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Attualità
Attualità, 4/2017, 15/02/2017, pag. 73

Italia - Giornata per la vita: chiamati a essere madri

Una Chiesa dove tutti sono responsabili verso tutti

Mariapia Veladiano

La maternità biologica c'è eccome, ma esiste anche una maternità infinitamente allargata, allargata a tutti coloro che entrano in contatto con il bambino e anche a coloro che costruiscono il mondo in cui il bambino cresce e vive. Questa nuova maternità che tocca tutti è la maternità come cura. E la Chiesa è madre? Ecco che la Chiesa madre che cura è una Chiesa che non si pone nemmeno il problema del chi curare. Del chi è dentro e chi è fuori. È universale come universale è la cura. Ci si deve educare a essere madri.

Ogni madre nasce dal proprio figlio. È lui, con la sua presenza, a renderla madre. Biologicamente è un farsi sentire quando ancora il figlio è lontano. Un sentirsi abitata. Una presenza piccola che diventa più presente a piccoli passi, un quasi movimento prima, come un solletico lontano e non si sa bene quale parte del corpo abiti.

Dentro comunque, dentro di noi. Presenza che c’è anche se non la si sente tutti i minuti. Non ha ancora un peso e già c’è. E ci si chiede dove, come sta, se cresce, se va bene. Misto di paura e piacere e speranza.

Poi la presenza è più chiara, il movimento diventa quasi immaginabile. Si sente la capriola quando ci si distende sul letto oppure nell’acqua di una piscina. Il bambino, la bambina si sgranchisce, punta i piedini e si possono sentire, ormai sentire con chiarezza, senza dover immaginare, le manine che giocano, le dita che imparano i movimenti, attutiti dal morbido del liquido in cui si muovono e anche dal morbido dei tessuti del nostro corpo e a volte invece il bambino o la bambina dorme, sentiamo che il suono del cuore nostro culla il piccolo battere del cuore del bambino.

Si diventa madre così, perché un bambino ci fa diventare madre. E quando questo bambino s’annuncia s’impara subito qualcosa che non ci lascerà mai.

Intanto che il bambino che ci fa essere madre cresce di vita propria. È vero che io posso accompagnare, per quanto posso, il suo crescere; diciamo che al minimo posso non danneggiarlo, al massimo posso dargli tutti gli elementi di tranquillità, le sostanze di cui ha bisogno, la salute mia, ma non posso cambiare quel che sta diventando. Non posso covare più intensamente e farlo diventare diverso da quello che è.

È autonomo dal concepimento, altro da me, cresce quel che lui, lei è. Sono resa madre da un figlio, una figlia su cui non ho alcun potere. Ho un solo potere – chiamiamolo così – che è però il potere di morte. Posso sopprimere, danneggiare, annientare questo figlio e insieme mi anniento come madre di quel figlio anche se il corpo, nel corpo e nell’emozione, nello spirito, nel ricordo, nel mio successivo viaggiare per il mondo resterà per sempre una traccia di questo essere stata madre.

Ma si diventa madre di un figlio che è altro, libero di diventare quel che è pur dentro il mio corpo.

 

Cura è la maternità per tutti

Poi questo bambino, questa bambina nasce. Qui la maternità assume caratteri nuovi. Intanto si materializza l’autonomia del figlio. Prima non avrebbe potuto continuare a vivere senza di noi. La nostra vita lo teneva in vita. Adesso può vivere senza di noi. Non può vivere senza «nessuno» o senza cura. Ma senza la propria madre sì.

Ci sono bambini la cui madre è morta di parto. Quanti. Eppure vivi e capaci di crescere e di essere, lavorare, generare. Ma la nascita segna un passaggio irreversibile. C’è una autonomia nuova di questa nuova vita. Già prima, si diceva, c’è questa consapevolezza di autonomia. Adesso di più. Questo passaggio non ha ritorno possibile. Tentare di ricreare condizioni di dipendenza vuol dire andare contro la vita.

La maternità biologica c’è eccome, ma nasce una maternità infinitamente allargata, allargata a tutti coloro che entrano in contatto con il bambino e anche a coloro che costruiscono il mondo in cui il bambino cresce e vive e anche a chi è lontanissimo e le scelte che compie toccano il bambino in modo che pare lontano lontano. Ad esempio chi distrugge il mondo con l’incuria, il consumo, l’inquinamento, chi non si sente erede di qualcosa ricevuto in dono e da restituire a chi viene dopo di noi, ma si sente dio e tutto gli appartiene.

Questa nuova maternità che tocca tutti è la maternità come cura.

La cura è il nome della maternità di tutti. È così visibile la cura, così concreta nelle mani che accolgono il bambino. È l’avere lo sguardo sul bambino, capire quel che gli serve, non essere distratti, fermarsi.

C’è un continuum. Con i fiori vale la stessa cosa. Non esiste il pollice verde, esiste la cura. Chi ha piante e fiori «belli», che resistono al tempo rendono bello il mondo in cui abitiamo, sa che il segreto è la cura. Fermarsi ogni giorno a vedere, vedere e chiedersi «di che cosa hai bisogno?». Un poco d’acqua, meno acqua il cache pot da svuotare? Girare il vaso perché altrimenti la pianta fila verso la luce? Spostare il vaso perché il sole entra troppo diretto e brucia le foglie? Questa è la magia delle piante.

E quella dei bambini a scuola che vengono e crescono felici di venire a scuola. Ogni giorno chiedersi di che cosa hai bisogno. Non tutti i giorni tutti i bambini. Non siamo Superman. Ma non perdersi mai quello che quel giorno chiede qualcosa.

La maternità come cura ha la forma del rispetto del figlio che ho davanti. Non lo porto dove voglio, lo aiuto ad andare dove non sa ancora di voler andare, ma per saperlo deve essere libero, così pieno di affetto che qualsiasi strada che dovrà percorrere sarà percorsa con la forza che viene dall’essere amato e non giudicato.

 

Vedere la salvezza

E la Chiesa? La Chiesa è madre? Recita il Cantico di Simeone: «Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza» (Lc 2,29s).

Cosa ha visto? Un bambino. Un bambino che senza cura non sarebbe arrivato al domani. In un contesto in cui un bambino su dieci arrivava a superare i quattro anni.

La Chiesa è resa madre da questo bambino che viene e come tutti i bambini rende la Chiesa materna nella forma di un accudimento di qualcosa che la supera, di cui non è padrona, in una dimensione di libertà estrema e straziante.

Maria è madre di un bambino che la genera come madre e arriva come un uragano nella sua vita non ancora adulta. Bambina poco più, madre abitata in una dimensione di incomprensibilità insuperabile per gli occhi della ragione. Ma la cura è possibile anche se non si capisce, arriva questo bambino.

I bambini aprono nuove strade alla vita, ci rendono capaci di quel che non sapevamo di poter fare. Impossibile scappare, e nemmeno lo vogliamo.

In questo senso la Chiesa è madre. La rende madre la cura, l’amore, nella oscurità del dono. Ogni volta che ha voluto essere madre nel senso di padrona del dono ha generato mostri di giudizio, mostri di violenza, mostri d’infedeltà. È madre come tutte le madri che il loro essere madre lo devono al figlio. A Gesù nato come dono, ricevuto, non meritato, nemmeno implorato, atteso nel senso della nostra umana attesa.

Di questo figlio che ha generato la madre Chiesa, nemmeno si sapeva come sarebbe stato, si aspettava altro, guerriero re potente forte che si prendesse cura di noi e riscattasse l’ingiustizia storica e desse la terra al suo popolo senza terra e cacciasse i nemici e li sconfiggesse una volta per sempre questi nemici e che altro ancora? Che vincesse tutte le guerre e sconfiggesse la morte. La morte la morte la morte.

Ma è morto, poi, questo figlio bambino del quale chissà cosa ha capito la mamma Maria e chissà cosa capiamo noi Chiesa madre in grazia del fatto che lui si è reso figlio. A tutti noi figli. Generati da lei? Sì, in senso molto lato. Anche no, nel senso di una vita che viene comunque regalata. È dono al quadrato perché arriva molto più del richiesto.

Allora in che senso la Chiesa è madre? Nel suo «vivere per gli altri», ha scritto Bonhoeffer in Resistenza e resa. Lettere e scritti dal carcere  (Querniana, Brescia 2002).

Nel secondo capitolo si chiede: «Chi è Dio?». E risponde che l’incontro con Gesù Cristo che è determinante. «Esperienza del fatto che qui è dato un rovesciamento completo dell’essere dell’uomo per il fatto che Gesù Cristo, soltanto esiste-per-gli-altri. L’essere-per-gli-altri di Gesù è l’esperienza della trascendenza! Solo dalla libertà da se stessi, solo dall’“esserci-per-gli-altri” fino alla morte nascono l’onnipotenza, l’onniscienza, l’onnipresenza (...) Conseguenze: La Chiesa è Chiesa soltanto se esiste per gli altri. Per fare un primo passo essa deve fare dono di tutti i suoi possessi a coloro che si trovano nel bisogno. I pastori devono vivere esclusivamente delle libere offerte della comunità ed eventualmente esercitare una dimensione mondana» (522).

Da cosa nasce, dunque, la nostra fede? Da un Dio che si fa uomo, rende madre una donna, fa nascere una madre, fa nascere una Chiesa madre. Come dire che la salvezza è questo essere madre e prendersi cura.

La cura è la parola della salvezza. Non mi giro dall’altra parte. Non faccio finta di niente. Non chiedo ad altri cosa fare. Non mi nascondo dietro la convenienza, il bon ton. Pensiamo a che cosa ha portato anche nella nostra società cristiana questo bon ton blindato dalle regole. A ritenere le regole superiori alla vita. I bambini nascosti, figli della vergogna, abbandonati alla ruota, trovatelli, figli di «nn», figli di nessuno. Come ha potuto la società cristiana?

La salvezza come cura di Dio per l’uomo diventa salvezza per tutti gli uomini resi padri e madri ma la metafora della maternità ci dice ancora una cosa.

È un’immagine femminile. Per forza, si può dire, i bambini li fanno le donne. Troppo semplice. Vale per la maternità di Maria ma la storia della Chiesa e i padri sono unanimi nel chiamare la Chiesa madre, nell’invocare questa maternità che non può essere biologica ovviamente, perché si nasce alla fede in mille modi nella Chiesa, per generazione da famiglie cristiane, per conversione, per folgorazione sulla via di Damasco, per chiamata diretta.

La metafora della maternità è legata all’idea della generazione. Chiesa come generatrice di cristiani. Ma è, se posso dire, una lettura parziale e un poco biologico-maschile-maschilista. La metafora della madre richiama soprattutto alla metafora della cura, del morire per gli altri di cui parla Bonhoeffer.

Ecco che la Chiesa madre che cura è una Chiesa che non si pone nemmeno il problema del chi curare. Del chi è dentro e chi è fuori. È universale come universale è la cura. Ci si deve educare a essere madri.

Non ha senso alcuno chiedersi se la chiesa sia madre o matrigna. La salvezza non passa attraverso un’indagine sociologica. Non si diventa credenti al seguito di un’indagine storica ma perché si fa esperienza, pur nell’oscurità della condizione nostra di paura e fragilità, di un amore che non ci giudica ma ci cura. L’esperienza originante di essere amati.

La Chiesa è madre, sì, nel senso larghissimo in cui tutti siamo padri e madri e responsabili gli uni verso gli altri.

 

Mariapia Veladiano

Tipo Articolo
Tema Bioetica
Area
Nazioni

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