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Attualità
Attualità, 20/2016, 15/11/2016, pag. 581

Italia - Ecumenismo: un confronto aperto

Intervista a don Cristiano Bettega, direttore dell’Ufficio CEI per l’ecumenismo

Paolo Tomassone

Circa 340 persone hanno partecipato al convegno «Cattolici e protestanti a 500 anni dalla Riforma. Uno sguardo comune sull’oggi e sul domani» (Trento, 16-18 novembre) promosso dall’Ufficio nazionale per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso (UNEDI) della CEI in collaborazione con la Federazione delle Chiese evangeliche in Italia (FCEI). Durante il convegno uno spazio particolare è stato dedicato alla presentazione del progetto «Corridoi umanitari», promosso da circa un anno dalla FCEI, dalla Tavola valdese e dalla Comunità di Sant’Egidio. Una «testimonianza di ecumenismo pratico», come l’ha definita don Cristiano Bettega, direttore UNEDI.

Circa 340 persone hanno partecipato al convegno «Cattolici e protestanti a 500 anni dalla Riforma. Uno sguardo comune sull’oggi e sul domani» (Trento, 16-18 novembre) promosso dall’Ufficio nazionale per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso (UNEDI) della CEI in collaborazione con la Federazione delle Chiese evangeliche in Italia (FCEI). È stato un «incontro incoraggiante», dalla portata simbolica come quello celebrato 15 anni fa a Strasburgo, durante il quale venne sottoscritta la Charta oecumenica per la crescita della collaborazione tra le Chiese in Europa. Così lo ha ricordato il presidente della FCEI, Luca Maria Negro, evidenziando alcune analogie con l’appuntamento trentino: «La voglia d’impegnarsi davvero per far avanzare la collaborazione tra le Chiese» e un «giusto equilibrio tra dialogo sul piano teologico e testimonianza comune nella società».

Oltre alle relazioni – sempre a due voci, una protestante e una cattolica – e al dibattito, uno spazio particolare è stato dedicato alla presentazione del progetto «Corridoi umanitari», promosso da circa un anno dalla FCEI, dalla Tavola valdese e dalla Comunità di Sant’Egidio. Una «testimonianza di ecumenismo pratico», come l’ha definita don Cristiano Bettega, direttore UNEDI, da tempo impegnato ad animare un gruppo di lavoro interconfessionale che ha l’obiettivo di confrontarsi su alcuni temi etici e pastorali, di studiare nuove opportunità di formazione per i giovani che «sentono meno l’urgenza dell’ecumenismo e le opportunità che l’ecumenismo offre».

– Don Bettega, qual è il suo giudizio sul convegno?

«Oltre alla partecipazione di numerosi delegati diocesani per l’ecumenismo, era presente un numero significativo di protestanti; questo è un segnale incoraggiante. Il clima è stato molto buono: ci siamo detti le cose come stanno, senza girarci attorno, con molta chiarezza e verità, con serenità e ironia. Entrambe le parti si sono sentite sorelle tra loro, c’è stata una bella accoglienza reciproca».

– I pronunciamenti di papa Francesco a Lund per la commemorazione dei 500 anni della Riforma quanto hanno influenzato i lavori di Trento?

«Durante la celebrazione in Svezia (cf. Regno-att. 18,2016,518) tutte le parti si sono messe sullo stesso piano di fraternità, con una chiara volontà di comprensione e accoglienza reciproca; questo ha cambiato la prospettiva anche del nostro convegno. Si è percepita nei partecipanti la volontà di fare dei passi in avanti, di cercare continuamente ciò che unisce, discutendo ciò che “divide” e trasformandolo in qualcosa che ci “differenzia”. Abbiamo cercato di riflettere quanto la differenza di pensiero tra noi – anche sul piano pratico, pastorale e morale – rischi di trasformarsi in una contro-testimonianza al Vangelo. Al di là del convegno, io penso che si respiri da tre anni circa, da quando è stato eletto papa Francesco, l’idea di una “diversità riconciliata”».

– Può entrare più nel dettaglio?

«In realtà nessuno ancora sa di cosa si tratti nello specifico. Però se dal punto di vista etimologico vuol dire che riconosciamo l’esistenza di diversità tra le varie Chiese, tra le varie espressioni cristiane e quindi tra le varie tradizioni cristiane, e se possiamo anche impegnarci a riconoscere una “diversità riconciliata”, allora in un ipotetico futuro ecumenico non è da escludere che possano esistere sullo stesso piano di valore diverse pratiche teologiche, pastorali e morali dove una non esclude l’altra».

Una novità: il gruppo di lavoro

– Su quali temi concreti lo si potrà veder realizzato?

«A Trento per esempio è emerso diverse volte il tema del ministero alle donne. Il pastore Fulvio Ferrario, decano della Facoltà valdese di teologia a Roma, nella sua relazione ha detto molto esplicitamente che l’aver aperto il ministero ordinato anche alle donne non ha messo assolutamente d’accordo tutte le Chiese protestanti, non perché tra di loro ci sia una Chiesa che dice “sì” e una Chiesa che dice “no” ma perché all’interno il dibattito è molto forte: il ceppo europeo (per esempio i valdesi, luterani, riformati, battisti ecc.) è grosso modo favorevole al ministero femminile, mentre le Chiese africane e latino-americane sono molto più scettiche.

Bruno Forte, per parte cattolica, ha detto che la recente volontà del papa d’istituire una commissione di studio sul diaconato femminile evidentemente riapre la questione. Prima di papa Francesco ci sono stati dei pronunciamenti molto chiari (soprattutto con Giovanni Paolo II), ma questo non significa che sia stata messa una sorta di pietra tombale o che non se ne debba più discutere. Forse si è compreso che ci sono altri modi di concepire la ministerialità istituita.

Oggi le donne sono impegnate per la maggior parte nella catechesi e come ministri straordinari dell’eucaristia. Occorre capire se in un futuro non troppo lontano siano pensabili per loro forme ministeriali riconosciute, istituite, con un preciso mandato: per esempio quello della predicazione. Durante una celebrazione eucaristica attualmente il sacerdote presiede, ma molte altre voci possono intervenire; in futuro queste voci potrebbero aumentare e potrebbero essere anche di donne».

– Sulle questioni etiche probabilmente le differenze tra cattolici e protestanti sono più evidenti. Quali posizioni sono emerse al convegno, per esempio sull’aborto?

«I protestanti che hanno preso la parola durante le varie relazioni hanno detto molto chiaramente: dobbiamo ritenerci antievangelici se in determinati casi approviamo l’uso dell’aborto? Dobbiamo essere considerati degli assassini se contempliamo l’interruzione di gravidanza? Dobbiamo essere considerati al pari di quegli uomini deviati che uccidono l’ex moglie o l’ex fidanzata? Come provocazione il discorso è stato molto chiaro. D’altra parte non sono state prese posizioni, ma c’è stata la consapevolezza comune che su questi temi è diventato urgente, oltre che necessario, confrontarci perché il cammino è tutt’altro che concluso».

– Come continuerà il confronto?

«Circa un anno fa si è riunito in maniera informale un gruppo di cattolici e di protestanti, una decina di persone in tutto, che ha cominciato a ragionare sul convegno. Poi il gruppo si è allargato e ha iniziato a costruire l’impianto del convegno, scegliere i temi e cercare i relatori. L’intenzione è che questo gruppo continui a lavorare e si confronti sulle provocazioni e le urgenze emerse a Trento.

Le provocazioni lanciate da Lutero 500 anni fa per una Chiesa più aperta al laicato, sempre più vicina al Vangelo, che metta al centro della propria vita la parola di Dio, sono ancora uno spunto di riflessione per tutti noi, al di là dell’essere cattolici, protestanti od ortodossi. Il gruppo di lavoro si allargherà, abbiamo in mente alcune iniziative ma non sono ancora state programmate e per il convegno nazionale del 2017 stiamo valutando una sede che sia simbolica per tutte e tre le tradizioni cristiane».

L’ampiezza della sacramentalità

– A suo parere quali sono i temi più urgenti da affrontare nel gruppo di lavoro?

«Prima di tutto credo che occorra confrontarci sul significato del termine “ecumenismo”, sul suo obiettivo e sul tipo di unità che ci prospettiamo. Non può essere il tentativo di convincere l’altro a “tornare dalla parte giusta”, ma un percorso per valorizzare quello che ci unisce, per trovare più spazi di dialogo e cammino comune.

Il rito latino prevede una preghiera molto particolare prima della comunione: “Signore Gesù Cristo che hai detto ai tuoi apostoli vi lascio la pace, vi do la mia pace, non guardare ai nostri peccati ma alla fede della tua Chiesa. E donale unità e pace secondo la tua volontà”. Dovremmo cercare di portare avanti questa conversione: l’unità e la pace che noi chiediamo al Signore per la Chiesa non è per la nostra volontà, ma secondo la sua volontà.

Credo poi che sia necessario confrontarci sul tema dell’ecclesiologia. A settembre a Chieti (cf. Regno-doc. 17,2016,576), la Commissione mista cattolico-ortodossa ha firmato un documento nel quale si dice che il ministero di Pietro, quindi il ruolo del papa, può essere ancora riscoperto e rivalutato in maniera accettabile, valida e riconoscibile da tutte le parti. Dobbiamo quindi chiederci quale significato diamo al termine Chiesa; se etimologicamente vuol dire assemblea delle persone chiamate, si tratta di capire attraverso che cosa sono chiamate quelle persone. Se alla base c’è il battesimo, se c’è l’appartenenza all’unica Chiesa di Cristo, allora tutte e tre le famiglie possono fare ancora passi in avanti per vivere l’unità al di là delle distinzioni».

– In merito al dibattito sulle coppie miste, si registrano passi in avanti nell’accoglienza dei coniugi di diverse confessioni?

«Questo è sicuramente un tema reale, che ci consente di svolgere una riflessione più ampia. Rispondendo a una signora sposata con un uomo di una confessione diversa che aveva espresso il proprio dolore per non poter partecipare alla comunione durante la messa, papa Francesco lo scorso autunno durante la visita alla Chiesa dei luterani a Roma disse che esistono molti modi di essere in comunione con Cristo, al di là della ricezione del pane eucaristico.

Ricordo che tanti anni fa frère Roger, calvinista e fondatore della comunità di Taizé, chiese all’allora pontefice di diventare cattolico, pur avendo già ottenuto la possibilità di ricevere l’eucaristia secondo il rito latino. Giovanni Paolo II gli rispose di no, per dare un chiaro segnale nei confronti dell’ecumenismo: non è necessario diventare cattolico per poter partecipare a una messa comune. Al di là di questa particolare esperienza, credo sia un’eccezione molto importante evidenziare come l’ecumenismo non debba diventare sinonimo di un livellamento generale; si può rimanere su linee diverse, riconoscendo però che quello che ci caratterizza come cristiani è molto più forte di quello che ci distingue come cattolici, luterani od ortodossi.

Anche in casa cattolica lo spazio teologico di riflessione è aperto: i sacramenti sono sette, ma la sacramentalità è molto più ampia. Il Vaticano II nella Lumen gentium dice molto esplicitamente che la Chiesa è sacramento di salvezza per il genere umano, eppure tra i sette sacramenti non abbiamo mai inserito la Chiesa. Ragionare sul concetto di sacramento può aprire ancora delle piste di dialogo, probabilmente finora inesplorate o non del tutto esplorate e quindi capaci di progredire nel cammino».

 

a cura di
Paolo Tomassone

Tipo Articolo
Tema Anglicani - Protestanti Ecumenismo - Dialogo interreligioso
Area
Nazioni

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