hanno polarizzato e  politicizzato l’opinione pubblica. Lo suggerisce anche l’alta partecipazione nelle aree dove prevale il centro-destra. Ma è evidente che la polarizzazione non aiuta mai l’espressione di giudizi sui contenuti di una policy indipendente dagli orientamenti politici.

In secondo luogo, non esistono evidenze che l’indisponibilità a votare il PD tra i contrari alla riforma costituzionale sia oggi o fosse ieri più diffusa in seno agli elettori di sinistra. Gli intervistati contrari alla riforma quando furono interpellati nel 2013 si collocavano più verso il centro-destra di quanto non si collocassero gli intervistati stabilmente favorevoli alla riforma. E lì sono rimasti in questi anni.

Lo stesso si può dire per coloro che tra giugno a dicembre sono passati dal «sì» al «no». La tesi che una fetta cospicua dell’elettorato di sinistra abbia abbandonato il PD per effetto delle politiche del governo Renzi, tra cui la riforma referendaria, pare inconsistente sul piano empirico.

Infine, non va sottovalutato il fatto che dal 2014 e per certi versi anche dal 2013 il mercato elettorale del PD sembra essersi ristretto, come l’aumento delle preclusioni sembra indicare. Trasformare quel 40% di «sì» in voti per il PD potrebbe essere un traguardo irraggiungibile.

 

Paolo Segatti

Tipo Articolo
Tema Politica
Area EUROPA
Nazioni

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